La dura vita dei rookies NBA: Swaggy P comanda, Clarkson e Randle eseguono

Forse più che in ogni altro sport, gli atleti della NBA si distinguono dalla media perché generalmente sono fisicamente pazzeschi, alti, grandi, forti e più coordinati di quanto molti di noi potrebbero anche solo immaginare di essere. Magari giocatori di altre discipline possono mescolarsi più facilmente tra la gente, ma gli NBAer spesso spiccano sopra tutti.

Se poi vogliamo fare una veloce analisi economica, non è certo un segreto che i pro siano una categoria lavorativa a parte: ad esempio, il contratto minimo garantito per un rookie è di 911.400 dollari, mentre negli Stati Uniti il reddito medio annuale è di 51.400. Per quanto la vita di un giocatore della lega possa sembrare totalmente distante da quella nostra di tutti i giorni, sono pur sempre essere umani. Prendiamo ad esempio sempre i rookie, soprattutto quelli che magari si trovano costretti ad andare in giro con pittoreschi zaini rosa di Hello Kitty, per ricordarci che ne hanno ancora di strada da fare prima di essere considerati dagli altri giocatori NBA degni di appartenere alla loro stessa categoria. 

Gli scherzi e le “torture” a cui vengono costretti ogni anno i novellini della NBA sono ormai una tradizione consolidata all’interno delle varie franchigie. Dopo tutto, una volta che questi giovani talenti riescono a fare il salto al piano di sopra ed a strappare un contratto garantito, realizzando il loro sogno, è giusto che vengano messi alla prova dai compagni di maggiore esperienza. Anche se nella maggior parte dei casi più che di prove si tratta di nonnismo vero e proprio: il veterano della squadra chiede di portare le borse al rookie? Quest’ultimo non può esimersi. Così come deve avviarsi all’allenamento almeno 15 minuti prima, ogni giorno, in modo da poter passare a prendere le ciambelle per i compagni.

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Jordan Clarkson, scelto con la n.46 dai Lakers nel Draft di fine giugno. In un’intervista per il sito ufficiale dei gialloviola, Nick Young ha confidato che ha imposto al prodotto di Missouri di chiamarlo per tutta la stagione “Daddy Swag”. E non si è salvato neanche Julius Randle, la top pick su cui Los Angeles punta tantissimo già a partire da questa stagione: nel suo caso, però, Young non ha voluto svelare con quale soprannome ha deciso di farsi chiamare, il che non deve essere proprio un bel segno per la settima scelta assoluta dell’ultimo Draft.