L’anno dei grandi ritiri: dopo Grant Hill lascia anche Jason Kidd

“June 3, 2013 – NY Knicks EVP & GM Glen Grunwald announced that NBA Great Jason Kidd has retired from playing professional basketball”. Forse un po’ freddo, ma nell’era delle 140 battute non c’è spazio per una conferenza stampa, anche se a ritirarsi è uno dei giocatori più forti degli ultimi 20 anni. Dopo Grant Hill, si ritira anche Jason Kidd, notizia arrivata dall’account twitter dei New York Knicks, prima ancora che dal giocatore. Si sa ancora poco delle intuibili motivazioni che hanno portato al ritiro l’ex Phoenix Suns, New Jersey Nets e Dallas Mavericks, ma il virgolettato di Jonah Ballow, giornalista che segue quotidianamente i New York Knicks, riporta le probabili ultime parole da professionista del secondo assistman di sempre nella storia della Lega.

“Quello nel basket professionistico è stato un incredibile viaggio, ma dopo diciannove anni deve finire”: questa è la frase riporta da Ballow, molto fredda da leggersi sul social network, molto meno se con l’immaginazione proviamo a toccare lo stato d’animo di Kidd, che nei suoi primi 40 anni di vita ha vissuto esclusivamente in funzione della palla a spicchi. Un giocatore incredibile, che ha interpretato il playmaking come forse nessun altro prima di lui, vista la sensazionale tecnica abbinata ad un fisico granitico, che lo ha reso, nei primi anni della carriera, un toro, semplicemente inarrestabile agli occhi degli avversari.

Snocciolare alcuni dei suoi incredibili numeri, come le dieci partecipazioni all’All Star Game, il titolo di rookie dell’anno, i numerosi quintetti All-NBA e NBA All-Defensive, non rendono merito ad un giocatore, che pur essendo partito da una base di talento più unica che rara, ha saputo migliorarsi ogni singolo giorno della propria carriera, come dimostra il traguardo del 40% al tiro da tre punti in singola stagione, ottenuto alla soglia dei trent’anni, dopo che sin dall’inizo della carriera aveva dovuto subire lo scherzoso, ma non troppo, soprannome di “Ason” perché il “J” (che sta per jumper, tiro in sospensione) non lo aveva mai avuto nel suo arsenale.

Questa è solo una delle infinite storie che si possono raccontare di un giocatore semplicemente unico, che ha vinto poco, solo un titolo con Dallas a 37 anni, ma che dimostra la sua unicità proprio nel modo in cui lo ha fatto, ovvero da leader, emotivo ma anche tecnico, avendo mantenuto il posto in quintetto e delle medie incredibili per tutto il corso di quei fantastici playoffs disputati dai Mavericks, che lo hanno definitivamente consacrato come uno dei più forti della storia del gioco.