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Kobe Bryant: una leggenda cestistica e culturale ispirata a MJ

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Alla luce della possibilità che non vedremo mai più il vero Kobe, soprattutto all’interno di un’organizzazione come i Lakers che non sta di certo attraversando il suo periodo migliore, è arrivato il momento di riflettere su uno dei giocatori più di successo, iconici ed entusiasmanti nella storia della pallacanestro. Oggi Bryant compie 37 anni e si appresta ad iniziare la sua ventesima stagione tra i professionisti, anche se non avrebbe bisogno di un altro secondo sul campo da gioco per affermare il suo posto tra i 10 giocatori più grandi nella storia della NBA. Giusto per dire, solo tre giocatori hanno segnato più punti di lui nella regular season (Abdul-Jabbar, Malone e Jordan), due nei playoffs (Kareem e Michael).

Kobe è ritenuto una superstar praticamente fin dagli albori della sua carriera dei Lakers, ma una cosa che magari in molti sottovalutano è la sua capacità di evolversi continuamente. Certo, il suo talento naturale non è mai stato in discussione, ma a questo lui ha sempre abbinato un’etica del lavoro ed una voglia di migliorarsi assolutamente fuori dal comune, spesso maniacale. Prima che incappasse nel grave infortunio del 2013, Bryant era ritenuto pressoché immortale. Ma purtroppo non è così, d’altronde basti pensare che in sei delle sue sette apparizioni alle Finals non è stato il miglior giocatore della sua squadra, citofonare Shaq e Gasol. Ma ciò non sminuisce affatto la grandezza di Kobe e quello che ha rappresentato e rappresenta tutt’ora per la NBA ed i suoi appassionati.

Facciamo un passo indietro e ripercorriamo alcuni episodi che ci possono facilmente trasmettere l’essenza di Bryant. Stagione 2005-06, è certamente la sua migliore dal punto individuale e statistico, una delle più impressionanti che si siano mai viste, soprattutto per quella che è la pallacanestro moderna: 35.4 punti a partita con il 45% dal campo, 6 volte con almeno 50 punti a referto. Solo due giocatori nella storia (Jordan e Chamberlain) sono riusciti a fare meglio di lui in un singolo anno. Nonostante il valore infimo della squadra (Lamar Odom era il secondo miglior giocatore, gli altri erano i vari Kwame Brown, Smush Parker e Chris Mihm…), i Lakers quell’anno sono riusciti a vincere 45 partite ed arrivare ai playoffs. Un vero e proprio miracolo firmato Kobe Bryant. Il quale provò in tutti i modi a portare i compagni oltre il primo turno, ma in gara 7 si è dovuto inchinare alla superiorità dei Suns di Steve Nash. La stagione successiva non è stata di certo migliore ed LA ha incassato un’altra uscita contro Phoenix, stavolta in 5 partite, nonostante la media del #24 si aggirasse sul 33+5+4.

Cosa sarebbe successo se Gasol non fosse stato ceduto ai Lakers nel febbraio del 2008? Beh, forse non ci sarebbero stati altri due anelli e sei anni ad altissimo livello di Kobe. Considerando la complessa psicologia di questo giocatore, è possibile credere che continuare a perdere sarebbe potuto essere devastante per lui, portandolo ad un declino più rapido di quello che poi è stato. Con i se e con i ma non si fa la storia, per fortuna dei Lakers Gasol è arrivato e con esso le vittorie. Adesso Bryant è un’icona nella storia della NBA e della cultura americana, ma qualche cinico potrebbe avere da ridire sul fatto che egli si sia ispirato apertamente a Michael Jordan e che non sia al suo livello. Non c’è vergogna in questo: Kobe di suo ha sempre avuto un talento naturale, un atletismo irreale e grande intelligenza, magari senza una sorta di “mentore” quale è stato His Airness per lui, non sarebbe mai diventato la leggenda che ora è.

C’è da dire che la lega non è appartenuta a Bryant nello stesso modo di come accaduto in passato con Jordan o come accade tutt’oggi con LeBron James. Non è mai stato senza alcuna ombra di dubbio il miglior giocatore del mondo, non per colpa sua, ma perché si è sempre dovuto confrontare con altre leggende del calibro di Tim Duncan, Shaquille O’Neal, Kevin Garnett, Allen Iverson e via discorrendo. Ma ciò non sminuisce affatto la sua grandezza, anzi forse in un certo senso la amplia, perché si è sempre dovuto confrontare con altri giocatori eccezionali ed ha sempre tenuto altissimo l’onore. Alcuni hanno il coraggio di sminuirlo per il fatto che nel threepeat a cavallo del 2000 i meriti maggiori sono stati di Shaq: ebbene signori miei, O’Neal sarà sicuramente stato l’MVP, ma voi ve lo ricordate un 22enne che ha iniziato a vincere titoli tenendo una media di 25.3 punti, 4.9 assist e 5.7 rimbalzi? No, perché Jordan ha atteso fino ai 28 anni prima di mettersi un anello al dito, ed a James non è andata meglio.

Il primo Kobe è innegabile che abbia avuto un ruolo fondamentale nei successi dei Lakers: allora era efficiente, intelligente, mostrava grande abilità nel creare per gli altri, a dispetto di quelle che sono le dicerie secondo cui Bryant sia sempre stato un giocatore egoista. Tanto che allora si pensava che potesse diventare una sorta di playmaker, ma questo era troppo da chiedergli. Non era nella sua natura, lui è nato per essere l’uomo dei tiri, magari anche quelli fuori da ogni logica con due uomini attaccati ai calzoncini. Kobe si è conquistato con il sudore tutto quello che ha ottenuto nella sua carriera. Anche se, dobbiamo essere onesti, quell’estensione biennale del contratto per 48.5 milioni di dollari non ha davvero senso. In questo caso Bryant si è fatto accecare dalla voglia di avere, almeno sulla carta, ancora lo status di superstar assoluta, non considerando che sarà proprio quell’accordo che ha firmato che gli impedirà di competere per l’ultima volta per il titolo.

Indipendentemente da ciò, Kobe è ancora largamente venerato dai giocatori della NBA: la sua reputazione di uomo dedito esclusivamente alla pallacanestro e la sua mentalità di arrivare al fine con tutti i mezzi necessari lo eleva quasi al livello di un dio e lo allontana da qualsiasi critica. In conclusione, non ci sarà mai più un altro Kobe Bryant, o anche solo un altro giocatore che tenterà di seguire le orme di Jordan come lui ha fatto. Alcuni lo ameranno per sempre, altri lo odieranno. Ma per fortuna non è ancora arrivato il momento di dirgli addio e possiamo godercelo per qualche anno. Perché magari non si riprenderà più dai brutti infortuni e non sarà mai più lo stesso, ma è stato, è e sempre sarà KOBE BRYANT.