La rivoluzione di Tom Chambers, il padre degli unrestricted free agent

All’inizio di luglio c’è stato grande fermento nel mondo della NBA: tutti volevano conoscere il futuro dei vari LeBron James, Carmelo Anthony e gli altri free agent di livello. Mai come in questa estate è stato palese che i giocatori hanno ormai un potere enorme in fatto di free agency, dato che possono valutare tutte le varie opzioni e poi scegliere a piacimento la loro futura destinazione. In pochi si rendono conto di quanto ciò sia importante, soprattutto se si considera che solo un quarto di secolo fa le stelle più luminose di questo sport avevano poca, per non dire nessuna, voce in capitolo per quanto riguarda il loro futuro.

Prima dell’estate del 1988, gli unrestricted free agent erano una sorta di utopia. Fino ad allora, infatti, l’unico modo in cui un giocatore poteva lasciare la squadra che lo aveva scelto era tramite una trade, e nei rari casi in cui qualcuno ha firmato con un’altra squadra come free agent, la franchigia “tradita” è stata “risarcita” in maniera significativa sotto forma di giocatori o chiamate al Draft. Al termine della stagione 1987-88, Tom Chambers si era ormai affermato come giocatore di qualità: l’MVP dell’All-Star Game dell’87 aveva tenuto un’ottima media di 20.4 punti nel corso dei 5 anni trascorsi con i Seattle Supersonics, tra le cui fila era approdato dopo aver chiesto ai San Diego Clippers, che originariamente lo avevano scelto al Draft, di cederlo. Nella Emerald City non solo ha viaggiato con numeri di assoluto rispetto, ma ha anche recitato un ruolo da protagonista nella squadra che nel 1987 è arrivata fino alla finale della Western Conference.

Nella offseason dell’88, però, Chambers si è reso conto che negli anni a venire avrebbe avuto poco spazio, dato che il reparto lunghi già comprendeva Xavier McDaniel, Derrick McKey e l’ultimo arrivato Michael Cage. Tom appariva abbastanza restio ad adattarsi ai piani futuri del front office dei Sonics, rinunciando così ad un minutaggio elevato, e quindi lo scenario che gli si prospettava era il seguente: Seattle lo avrebbe ri-firmato e poi scambiato ad un certo punto della stagione, d’altronde è così che dovevano andare le cose, se si voleva cambiare squadra. Ma tutto è cambiato quando Larry Fleisher, storico presidente del sindacato dei giocatori, chiamò l’agente di Chambers, dicendogli di tenere in mano la qualifying offer dei Sonics perché a breve sarebbe potuto accadere qualcosa di rivoluzionario della NBA.

Ed effettivamente è andata così, perché poco tempo dopo è stata perfezionata una revisione del contratto collettivo, consentendo ad alcuni giocatori veterani il diritto di essere unrestricted free agent e quindi di scegliere la loro futura destinazione. Le condizioni che furono imposte sono le seguenti: per essere UFA, un giocatore doveva già aver avuto almeno due contratti e sette stagioni alle spalle nella NBA. Chambers soddisfaceva entrambi i requisiti e così è diventato il “padre” della free agency, segnando i successivi free agent con il suo esempio. “Decisi che mi sarebbe piaciuto andare in qualche squadra in cui avrebbero voluto veramente ingaggiarmi – ha dichiarato al tempo il lungo americano – E’ stato molto bello avere l’opportunità di scegliere io stesso la squadra, in base a chi mi voleva fortemente o a chi era disposto a pagarmi di più”. E così Tom scelse i Suns, dove avrebbe guadagnato più del doppio di quello che prevedeva il suo precedente contratto a Seattle: 9 milioni per 5 anni, non proprio quello che guadagnano oggi le stelle della lega, ma comunque una cifra ottima per l’epoca.

Nonostante ciò, la scelta di lasciare i Sonics non è stata facile per Chambers, che ha poi successivamente confidato di essersi sentito un po’ in colpa ad essere stato il primo giocatore nella NBA a lasciare volontariamente la sua squadra, senza che questa abbia ottenuto nulla in cambio. Nel corso degli ultimi 25 anni ovviamente Chambers ha assistito con grande interesse allo sviluppo del concetto di libero arbitrio: adesso i giocatori non devono neanche fronteggiare le restrizioni che c’erano al suo tempo, saltano facilmente da una città all’altra oppure si uniscono con altre superstar per provare a vincere un titolo.

Le due “Decision” di James non hanno fatto altro che mutare ulteriormente la free agency, ovviamente in favore dei giocatori, che adesso hanno un potere enorme nelle loro mani, e forse è giusto così, perché alla fine dei conti è su di loro che si regge la baracca. Anche se ciò ha in qualche modo “imbrogliato” gli appassionati delle varie franchigie, dato che non c’è più grande lealtà dei giocatori verso una squadra, come invece accadeva in passato. Sono sempre più una rarità i “Big Three” degli Spurs costruiti e non comprati, o gli Stockton e Malone, o ancora i Nowitzki. Ma allo stesso tempo adesso i giocatori non sono più costretti a rimanere con la franchigia che li scelgono, se essi non vogliono.