La rivincita dei normali: il titolo del supporting cast di Miami

Quando si pensa ai Miami Heat il primo nome che viene in mente è ovviamente quello di LeBron James per poi finire inevitabilmente a parlare dei Big Three, come se questi fossero gli unici in campo per coach Spoelstra. Come ben sappiamo il basket è uno degli sport che più di tutti incarna il concetto di spirito di squadra, da soli non vince, ed è per questo motivo infatti che mi sento in dovere di parlare del “supporting cast” dei Miami Heat, un gruppo di ragazzi che non avrà lo stessa fama dei Big Three, lo stesso conto in banca o lo stesso talento ma che si è rivelato ugualmente fondamentale per vincere l’anello.

Partiamo da Ray Allen perché lui è un caso a parte, definire He Got Game come un giocatore da supporting cast è una blasfemia ma è comunque un ruolo che ha accettato lui per vincere un altro anello. Bisogna ammetterlo, quando ha lasciato Boston per Miami si è inimicato una moltitudine di fans ma a Ray non è mai interessato, voleva cambiare aria e voleva vincere facendo il suo gioco, per questo è andato a Miami dove si è dimostrato utilissimo e molto duttile. Ray ha giocato come ricambio di Wade ma anche insieme a lui e in certi momenti si è improvvisato anche portatore di palla, l’età in certi momenti si è fatta sentire, ad esempio contro l’esplosività delle giovani guardie dei Pacers, ma ha giocato una serie finale davvero enciclopedica dimostrando che per essere vincenti non serve segnare 40 punti, non serve solo il talento ma anche la lucidità, l’etica e la forza mentale per essere sempre pronti a mettere il tiro decisivo, anche se è l’unico che si prende in tutta la partita, anche a 37 anni. La tripla del pareggio negli ultimi secondi di Gara-5 è la fotografia perfetta del suo anello. He Got Game, Jesus Shuttlesworth, Ray Allen.

Ray Allen sarà stato anche l’unico giocatore non facente parte dei Big Three a raggiungere la doppia cifra di media nei Playoffs ma a inseguirlo in questa statistica c’è un altro giocatore che ha marchiato a fuoco queste Finals con il suo impatto: Mario Chalmers. Il ragazzo proveniente dall’Alaska nei Playoffs è migliorato in ogni ambito statistico e la sua intensità è cresciuta oltremodo nelle Finals, i suoi 8.6 punti stagionali sono diventati 9.4 nei Playoffs e quasi 11 nelle Finals, per non parlare delle sue percentuali al tiro da 3 che nella serie finale hanno superato il 40%. Mario ha giocato con lucidità e intensità anche in difesa dimostrandosi uno dei migliori disturbatori della NBA sulle linee di passaggio mentre in attacco si è sempre dimostrato pronto diventando addirittura il vero e proprio braccio destro di LeBron in Gara-2 e in Gara-6. ‘Rio è nato per giocare nelle partite importanti: mise il tiro del pareggio allo scadere nella finale NCAA tra la sua Kansas e la Memphis di Derrick Rose (Kansas vinse nell’OT) e anche nelle finali dell’anno scorso ha fatto la differenza, vederlo di nuovo decisivo quindi non mi stupisce.

Le chiavi di queste Finals però rischiano di essere i due giocatori che più di tutti hanno visto la panchina: Shane Battier e Mike Miller. Vi ricordate le Finals 2012 contro OKC? Battier dominò le prime gare tirando in maniera perfetta mentre Mike Miller assegnò il titolo agli Heat con 23 punti con 7/8 da 3 nella decisiva Gara-5. Quest’anno invece è stato Miller a partire fortissimo con i 9 punti in Gara-2 e i 15 in Gara-3 ma è stato Battier a chiuderla con 18 punti e 6/8 da tre in Gara-7. La particolarità sta nel fatto che Miller non si era praticamente mai visto in questi Playoffs mentre Battier era stato dato per scomparso nel periodo tra Gara-5 contro Indiana e Gara-5 contro San Antonio ma quando sono stati chiamati in causa hanno sempre fatto bene: Battier ha difeso alla grande contro guardie, ali piccole e ali grandi mentre Miller ha sempre dato più di tutto buttandosi su ogni pallone in maniera quasi eroica considerando la sua situazione fisica. Inutile dire che il mio titolo di MVP morale va proprio all’ex Florida Gators.

Ma vogliamo parlare di Udonis Haslem e David “Birdman” Andersen? Il primo ha avuto la peggior regular season della sua carriera statisticamente parlando mentre il secondo è rimasto free agent per metà stagione, d’altronde era troppo vecchio per continuare a fare le sue giocate di energia, non ha più benzina, almeno così dicevano. Invece com’è finita? Haslem nei Playoffs è salito di livello e si è rivelato importante contro Milwaukee, utile contro Chicago e oltremodo fondamentale contro Indiana, in finale però ha giocato meno ma è stato comunque incisivo.
Andersen invece rappresenta una delle storie più belle di questi Playoffs. Arrivato a furia di contratti temporanei da dieci giorni ha poi ufficializzato un contratto da 699’000 dollari fino a fine stagione ma quello che nessuno poteva sapere è che il Birdman si sarebbe rivelato più decisivo che mai: pur giocando solo una volta per più di 20 minuti in tutti i Playoffs e senza grandi statistiche ha sempre svoltato le partite con il suo impatto, lo sa benissimo Indiana e lo sa ancora meglio San Antonio che si è vista questo ragazzone pieno di tatuaggi buttarsi su ogni pallone e difendere con tutta l’energia del mondo ma anche, siamo onesti, con più competenza tecnica di quanto ci avesse abituato nella sua carriera.
Sia Andersen che Haslem hanno alternato partite ottime a giornate in cui non sono stati nemmeno impiegati dimostrando che bisogna sempre essere pronti a fare la propria parte, non conta quanto si giochi.

Norris Cole invece può vantarsi di essere uno dei giocatori più vincenti in attività, l’ex Cleveland State infatti ha vinto il secondo titolo in due anni di carriera NBA. Quest’anno il giovane Cole ha aiutato parecchio i suoi compagni diventando soprattutto costante al tiro da 3 punti (36% in stagione e addirittura 53% in postseason), possono confermarvelo i Chicago Bulls che hanno subito mediamente 11 punti a sera dal numero 30 di Miami, ma anche a Indiana si ricorderanno bene di lui, specie per come ha giocato Gara-6 e Gara-7. In finale può non aver spostato più di tanto ma non provate a dire che non si sia meritato questo titolo.

Un pensiero anche a chi il campo lo ha visto poco o mai come Joel Anthony, Rashard Lewis, Juwan Howard e James Jones. Il solo fatto che Anthony abbia due titoli è meraviglioso, la dimostrazione che con l’impegno si può raggiungere qualsiasi obbiettivo, stesso discorso vale per James Jones che ha deciso di dedicarsi al basket pur cantando meglio della gran parte dei cantanti in attività. Lewis si meritava un titolo dopo la cavalcata con Orlando nel 2009 e Juwan Howard si è meritato un premio per la sua stagione da “assistente allenatore onorario”, LeBron James e Wade infatti hanno spesso detto che le sue parole infatti sono sempre state fondamentali in spogliatoio. E se tra qualche anno Juwan Howard alzerà al cielo un titolo come capo allenatore? Chissà.

Questa è la rivincita dei normali, la dimostrazione che pur non essendo alti 210 centimetri, pur non saltando più di un metro da fermi, pur senza il più grande talento del mondo si possono comunque raggiungere traguardi speciali, talvonta impensabili, basta solo impegnarsi, allenarsi e crederci sempre. Può sembrare retorica o buonismo, ma questi ragazzi ce l’hanno dimostrato.

Photo: Il supporting cast festeggia il titolo 2013 insieme allo staff e ai Big Three // Huffingtonpost.com