La mia estate baskettara col mercato NBA

Ormai è passato un mese, se contiamo le operazioni del Draft. Il mercato NBA ha regalato i suoi botti e le sue aspettative violate. Firme sicure, altre sorprendenti. Scambi attesi da tanto, altri invece pure formalità per nuovi contratti di esigenti giocatori per ambiziosi team.

Certo è che il semaforo verde che si è acceso ufficialmente il 10 luglio, ma ufficiosamente con il Draft, ha dato un mercato che è solo la conseguenza di quello della offseason 2013. Il 2013 ha dato il via alle clausole del contratto collettivo, con aumento della luxury tax per ogni anno che passa e quei 63 milioni di dollari del cap che non sono più così flessibili come poco tempo fa. Perché, se non fosse stato per questo cap e per la paura della famigerata tassa, i Clippers avrebbero avuto a roster sia Bledsoe che JJ Redick e gli Heat non si sarebbero privati del preziosissimo Mike Miller, o i Knicks non avrebbero iniziato a cercare insistentemente di cedere Stoudemire. 17 trade sono avvenute dal 10 luglio al 25 ottobre, quando i Wizards presero Gortat da Phoenix. Ora come ora, dal 10 Luglio 2014 ad oggi sono stati ufficializzati 11 scambi. Non è solo la quantità (maggiore di uno per quest’anno, attualmente), ma anche la qualità: l’anno scorso abbiamo visto cambiare maglia i portabandiera dei Celtics, Bledsoe, due volte Caron Butler, Gortat, il nostro Bargnani e Jrue Holiday. Quest’anno, i pezzi da 90 hanno lasciato le vecchie squadre firmando nuovi contratti; il nome più di spessore che ha cambiato maglia con uno scambio è il gruppo Tyson Chandler – Calderon – Felton, cui si aggiunge Afflalo, per il resto si tratta quasi solo di contratti scomodi da scaricare, non garantiti che verranno cancellati dal libro paga o, nel caso dei Celtics con Tyler Zeller, di gente che deve ancora farsi le ossa nella NBA. Come mai tante grosse trade lo scorso anno e non questo? Ovviamente, perché i pesci grossi erano tutti nel bancone dei free agent. Soprattutto perché era il primo vero “mercato – giovani” degli ultimi anni: molti dei draftati dal 2010 in poi erano liberi e su di loro c’erano tutte le aspettative contrattuali. I veri protagonisti sono stati certamente i vecchi Heatles e Anthony, più Pierce, Deng e Gasol. Ma è stato soprattutto il mercato dei Bledsoe, dei Monroe, di Evan Tuner, Stephenson e Hayward. Le richieste erano anche per Isaiah Thomas, Ed Davis, Bradley. Giocatori giovani ed energici che forse non saranno mai delle stelle, almeno nel presente, ma che servono comunque come pietre fondanti delle prossime franchigie NBA. Un mercato basato su scambi di molte scelte future, più che su contratti di giocatori attuali. Perché nell’economia dei giovani, il futuro è già presente.

LeBron e Melo fanno una scelta di cuore, tornando a Cleveland e rifirmando per i natii Knicks. La rivincita degli Heat, che potevano puntare al rebuilding ma che hanno preferito essere ancora competitivi; il ritorno dei Cavs ai playoff, ormai scontato, senza dimenticare Kevin Love; la sconfitta dei Rockets e la genesi dei nuovi Knicks. Tutti temi che la gente ricorderà molto bene, di questo mercato 2014. Ma non sono solo i ricordi dei cambi di maglia a riecheggiare nella mente dei tifosi. Sarà anche il valore dato ad alcuni giocatori che saranno il futuro della NBA, nel bene o nel male a seconda dei casi. In alcuni casi, un futuro proporzionato a quello che il presente ha fatto vedere. In altri, a parer personale, sopravvalutazione TEMPORANEA del talento messo in mostra. Abbiamo esempi per ogni tipo: Lance Stephenson per il primo, Gordon Hayward per il secondo. Entrambi legati a Charlotte, in due diversi modi. Il primo è stato il piano B degli Hornets: triennale da 27 milioni di dollari, dopo aver rifiutato i 44 con Indiana. Born Ready era l’alternativa proprio all’ex Butler, con i Jazz che hanno pareggiato l’offerta fatta da Michael Jordan: un quadriennale da 63 milioni di dollari complessivi. Se un contratto si basasse sulle prestazioni personali, si potrebbe fare una giustificazione. 16.3 PPG vs 13.8; Hayward vince. 5.2 a 4.6 assist; Hayward 2 -0. Stephenson domina a rimbalzo, ma perde nel PER di 1.5 punti. Tuttavia, anche se con una squadra decisamente migliore del talentuoso bianco dei Jazz, Stephenson ha raggiunto la postseason negli ultimi tre anni con 10.6 punti a partita. A Hayward, invece, un solo turno di playoff, perso con un cappotto e a 7 punti di media. Visto che i playoff contano più della regular, decisamente immeritato il contrattone da 16 milioni a stagione. Sopra di lui, tra le firme di quest’estate: Carmelo a 25 milioni, Bosh con 23, LeBron a 21. I contratti esagerati a Marvin Williams (14 milioni per due anni), Isaiah Thomas (stesso di Stephenson), Birdman (10 milioni due anni) sono un segno: i piccoli mercati stanno emergendo, si sta puntando alla parità dei team e, pur di non perdere un giocatore, si fanno più frequentemente offerte folli per poterlo avere a roster e altrettanto folli tentativi di trattenere da parte del precedente team. Non sempre è cosa buona e giusta, come non lo è stata in passato (chi si ricorda Joe Johnson o John Salmons sa bene di cosa sto parlando). E come non lo sarà per i Detroit Pistons. Dei 63 milioni sul cap, nel 2014 4,5 saranno usati per Caron Butler, 3 per Augustin e 6.5 per Jodie Meeks. Il triennale da 19 milioni destinato all’ex Lakers è un altro esempio di contratto sopravvalutato, per quanto abbia avuto quasi le medesime cifre di Stephenson, ma espressi nella desolazione dei Lakers. Per non parlare poi di Josh Smith: con i Kings alla porta, Stan Van Gundy intende tenere l’ex Hawks tra le sue fila. Un’occasione per cedere un fallimento dell’ultimo anno dell’era Dumars sfugge così tra le dita dell’executive dei Pistons, che avrebbe potuto puntare su Greg Monroe, la cui permanenza appare ora molto ardua. L’estate in cui Phoenix affronta la faccenda Bledsoe con più di un pensiero, della confusione dei Celtics con troppe guardie e dei Lakers che hanno fallito miseramente in tutto e per tutto, nonostante l’approvazione di Kobe.

È la fine del grande esodo europeo in NBA. Il contratto di Mirotic, che con i suoi 5 milioni di dollari diventa il rookie europeo più pagato della storia della Lega, mostra che pochi sono i nostri continentali vogliosi di giocare nella NBA e più tentati dalle alternative che l’Eurolega può offrire. Semplicemente, perché non tutti sono Gasol, Nowitzki o Pekovic per giocare nella Lega stelle&spicchi. Dei 35 europei scelti nella top 30 dal 2006 al 2014, solo 23 sono rimasti a giocare in America, solo Belinelli ha vinto il titolo NBA e Joakim Noah l’unico a diventare All Star. Negli ultimi anni, si vede l’evoluzione del Canada, con 11 scelte canadesi dal 2006 al 2014. E il numero sembra destinato a crescere. Non si dice che l’NBA abbia abbandonato l’Europa, tutt’altro: gli stili di gioco delle leghe dalla nostra parte dell’Atlantico affascinano i dirigenti americani e gli Spurs hanno fatto del pick n roll europeo, con Parker e Diaw, una chiave del titolo 2014. Se l’NBA avesse accantonato l’Europa, David Blatt non sarebbe diventato il coach dei Cavs e l’esperienza di Ettore Messina non sarebbe stata richiesta dallo staff di Popovich. Ma qui non si parla della sapienza cestistica europea. Qui si parla di un tipo di giocatore apprezzatissimo, il player (molto spesso un quattro o un cinque) dai piedi versatili capace di giocare dal post nato e cresciuto in Europa, che è diventato una razza in via d’estinzione e che ha in Marc Gasol e Noah gli ultimi veri baluardi maturi, dato che Valanciunas deve ancora svilupparsi. E proprio per questo, in questo mercato 2014, Nowitzki e Gasol sono stati messi in cassaforte. Con triennali da rispettivamente 25 e 22 milioni, sicuramente poco per quello che sono valsi in passato. Ma sono gli ultimi contratti di un certo spessore, prima dell’estinzione della specie.

L’Ovest rimane praticamente invariato, nelle prime 10. I Rockets e i Clippers escono indeboliti, per la perdita di Parsons i primi, per la perdita di coesione del gruppo i secondi. Ancora in ballo con la faccenda Sterling, che potrebbe rimanere proprietario; Doc minaccia di andarsene, CP3 di non giocare, mentre Collison e Granger hanno proprio abbandonato la nave. Portland dipende dalla scelta di Mo Williams di rimanere o meno, i Thunder soffriranno l’assenza difensiva di Sefolosha. Dallas e Golden State non saranno forse delle contender, ma sicuramente saranno molto più minacciose dell’anno scorso, soprattutto i Mavericks. Tutti guardano con occhi voraci agli Spurs, che impassibili mantengono il loro roster e aggiungono “solo” Messina e, ora come ora, sono ancora i più gettonati per giocarsi la serie di giugno. Dallas risale e lascia a Memphis e Phoenix il duello per gli ultimi posti. Le otto del 2014 si giocheranno l’accesso alla postseason 2015 assieme a Nuggets, Suns e a dei Pelicans che potrebbero essere mina vangante.

Ma la vera domanda è: la Eastern Conference è finalmente competitiva, dopo anni desolanti? Più dell’anno scorso sicuramente: Brooklyn si è indebolita esponenzialmente con l’abbandono di Pierce, che ha deciso di rinforzare una Washington diventata tra le squadre più pesanti della Conference e, forse, della Lega. Miami riprende da dove aveva lasciato quattro anni fa: prende un altro ex Cleveland e, con un team dove Bosh sarà leader, non vuole mollare il trono dell’Est. Cleveland ha quattro prime scelte a roster, e con LeBron di nuovo a casa può sognare di andare lontano, nelle prossime stagioni. Chicago diventa più forte di quanto non fosse l’anno scorso, perché l’aggiunta di Gasol permette di formare un duo di lunghi europei unico nel suo genere e di essere efficiente inserendo Gibson al posto di uno dei due, cosa che con Boozer non era possibile e che obbligava Noah ad un più alto minutaggio. Toronto diventa un avversario temibile, perché non cambia nulla nell’assetto da terzo posto e anzi ci guadagna Lou Williams, che allarga ulteriormente il campo per coach Casey. Atlanta aggiunge in Sefolosha il difensore che cercava e riaccoglie Al Horford, pronto a dare battaglia dopo un anno di assenza dal campo. Charlotte perde i Bobcats e guadagna gli Hornets, esperienza e talento con Marvin Williams e Stephenson. Le otto della passata edizione, più Cleveland e i Knicks: la lotta per la griglia dei playoff è ora estesa a 10 squadre più omogenee, mentre le altre dovranno per forza di cose vedere i playoff in TV. Non siamo ancora ai livelli di competitività dell’Ovest, ma almeno non si rischierà di avere una delle otto con un record sotto il 50%.

Il mercato non è finito fino alla deadline di Febbraio: da quando questo pezzo sarà pubblicato a quella data può accadere veramente di tutto. Finora ci siamo divertiti a vedere i trasferimenti e i cambi, che non sono ancora finiti e che ci stanno dando un’idea della NBA come sarà, all’incirca, da Novembre in poi. Onestamente, era da un anno che aspettavamo che arrivasse il mercato di questa incandescente estate.

foto: raining3s.com