Le due facce dei nuovi T-Wolves. Come risollevare la franchigia più perdente dell’ultimo decennio?

INTRODUZIONE – Negli ultimi dieci anni i Minnesota Timberwolves le han provate tutte. Male, per carità, ma tutte. Sono passati per tre General Manager, McHale, Kahn e Saunders, cinque allenatori, Casey, Wittman, McHale, Rambis e Adelman, provando ad investire, dapprima, su un gruppo giovane in grado di diventare a poco poco competitivo, per poi rinnegare questo approccio, acquistando sul mercato dei free agent giocatori ipoteticamente in grado di riportare immediatamente la franchigia a giocare la post season. Risultati? Zero. Per dieci anni. Per renderci conto del lasso di tempo intercorso dai playoff del 2004 ad oggi, basti pensare che all’inizio di quel Maggio, in cui i Timberwolves giocarono due strepitose serie di Playoffs, contro Sacramento Kings (vinta 4-3) e Lakers (Persa 2-4), l’Unione Europea allargava per la prima volta i suoi confini ad Est, annettendo ben dieci nuovi stati membri. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, ed è improbabile, visti i recenti sviluppi, che l’Unione possa ulteriormente allargare i suoi confini ad oriente, ma questa è un’altra storia. In questi anni fallimentari, per riprendere le parole di Tom Ziller, redattore di SBNation, la costante dei Timberwolves è stata una sola. Il suo proprietario, Glen Taylor. Chi pensa che i proprietari mettano bocca su questioni tecniche solo nel nostro sistema sportivo, si sbaglia di grosso. E’ risaputo, e non per le recenti parole del giustamente vituperato David Kahn, che Taylor è il principale motivo per cui Kevin Love si trova oggi a sognare un titolo nell’Ohio. Fu, infatti, una scelta dell’owner dei Timberwolves, quella di non garantire il massimo salariale, per una durata di cinque anni, alla stella proveniente da UCLA. Quel momento rappresenta l’ultima rottura, in ordine temporale, nella travagliata storia contemporanea della squadra delle Twin cities.

NUOVI METODI – Ad ogni modo, il passato è alle spalle, e i Timberwolves, grazie alla straordinaria intuizione di Flip Saunders, che, per utilizzare un linguaggio colloquiale, ha salvato capra e cavoli, si godono oggi il frutto di uno scambio, che in una certa misura sta già pagando diversi dividendi. Dall’arrivo di Andrew Wiggins, Anthony Bennett, Thaddeus Young, e grazie ad una sapiente cura dell’immagine della prima scelta Zach LaVine, l’incremento dei ricavi dovuti al merchandising e quelli relativi al numero di biglietti venduti per assistere alle partite dei Timberwolves sono dati di fatto. Minnesota, da questo punto di vista, sembra aver realmente cambiato rotta, e il ventisettesimo posto per numero di affluenza media al palazzetto a fine stagione verrà probabilmente rivisto. Oltre all’entusiasmo per l’arrivo dei nuovi giocatori, tra cui spicca Wiggins, il modo in cui il management ha presentato l’operazione del “post-Love”, è stato realmente efficace. La presentazione dei nuovi acquisti alla Fiera di Stato del Minnesota si è rivelata una scelta formidabile da parte della società, soprattutto a posteriori, vista la performance straordinaria di Wiggins, decisamente a suo agio, nonché divertente, nell’arringare al microfono i fan. La trovata ha ricucito, e di molto, il gap che si era creato tra squadra e tifosi, e l’impennata di amore è equivalsa ad un’impennata di acquisti di magliette e biglietti. Visto il grande successo dell’iniziativa, e sfruttando l’incredibile risonanza mediatica dei due ex freshman Andrew Wiggins e Zach LaVine, i Timberwolves hanno fatto sapere che i due si sfideranno in una gara delle schiacciate, il 29 Settembre, per inaugurare il training camp, che come al solito si terrà nel campus di Minnesota State University, a Mankato. Che l’idea sia geniale, pochi dubbi. Che la squadra abbia più visibilità di prima, anche. Se Taylor abbia fatto un colpaccio oltre che mediatico, anche sportivo, è più difficile da capire.

VECCHI PROBLEMI – Se i nuovi metodi per promuovere il marchio Timberwolves sembrano decollare, impossibile non parlare di quello che potranno ottenere questi ragazzi per quanto riguarda i risultati sportivi. Taylor potrà anche fregarsi le mani per aver ceduto l’odiato Love, ed aver preso giocatori molto interessanti, soprattutto mediaticamente, ma rischia, senza mezzi termini, per l’undicesimo anno di fila, di non arrivare ai Playoffs. Se il gruppo appare infatti molto talentuoso, questo non si tradurrà necessariamente in risultati sin dalla prima stagione, ed è difficile pronosticare un’esplosione sul modello dei Phoenix Suns, ed i motivi sono, per alcuni aspetti, quelli della scorsa stagione. Il reparto guardie, guidato da Rubio e Kevin Martin – non credo che quattro schiacciate, ed un eventuale contest vinto a Mankato, possano qualificare LaVine come giocatore da quintetto NBA – presenta grossi problemi, a livello difensivo, oltre che d’atletismo. Inoltre, con Wiggins, Young, Brewer e Budinger, i Timberwolves hanno molte ali, più tendenti a giocare da 3 che da 4, anche se probabilmente sarà Young a partire nel ruolo di ala grande titolare, cosa che preoccupa, visto che Pekovic, di cui le condizioni fisiche sono piuttosto oscure, ha grandissime qualità, ma nella sua metà campo non è certamente un giocatore brillante. Un quintetto comprendente Rubio, Martin, Wiggins – c’è chi ipotizza Brewer in quintetto, e spero che in quel caso, ci possa essere una mozione di sfiducia popolare, non tanto per Brewer, quanto perché a Minneapolis c’è bisogno di un salvatore, e l’unico che può incarnare quel ruolo, è proprio l’ex Kansas – Young e Pekovic, mi lascia perplesso, soprattutto in una Western Conference che appare come al solito super competitiva. Va detto, però, che il resto della rotazione sembra essere all’altezza, contando su Mo Williams, LaVine, Brewer, Budinger, Bennett e Dieng. Più incerto il futuro di Muhammad e Barea.

CHE FARE? – Il quesito è decisamente profano se paragonato a quello che si pose Cernicevskij, trattandosi di pallacanestro, ma ad ogni modo, è complesso dire oggi, se i Timberwolves sono vicini alla fine del tunnel, o se invece, non vi sono ripiombati pesantemente dentro. Forse nessuna delle due risposte è valida, ma pur nell’incertezza bisogna trovare delle sicurezze a cui appigliarsi. Posto che per tornare nuovamente nella mappa della NBA, schiacciate, Fiere di stato e magliette vendute servono, per invertire definitivamente una storia recente di sconfitte, bisogna portare risultati convincenti anche sul campo. E’ per questo che sarebbe il caso di far lavorare in pace il President of Basketball Operations/Coach Flip Saunders, anche solo per tributargli il giusto rispetto, per aver fatto uscire piuttosto agilmente la franchigia, da quello che poteva rivelarsi un terremoto ancor più distruttivo dell’addio di Kevin Garnett. E’ ora che Glen Taylor si faccia, si spera definitivamente, da parte.