La NBA e le competizioni internazionali: il Team USA può svoltare la carriera

Al termine del Mondiale dominato dagli Stati Uniti, l’opinione pubblica americana si è spaccata in due correnti di pensiero. La prima ritiene che giocare le competizioni internazionali con il Team USA aiuti i giocatori a crescere ed a migliorare le proprie prestazioni nella successiva stagione NBA: a sostegno di ciò, molte penne autorevoli della stampa a stelle e strisce (Bill Simmons di Grantland su tutti), utilizzano l’esperienza mondiale del 2010 per delineare il punto di svolta nella carriera di Kevin Durant; questo perché i giocatori traggono solo beneficio dall’affrontare i migliori provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto generalmente acquistano maggior confidenza dall’essere selezionati per il Team USA. La seconda, invece, sostenuta soprattutto da proprietari e dirigenti, ritiene che  rinunciare ad un bel riposo estivo, soprattutto per i veterani reduci dai playoffs, sia un grosso errore. Per non parlare poi della possibilità di infortunarsi gravemente, come accaduto a Paul George nel cammino di preparazione verso il Mondiale.

Simple Projection System

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La NBA ha dato il permesso ai suoi giocatori di prendere parte alle competizioni internazionali a partire dal 1992, quando è stato formato il celebre Dream Team olimpico, il più forte e dominante di sempre nella storia degli USA. Andiamo a vedere come questi giocatori hanno reso all’interno della lega americana, dopo aver passato l’estate all’estero per i Mondiali o le Olimpiadi. Facendo una media tra tutti i giocatori impegnati negli ultimi vent’anni, esce fuori un +1,6% per quanto riguarda le “win shares”, +3,0% per le “win shares per 48 minutes” e -1.6% per l’efficienza.

Questi dati non sembrano confermare né tanto meno smentire le argomentazioni a favore o contro la partecipazione internazionale. Ma bisogna tenere in considerazione il trend degli ultimi anni. Prendiamo ad esempio la spedizione americana del 2010, che ha conquistato l’oro in Turchia: Tyson Chandler ha vissuto un’annata seguente spettacolare, diventando il pilastro dei Mavericks che si sono laureati campioni NBA, Russell Westbrook è emerso in qualità di All-Star, Derrick Rose è diventato l’MVP della stagione regolare. Per non parlare anche dei vari Steph Curry, Eric Gordon, Kevin Love e Lamar Odom, che hanno vissuto un’annata in crescendo.

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Più in generale, vale la pena notare come da quando Mike Krzyzewski ha preso in mano il comando delle operazioni dopo il fallimento del 2006, i giocatori passati per il Team USA hanno sempre avuto dei miglioramenti immediati. Ed è interessante notare anche che le uniche selezioni che non sono state capaci di vincere l’oro (2002, 2004 e 2006) erano formate da giocatori che nella seguente stagione NBA hanno ottenuto i risultati peggiori, escluso ovviamente l’originale Dream Team del 1992, i cui componenti avevano quasi tutti già toccato l’apice delle loro carriere. Ciò può essere dovuto al fatto che in quelle tre competizioni il Team USA è stato gestito più come una raccolta di All-Star già affermati che come una squadra vera, con tanti giocatori vogliosi di affermare il loro status di superstar.

Ed infatti il lavoro di coach K è da inquadrare nell’ottica di avere giocatori quanto più possibile motivati a giocare per gli Stati Uniti, che non vedano la Nazionale come una sorta di All-Star Game, bensì come vetrina e occasione per crescere soprattutto dal punto di vista mentale. Se anche nella prossima stagione NBA dovesse confermarsi il trend positivo riguardante i giocatori reduci dall’esperienza con il Team USA, allora proprietari e dirigenti farebbero bene a pensarci due volte, prima di dire no alla loro stella emergente, desiderosa di prendere parte ad una competizione internazionale.