Kobe Bryant denuncia la madre per aver messo all’asta i suoi cimeli. Siamo arrivati a questo?

Conoscete il detto “nella vita solo due cose sono certe: le tasse e la morte”? Secondo questa frase di saggezza popolare gli unici settori che non sentiranno mai alcun tipo di crisi sono quelli riguardanti la riscossone delle imposte e le agenzie funebri ma forse a questo punto servirebbe una modifica, a queste due classi di professionisti bisognerebbe aggiungere anche gli avvocati di Kobe Bryant, probabilmente alcune delle persone più indaffarate del pianeta. Negli anni Kobe ha fronteggiato un caso di molestie sessuali ormai circa una decina di anni fa, innumerevoli questioni legali con la moglie Vanessa e ora, proprio quando sembrava che le acque si stessero calmando, una denuncia nei riguardi della madre Pamela Bryant. E’ notizia recente infatti che Kobe abbia denunciato la madre dal momento che quest’ultima ha raggiunto un accordo per vendere all’asta diversi averi del figlio senza però chiedere il permesso al numero 24 dei Lakers. Ma come siamo arrivati a questo punto?

La signora Bryant sostiene di aver discusso ormai cinque anni fa con il figlio riguardo alcuni oggetti del suo passato cestistico, Kobe (parole della madre) avrebbe lasciato carta bianca alla genitrice dal momento che non gli interessavano più e per questo Pamela Bryant ha deciso di metterli all’asta anche per non pagare 1.500 dollari mensili di deposito. Già da queste prime informazioni possiamo capire due cose: innanzitutto che affittare un deposito nel New Jersey costa parecchio e che i ricordi di giovinezza di Kobe Bryant non sono proprio uguali a quelli che possiamo trovare in ogni cantina, i 900 oggetti in questione infatti sono stati valutati in via preliminare attorno ai 2 milioni di dollari complessivi e solo i primi 100, quelli per cui la signora Pamela si sarebbe già accordata con il direttore della casa d’aste, comprendono alcune divise da gioco utilizzate a Lower Merion High School, una divisa della prima squadra di Kobe risalente alle sua gioventù italiana, il trofeo di MVP dell’ABCD Camp del 1995, la divisa del suo primo All Star Game, un pallone firmato della finale NBA del 2000, gli anelli del titolo statale del 1996 con Lower Merion High School e quelli fatti fare per i parenti in occasione del titolo NBA del 2000. Bottino niente male.
Se Kobe non è d’accordo perché la signora Bryant non si limita ad annullare l’asta? Semplice, perché è impossibile. Pamela Bryant già in gennaio, senza dire nulla al figlio, ha raggiunto un accordo preliminare con la Goldin Auctions di Berlin, nel New Jersey, casa d’aste molto rinomata per l’oggettistica sportiva che oltre ad aver un contratto regolare ha già anticipato 450.000 dollari alla madre di Kobe, soldi che Pamela cercava per comprarsi una nuova casa nel Nevada.
Kobe ha cercato di trattare con la madre offrendole subito 250.000 dollari per la nuova casa più altri aiuti economici in futuro se questa si fosse decisa a tenersi stretti i cimeli del figlio ma ormai la frittata era fatta ed è giunto quindi il momento di sfoderare dalla manica l’asso degli avvocati i quali sostengono che Pamela Bryant non abbia alcun diritto legale sul possesso di questi oggetti.

La domanda che sorge più ovvia è: ma era davvero necessario tutto ciò? E’ davvero necessario che tra madre e figlio si arrivi agli avvocati per il possesso di vecchi ricordi? Ma soprattutto, la madre di Bryant ha davvero questo disperato bisogno di denaro? Parliamo pur sempre di una donna il cui figlio è una macchina da soldi e il cui marito era un giocatore di basket professionista, insomma non è una delle tante madri single con cinque figli a carico e un passato burrascoso nel ghetto più violento. Ovviamente non tocca a me fare i conti in tasca alla famiglia Bryant ma di certo non sarebbe un caso atipico di eccessivo sperperamento di denaro altrui, già Allen Iverson nelle ultime settimane ha fatto sapere di essere praticamente in bancarotta dato che, nonostante tutto il denaro guadagnato nei suoi anni d’oro (e fidatevi che era davvero tanto), la sua mentalità da ragazzo di strada gli imponeva di mantenere anche il suo gruppo di trenta e più amici che però lo ha ridotto sul lastrico. Kobe invece ha sempre dimostrato di non essere della stessa parrocchia dell’ex Sixers e ha sempre gestito nel migliore dei modi il proprio patrimonio e molto probabilmente è proprio per questo che non ha gradito il comportamento della madre.

In ogni caso auguro alla famiglia Bryant di risolvere questa situazione nel migliore dei modi dato che non è mai bello vedere madre e figlio costretti ad arrivare al tribunale per risolvere una divergenza, per quanto grande e dispendiosa possa essere. A chi legge invece vorrei dare un consiglio: quando vostra madre vi chiede se può sgomberare la soffitta o la cantina di casa pensateci bene prima di rispondere.

Pamela Bryant e il figlio Kobe  // Photo took from interbasket.net