Lavoro, passione e sacrificio ovvero: come il basket australiano è arrivato al top

Abbiamo ancora tutti negli occhi le NBA Finals di quest’anno. La classe di Duncan, un Ginobili ritrovato, il Kawhi Leonard MVP a ventidue anni e il solito sistema-Spurs che si conferma inevitabilmente vincente. Tutto vero, ma in questa filosofia, all’interno del “Segreto per un basket di successo” made in nero argento è entrato a far parte da un paio d’anni anche un australiano la cui specialità è mettere triple a ripetizione e non far sentire la mancanza di Tony Parker sul parquet. Il suo nome è Patrick (detto Patty) Mills, ed è la punta di diamante della nuova potenza emergente del basket mondiale: l’Australia.

La nostra storia comincia all’Australian Institute of Sport (AIS) di Canberra, la capitale australiana nonché la città che fa dire a tutti: “Ah, ma non era Sidney?”. All’AIS passano tutti i più grandi talenti sportivi del Paese, dal nuotatore Michael Klim al simbolo del calcio locale Mark Viduka. Non si sa perché, in qualche modo, l’Istituto deve avere un grande feeling con i cestisti, perché anche il precedente miglior giocatore australiano è passato da lì: parliamo di Luc Longley, uno dei giocatori di ruolo fondamentali per i Bulls dominanti dell’era Jordan.

E allora dev’esserci qualcosa di speciale in questo posto magico. Qualcosa che conosce molto bene Paul Goriss, attuale allenatore della selezione femminile dell’AIS e in passato coach di quella maschile, nonché uno dei grandi saggi del basket del suo Paese. Goriss è stato allenatore sia di Mills sia del suo attuale compagno agli Spurs Aron Baynes e si può dire che abbia dato effettivamente il via all’invasione di giocatori provenienti dall’Oceania verso la NBA, anche se attraverso percorsi diversi. Patty Mills infatti è passato da St.Mary’s, college californiano, dove è stato per due anni il leader indiscusso della squadra e uno dei migliori (e più sottovalutati) playmaker dell’intero college basket prima di venire selezionato da Portland al Draft del 2009, sprofondare negli abissi della D-League in Idaho, vagare tra il campionato australiano e quello cinese e tornare di nuovo in NBA, a San Antonio, passando dunque da una porta che definire secondaria è farle un complimento.

Mills con la maglia dell'Australia alle ultime Olimpiadi

Mills con la maglia dell’Australia alle ultime Olimpiadi

 

Baynes, un centro dalla mano morbida e dalla grande energia, ha invece scelto la via europea per sviluppare il suo gioco: lo abbiamo visto in Lituania (Lietuvos Rytas), Germania (Oldenburg), Grecia (Kallitheas) e Slovenia (Olimpia Lubiana) diventare un giocatore via via sempre più preciso ed efficace, fino alla chiamata di Gregg Popovich, che da subito ha mostrato una discreta fiducia in lui.

L’intera Australia vede in loro due il futuro della palla a spicchi “aussie”, e le stesse persone stanno dando al basket un significato sempre più importante. A Melbourne durante le Finals sono stati molti i locali a trasmettere la partita in diretta, la gente adesso parla (anche) di basket, Patty Mills è l’idolo indiscusso e il materiale a marchio Spurs fa registrare vendite record. Già, perché l’esplosione dell’aborigeno è stata talmente inaspettata che gli Spurs non hanno prodotto versioni “da vendita” della sua maglietta, e solo dopo le Finals Adidas Australia ha annunciato che verranno distribuite all’interno del Paese soltanto dopo l’estate.

Il club aussie in NBA però non si ferma al duo degli Spurs. C’è infatti un forte legame che lega Mills a un altro playmaker australiano che ha seguito esattamente il suo percorso. Stiamo parlando di Matt Dellavedova, compagno del numero 8 degli Spurs all’AIS nel 2007. Il legame tra i due è stato da subito molto forte, tanto da convincere Dellavedova a scegliere St.Mary’s per il suo percorso collegiale cominciato due anni dopo, per seguire il suo esempio come aveva sempre fatto durante quell’unico anno speso insieme nell’istituto di Canberra, così come testimoniano le parole dello stesso Dellavedova: “Quel primo anno all’istituto fu una grande esperienza di apprendimento. Patty si assicurava sempre che mi sentissi a casa e che fossi parte del gruppo, sia durante i pasti insieme sia durante le trasferte”. Come Mills anche Dellavedova ha preso in mano St.Mary’s (è diventato il leader di tutti i tempi per punti, gare disputate, percentuale da tre e assist), trasformandola in una grande rivale di Gonzaga per il titolo della WCC, e successivamente ha preso la strada verso la NBA, dove pur non venendo chiamato al Draft ha trovato un posto garantito nel roster dei Cleveland Cavaliers, chiudendo la stagione a 4.7 punti e 2.6 assist di media in quasi 18 minuti. Patty è ancora un esempio per lui: i due si scrivono spesso durante tutto l’anno e quando le rispettive squadre si incontrano trovano sempre un modo per andare a cena insieme. Anche questo vuol dire fare gruppo e avere ben chiaro il concetto di famiglia. Allargata in questo caso.

dellavedova

Matt Dellavedova in campo con i Cavaliers

I tre giocatori che abbiamo finora nominato sono sicuramente quelli più rappresentativi, o più “cool” in questo momento per il movimento cestistico australiano, che però non si limita certo a loro. La Nazionale australiana è una squadra vera, piena di opzioni offensive e difensive, gioca un sistema certamente orientato all’attacco sotto la cura di coach Brown (anche allenatore dei Philadelphia 76ers, ed è incredibile come semplicemente l’ambiente e il contesto del quale entri a far parte possa definirti come professionista), e altrettanto certamente molto futuribile. Pensiamo soltanto a Dante Exum, recentemente scelto alla numero cinque assoluta dagli Utah Jazz, che per oltre un anno è stato il singolo prospetto più intrigante della classe 2014 (anche perché quasi nessuno lo aveva mai visto giocare più di due partite), o a Ben Simmons, ala che vedremo nel 2015 al college a LSU ma che è stato nel mirino di Kentucky, Duke e Kansas, le tre grandi potenze storiche del basket di college. A questo gruppo giovane e fresco aggiungete un veterano NBA seppur dal fisico di cristallo come Andrew Bogut, un ottimo giocatore in Europa come Joe Ingles e ragazzi come Nathan Jawai e Andrew Ogilvy, entrambi atleti in grado di dire la loro nei maggiori campionati del Vecchio Continente ed otterrete una Nazione in rampa di lancio verso le vette mondiali. Sicuramente non in grado di vincere una medaglia d’oro olimpica domani, ma tra quattro anni? Chi può dirlo? Le variabili sono molte, ma Mills e Dellavedova hanno le idee chiare:

Mills: “Abbiamo i nostri obiettivi che stiamo cercando di raggiungere, e tra questi c’è il Mondiale di quest’estate. Nessuna squadra australiana ha mai vinto una medaglia, neanche nell’epoca di Andrew Gaze (considerato unanimemente il miglior giocatore australiano di sempre, ndr). Abbiamo la possibilità di fare la storia. Siamo ancora giovani: io ho 25 anni, gli altri ragazzi stanno crescendo…se riusciamo a rimanere uniti per i prossimi anni ci vedo come una grande potenza, come Spagna e Argentina in passato.

Dellavedova: “E’ decisamente un buon momento per il basket australiano. Siamo davvero concentrati a vincere una medaglia ai prossimi mondiali.

Ben Simmons (sx), Dante Exum (centro) e Felix Kalau Von Hofe (dx). La nuova Australia

Ben Simmons (sx), Dante Exum (centro) e Felix Kalau Von Hofe (dx). La nuova Australia

Ciò che è importante sottolineare è che l’Australia non ha costruito questa nidiata di talenti dall’oggi al domani. È stato necessario spendere capitali nel modo giusto e nei settori nei quali c’era più bisogno. L’AIS è una grande struttura, che opera a livello generale, ma che cerca di offrire il meglio per ogni disciplina praticata. All’interno lavorano, oltre agli allenatori, fisioterapisti, nutrizionisti, dietisti, medici di prima categoria. E lo fanno coadiuvati da strutture di livello NBA, tra cui una piscina super attrezzata per il recupero muscolare e, cosa da non sottovalutare, un’arena da 5.200 posti nella quale le squadre di basket femminile e maschile giocano le loro partite. Ne parla ancora Matt Dellavedova: “E’ un centro di eccellenza, vedi atleti olimpici girare per i corridoi, e non puoi che essere ispirato da ciò che ognuno sta facendo. I coach che ho avuto, Marty Clarke e Paul Goriss, mi hanno aiutato molto a crescere come giocatore e come persona. Avevamo tutto lì, ed era solo una questione di dare il massimo e ricevere il massimo dalle strutture e dai servizi disponibili, dai coach, alla nutrizione, alla psicologia, ai massaggi. Sono stato fortunato ad essere andato lì.

Investimenti mirati, formazione, duro lavoro, competenze. Gli ingredienti per il successo australiano sono stati coltivati nel tempo: adesso si raccolgono i frutti, e ciò che esce da questo quadro generale è una squadra pronta a togliersi grandi soddisfazioni già nel breve-medio periodo.