Kobe Bryant: ossessionato dalla vittoria

Di Andrea Dell’Acqua, fondatore di Vite dietro una palla a spicchi

É testato al 100% che tutti i veri tifosi e appassionati di pallacanestro americana sappiano benissimo chi sia Kobe Bryant, da molti considerato il simbolo del basket NBA del primo decennio degli anni 2000. La sua carriera e le sue imprese sono molto famose in tutto il mondo sportivo e non, quindi mi sembra inutile stare qui a narrare minuziosamente tutta la sua vita cestistica, ma piuttosto in questo articolo andrò a snocciolare qualche dettaglio meno noto e, in particolare, mi concentrerò sulla sua caratteristica principale: un’inesauribile voglia di vincere. Sì perché per Kobe le vittorie non sono mai abbastanza, per lui vincere é tutto quello che conta, anche quando non serve, ed é talmente determinato nel perseguimento dei suoi obbiettivi che difficilmente sbaglia. Non ha paura di confrontarsi con nessuno, neppure con i suoi familiari. Kobe Bryant signori, la storia del Black Mamba.

Che non sarà uno come gli altri lo si capisce fin da subito, addirittura prima che nascesse. Nel momento in cui sua madre, quella bellissima donna di nome Pamela Cox, disse a suo padre Joey di essere incinta di un bel maschietto, i due si trovavano a cena in un ristorante di Philadelphia. Al sentire la bella notizia Joey era così felice che, preso anche dall’emozione del momento, decise di chiamare il figlio Kobe, proprio come la bistecca che stava mangiando quel giorno! Nove mesi dopo, precisamente il 23 Agosto 1978 nacque quello che oggi é uno dei giocatori più forti in assoluto. Cresce cestisticamente in Italia, prevalentemente a Rieti, dove segue il padre, il quale decide di giocare nel bel Paese dopo sei anni di onorata carriera NBA. Fin dal mini basket mostra al mondo il suo enorme talento, giocando quasi sempre con ragazzi più grandi di lui. Pensate che in una partita viene chiesto all’allenatore avversario se Kobe potesse giocare anche se fosse due anni più piccolo dei suoi compagni, ma questi accettò tranquillamente in quanto di solito si tende ad escludere i ragazzi più grandi dell’età consentita, non i più piccoli. La partita inzia e Kobe segna 8 punti di fila senza che gli avversari riuscissero a superare la metà campo! Time out e l’allenatore avversario si avvicina alla panchina della squadra di Bryant e sussurra al coach “o lo togli o dico agli arbitri che non potrebbe giocare!”

Tornato in America frequenta la Lower Marion High School, un liceo molto chic di Philadelphia dove vince tutto quello che si poteva vincere. Letteralmente. In cinque anni segna 2883 punti, battendo così il record liceale detenuto da Wilt Chamberlain. Il suo talento ha già stupito molti GM in NBA tanto da spingerlo a presentarsi al draft del 1996, senza aver frequentato il college. Viene scelto alla numero 13 dagli Charlotte Hornets ma subito viene girato ai Los Angeles Lakers in cambio di Vlade Divac, perché é lì e da nessun altra parte che Kobe voleva giocare. Pensate che anche i Nets, che avevano la chiamata numero 8, erano interessati a Bryant ma il suo agente li convinse a non sceglierlo dicendo che non sarebbe mai venuto a giocare per loro, piuttosto sarebbe tornato in Italia.

E questo era esattamente il suo pensiero: lui voleva i Lakers. Punto. I primi tre anelli arrivarono nel 2000, 2001 e 2002. Kobe era ancora giovanissimo ma poteva contare sulla presenza di Shaquille O’Neal sotto le plance, sicuramente il centro più dominante a quel tempo, e infatti fu quest’ultimo a vincere per tutti e tre gli anni l’MVP delle Finals. Col passare delle stagioni Bryant migliorò molto, tanto da pretendere il ruolo di leder della squadra. La convivenza con Shaq era divenuta impossibile così, dopo il fallimento nelle Finals del 2004, il centro gialloviola chiese di essere ceduto. Senza O’Neal gli anni a seguire furono duri e senza la vittoria di nessun altro titolo. Nel 2003 inoltre Kobe venne accusato di stupro da una cameriera di un hotel in Colorado: il giocatore confessò di aver avuto un rapporto sessuale con la ragazza ma giura che fosse consenziente. Dopo un anno, e dopo aver pagato 25 mila dollari di cauzione, fu scagionato ma molti sponsor (tra cui Nutella e Adidas) gli voltarono le spalle.

Erano anni difficili per il campione ma la luce in fondo al tunnel si intravide nel 2008, quando i Lakers acquistarono Pau Gasol da Memphis. I gialloviola ritornarono alle Finals nel 2008 e nei successivi due anni arrivarono due anelli. Ma proprio ad un passo dal sesto anello che avrebbe innalzato Kobe al pari di sua maestà Michael Jordan, il giocattolo si ruppe clamorosamente e venne spazzato via al secondo turno dei playoff con netto 4-0 da Dallas, che poi andrà a vincere il campionato 2011 battendo in finale gli Heat di LeBron. L’età avanza e la cessione dei compagni storici come Ron Artest, Lamar Odom e Derek Fisher non aiutò i Lakers e Kobe a raggiungere quel fatidico sesto anello, che ancora oggi sembra un’utopia, senza contare che il 24 é appena uscito da un doppio infortunio causato dalla rottura del tendine d’Achille.

Brutta storia. Triste conclusione di carriera per uno che fa della vittoria la sua vera ossessione, anche in famiglia. Pensate che parecchi anni fa licenziò sua sorella maggiore, che lavorava presso una società di famiglia, perché secondo lui “non svolgeva al meglio il proprio lavoro”. Il fatto più assurdo però fu quando denunciò la madre Pamela. Si perché Pamela abitava sola nel New Jersey e così un giorno decise di trasferirsi nella ben più viva città di Las Vegas. Niente di male fin qui se non che gli venne la scellerata idea di vendere i vecchi trofei liceali del figlio che si trovavano nella vecchia casa. Si accordò con una casa d’asta che gli anticipò subito 450.000 franchi, ma poco dopo il fatidico accordo arrivò una lettera firmata dall’avvocato di Kobe in cui il campione citava in giudizio la madre e la casa d’asta, perché quei trofei erano i suoi e nemmeno Pamela avrebbe potuto levarglieli.

Se non fosse ancora chiara la “malattia” di cui Bryant é affetto vi riporto di seguito un’intervista anonima rilasciata a Grantland da parte di un ex componente dello staff dei Lakers dal 2006 al 2014: “Per Kobe il suo gioco è un’ ossessione, letteralmente. Per lui ruota tutto attorno a se stesso e alle sue capacità. E’ il giocatore che lavora di più in allenamento, non ho mai visto nessuno lavorare come lui. E’ una specie di sociopatico del basket, era talmente concentrato su se stesso che la maggior parte delle volte non conosceva neanche il nome dei compagni. Ha continuato a chiamare Gasol Paul fino a quando non hanno vinto l’anello, chiamava Lamar Larry. Si ricordava solo di Fisher ma il problema era che chiamava tutte le point-guard “Fish”. Aveva l’abitudine di far vestire e preparare Smush Parker nel ripostiglio delle scope, quando gli ho chiesto il perché lui mi ha risposto: ‘Così Fish si può abituare alle cose che utilizzerà l’anno prossimo quando diventerà un inserviente’. In fin dei conti aveva ragione su questo. Mi ricordo una volta quando Kobe diede l’anello a sua moglie Vanessa per paura che lei lo potesse lasciare, Smush nello spogliatoio lo stava un po’ prendendo in giro su questa storia dell’anello e ad un certo punto Kobe gli disse: ‘Fish! Stai zitto e vai nel tuo ripostiglio’ E’ stato divertente, fra l’altro quella sera Kobe ne ha segnati 81 contro i Raptors, si vede che era in forma”.

Kobe Bryant: uno dei talenti più puri e cristallini che abbiamo avuto l’onore di vedere giocare nelle arene NBA, e per questo non smetteremo mai di ringraziarlo. PS: Con la nazionale USA ha giocato 37 partite, c’è bisogno che vi dica se ne abbia persa qualcuna?