Le 7 storie più affascinanti da seguire nei playoffs NBA 2014

La regular season è terminata e tutta l’attenzione degli appassionati è già pronta a spostarsi completamente sui playoffs della NBA. 16 squadre in corsa, solo 1 si metterà al dito l’anello. In attesa dell’inizio, andiamo a vedere le storie più interessanti che ci offre questa post-season 2014. 

LA REDENZIONE DI SHAUN – In questo momento Livingston non dovrebbe nemmeno giocare a basket. Nel 2007 ha subito un infortunio così grave al ginocchio sinistro, che addirittura si era ventilata la possibilità di un’amputazione. Invece le cose sono andate abbastanza bene: ci sono voluti 20 mesi, ma alla fine Shaun ce l’ha fatta a tornare sul parquet della NBA. Dopo aver cambiato sette maglie nel corso di cinque stagioni, adesso finalmente sembra aver trovato una casa a Brooklyn. Ed i Nets hanno scoperto un giocatore di quello che si poteva anche solo immaginare prima del grave infortunio. Difesa, post-up, mid-range, comprensione superiore del gioco: queste sono solo alcuni degli aspetti per cui si è messo in mostra in questa stagione, diventando una delle pedine fondamentali di coach Kidd e addirittura la priorità di mercato per l’estate. Livingston sarà sempre il giocatore sopravvissuto ad uno degli infortuni più brutti della storia, ma adesso ha l’opportunità di chiudere al meglio un’annata memorabile, provando a scrivere il suo nome nel libro dei playoffs NBA. 

IL TRAMPOLINO DI LANCIO – I Bobcats si sono presentati ai nastri di partenza come una delle squadre più brutte da guardare. I Raptors hanno aperto l’anno con l’obiettivo playoffs, che sembrava però sfumato quando è fallito l’esperimento Rudy Gay. I Wizards hanno sempre puntato apertamente alla post-season, ma al massimo per uno degli ultimi posti disponibili. La logica non può spiegare cos’è successo dopo. Il rookie coach Steve Clifford ed il centro Al Jefferson hanno fatto rinascere Charlotte, soprattutto dal punto di vista difensivo (sesti per efficienza nella propria metà campo, ultimi nelle passate due stagioni). Toronto si è liberata di Gay ed il suo attacco, guidato da Lowry e DeRozan, ha avuto una crescita esponenziale nel corso della stagione. Wall ha giocato da stella assoluta (19.3 punti e 8.8), con la differenza che stavolta si è ritrovato un buon supporting cast. Anche se la loro avventura nei playoffs potrebbe finire subito, per queste tre franchigie la post-season non è altro che un trampolino di lancio, non la destinazione finale. Tutte e tre dovranno affrontare avversarie più esperte, ma sono qui per un motivo: hanno talento. 

LA MATURAZIONE DEI CLIPPERS – LA si presenta in questi playoffs come una delle più grandi incognite. La truppa di coach Rivers sembra a tutti gli effetti una legittima contender, ma sarà davvero così? Se escludiamo il sempre fenomenale Chris Paul (19.1 punti, 10.7 assist, 2.5 recuperi), non possiamo fare a meno di notare le grandi crescite che hanno avuto Blake Griffin e DeAndre Jordan. Il primo ha tenuto numeri da MVP (24.1 punti, 9.5 rimbalzi, 3.9), mostrando di essere molto di più che un tremendo atleta e schiacciatore; il secondo è migliorato molto soprattutto nella comprensione del gioco e sembra uno dei candidati più attendibili per il DPOY (10.4 punti, 13.6 rimbalzi, 2.5 stoppate). Se questi “Big Three” fanno paura a tutti, il problema è che il contorno ancora non convince appieno: innanzitutto perché gli infortuni sono stati un problema per tutta la stagione, con Redick, Crawford e lo stesso Griffin che si presentano ai playoffs non proprio al 100%. Inoltre, la difesa di squadra, pur essendo migliorata, non sembra essere così affidabile da arrivare fino in fondo. In ogni caso è innegabile l’ottimo lavoro che ha fatto Doc Rivers in pochi mesi: sotto la sua guida, i Clippers sono maturati molto, l’impressione è che manchi davvero poco per diventare una contendere a tutti gli effetti. 

AAA CERCASI I VERI INDIANA PACERS – I Pacers avevano bisogno della testa di serie numero 1, per il semplice fatto che al primo turno incontreranno così gli Hakws, ovvero una squadra con record negativo e senza il suo miglior giocatore da dicembre. Ma perché tutta questa preoccupazione dell’avversario? La risposta va cercata nella crisi profonda in cui è entrata Indiana da due mesi a questa parte: i ragazzi di Vogel non sono più gli stessi di inizio stagione né sul campo di gioco né mentalmente. In particolare, la loro difesa è sembrata vulnerabile rispetto al solito (102.3 punti concessi per 100 possessi), il che è un grosso problema, visto che sono il terzo peggior attacco in assoluto. I Pacers sembrano avere bisogno di un’iniezione di fiducia, e quale occasione migliore di quella di spedire a casa gli Hawks con un netto 4-0? Indiana ha bisogno di tornare a lottare per un obiettivo importante, solo così potrà ritrovarsi. 

L’ULTIMA CORSA DI “THE BIG FUNDAMENTAL” – Tim Duncan è vecchio. Se anche solo vi azzardate a pensare una cosa del genere, non basteranno 100 ave Michael e 200 padre Jordan per cancellare la vostra bestemmia cestistica. La sua carta d’identità potrà pure dire 37 anni, 38 il 25 aprile, ma il suo gioco è sempre lo stesso. Considerato che coach Popovich non ha concesso a nessuno dei suoi giocatori più di 29 minuti di media in stagione, prendiamo come esempio i numeri su una scala di 36 punti: Tim mette così a referto 18.7 punti, 12.0 rimbalzi e 2.3 stoppate, che sono numeri in linea con quelli che ha avuto per l’intera carriera (20.6 punti, 11.5 rimbalzi, 2.3 stoppate). Ma a Duncan, così come al resto della squadra, non interessano minimamente le statistiche, il miglior record della NBA, la percentuale di vittorie più alta e cose del genere: l’unico obiettivo è vincere un altro anello. Se dovesse riuscire a completare la mano, che al momento ne conta 4, non so se ci sarebbero ulteriori dubbi su chi sia l’ala grande più forte di tutti i tempi. 

DURANT VUOLE ESSERE IL N.1 – Mai avremmo immaginato che potesse essere un giocatore ancora migliore rispetto alle passata stagione. Kevin per larghi tratti ha fatto un altro sport, ha messo in riga tutti gli avversari con il suo gioco inarrivabile per chiunque. Praticamente a febbraio aveva già chiuso i discorsi per l’MVP stagionale, abbinando ad una capacità di fare canestro fuori dal comune, grande carattere e leadership: ha permesso ai Thunder di sorpavvivere nel selvaggio West senza l’infortunato Westrbook ed ha anche riscritto la storia. Ha segnato almeno 25 punti per 41 partite consecutive, ha raggiunto Chamberlain, Jordan e Baylor nell’esclusivo club di giocatori con una media di almeno 32 punti, 7 rimbalzi e 5 assist. Quest’anno Oklahoma parte tra le favorite, ma vedendo giocare KD l’impressione che si ha è che la domanda è quando, non se inizierà a vincere titoli. 

NOT ONE, NOT TWO... – Qualche incertezza rispetto agli ultimi anni ce l’hanno in quel di Miami. Vuoi per il continuo rimescolamento delle rotazioni, voi per gli infortuni continui di Wade, ma il three-peat appare tutt’altro che facile, considerato anche che ci sono diversi avversari con il coltello tra i denti e soprattutto sani. A South Beach, però, si vocifera che gli Heat non abbiano prestato grande attenzione alla regular season e che nei playoffs torneranno a giocare sui loro altissimi livelli. LeBron James è a 16 vittorie dalla storia: potrebbe trasformare Miami nella quarta squadra in assoluto a vincere tre titoli consecutivi, e guarda caso il loro percorso inizierà proprio contro i Bobcats di Michael Jordan. Per i prossimi due mesi non conterà il futuro, la free agency, la salute di Wade: conterà solo giocare al massimo delle proprie possibilità per essere consacrati nella storia.