LeBron James da solo sull’isola: anche il migliore deve inchinarsi ad una grande squadra

soloCorreva l’anno 2010. TD Garden, West End, Boston, Massachusetts. Era il 13 giugno e su uno dei parquet più carichi di storia si affrontavano i Los Angeles Lakers di Kobe, Gasol, Fisher e Artest (quando ancora manteneva il suo nome di battesimo) e i Boston Celtics dei Big 3 +1: Pierce, Garnett, Allen e Rajon Rondo. Serie finale, siamo alla quinta gara e siamo in perfetta parità: 2-2. Decisiva partita in un palazzo come sempre gremito in ogni ordine di posto, ma i Lakers, eccetto uno, non approcciano alla grande. I Celtics svolgono il solito grande lavoro di gestione, circolazione e difesa ma le speranze di Los Angeles, mai come in quella sera, passano per il vero padrone della franchigia: Kobe Bean Bryant.

Fu grazie ad un terzo quarto leggendario che oggi possiamo inserire nel nostro “gergo cestistico” l’espressione pronunciata per la prima volta dall’avvocato Federico Buffa ma forse già più volte pensata da coach Rivers: “Facciamo in mood che Kobe si senta DA SOLO SULL’ISOLA”. Un concetto, una chiave di lettura, un modo particolare di approcciare difensivamente contro uno dei giocatori più forti della storia del gioco. L’obiettivo era ovvio: facciamo che sia Kobe a crearsi i tiri, a costruirsi le situazioni per realizzare, ma non permettiamo a nessun altro di prendere tiri comodi. Strana ma efficace la mossa dell’attuale capo allenatore dei Clippers. Per i soli parziali: 17 punti in 6 minuti di gioco con 7/7 dal campo e 2/2 da 3. Il resto dei Lakers chiuse a 0 quel quarto, lasciando, così, il Black Mamba completamente da solo sull’isola. I Boston Celtics vinceranno quella gara 5 ma si inchineranno ai Lakers alla fine di una delle più belle serie finali mai giocate. Sinistramente, perché il caso non esiste e il destino quando ci si mette è più bravo del miglior regista di Hollywood, a Boston quella sera c’era Dwyane Wade, accompagnato da suo figlio Zaire. zaireSiamo a giugno del 2010 e non c’è ancora minima traccia dei Big Three a South Beach. La stella degli Heat, dopo quella scarica terrificante di Kobe scuote la testa, quasi incredulo per quello che ha appena visto. Eppure, a 4 anni di distanza, la storia si ripete, con lui sul parquet e con un altro grandissimo giocatore al suo fianco: LeBron Raymone James.

Le differenze sostanziali tra i due momenti, però, sono ben chiare e le affronteremo tra un secondo. Ma le similitudini, quelle numeriche e meramente statistiche, ci sono e restano intriganti. Abbiamo ribadito le cifre di Kobe nel terzo quarto di quel 13 giugno 2010 e notiamo come incredibilmente assomigliano a quelle di King James nel primo quarto di gara 5 delle appena concluse Finals: 17 punti 5/6 dal campo, 2/2 da 3 punti. La sconfitta arriverà per entrambi ma il “dolore” del secondo sarà incredibilmente raddoppiato rispetto al primo che, come detto, dopo quella sconfitta porterà i suoi alla vittoria finale. Solo numeri simili? Solo esiti diversi? Forse no. Alla base c’è la stessa identica idea di grandissimi giocatori “abbandonati” dai compagni di squadra. Ora i distinguo sono necessari. Quei Lakers trovarono in gara 6 e gara 7 un fantascientifico Pau Gasol e un muro difensivo come Ron Artest. Quei Lakers trovarono, grazie anche alla guida del maestro zen, la forza per rialzarsi e ribaltare la situazione. E ancora Kobe trovò il modo di scuotere dei compagni non ancora saturi di vittorie.

A Miami, invece, il percorso è diverso. LeBron, fin dall’inizio della serie finale, ha giocato una pallacanestro diversa, per certi versi che differisce dal resto della regular season, fatta soprattutto di isolamenti e giochi di visione. Ha tirato avanti, se escludiamo gara 1, conclusa comunque a quota 24 punti, 4 partite di fila a cifre straordinarie, quasi uniche. Eppure non ha trovato grande risposta dai compagni che, fino alla fine, lo hanno lasciato DA SOLO SULL’ISOLA. L’esempio lampante è la seconda gara di questa serie: James chiude con 35 punti, 10 rimbalzi e l’assist decisivo per la tripla di Bosh dall’angolo che regala la vittoria a Miami. LeBron tiene in vita la sua squadra fino ai limiti dell’umano ma poi si affida ai suoi compagni che, pronti, rispondono presente. Solo in gara 2, guarda caso l’unica vinta dai Miami Heat. Nelle altre, invece, James ha sempre cercato di coinvolgere i compagni, in ogni modo, non trovando granché. Wade, dopo una regular season comunque di gran qualità, è calato vertiginosamente nella finale di conference e nella serie finale; Bosh, esclusa gara 2, ha mostrato di riuscire ad essere importante solo a tratti, lasciando intravedere più gli aspetti negativi che quelli positivi. aloneE poi c’è lei, la grande assente che probabilmente è la principale causa della sconfitta di James & co: la panchina. La forza dei gregari è quella che ti spinge oltre, quella che ti aiuta a vincere un titolo, quella che ti porta a fare l’effettivo salto di qualità. Due anni fa era stato Miller il vero eroe delle Finals, mentre lo scorso anno senza Shane Battier che piazza quel clamoroso 7/8 da 3, forse staremmo parlando dell’unico titolo di James. Ma quest’anno no. Miller non c’è, Shane è completamente fuori dalla serie, così come gli altri: Chalmers e Cole a tratti disastrosi, Andersen non in perfetta forma fisica, Haslem poco e niente e i due nuovi acquisti ai margini di tutto. Allen è l’unico che prova a coadiuvare LeBron nella sua nobile impresa ma alla fine cade con il Re.

Kobe in gara 7 ha dato fiducia a Pau che ha risposto, ha dato fiducia a Fisher e Artest che lo fanno ripagato. James si è fidato di tutti i suoi compagni, cercando di guidare, cercando di spronare gli altri a “seguire la sua guida” (follow my lead), ma le risposte sono state pressoché nulle. James chiuderà come miglior realizzatore, miglior rimbalzista, miglior difensore per numero di palle rubate, miglior assist man e miglior tiratore (dal campo e da 3). Ma, sebben ora sia il principale obiettivo per ogni qual tipo di critica, anche lui, come Jordan, come Kobe e come tanti altri, è umano e ha bisogno di poter contare sull’apporto dei suoi compagni di squadra. Lo ha fatto ma non è stato ripagato, in nessun modo. Ovvio è che anche James non è esente da critiche, perché ha sbagliato tanto anche lui e sarebbe scorretto addossare tutta la colpa alla squadra eccetto lui.

Di fronte ad una squadra come i San Antonio Spurs c’era bisogno non del miglior James, non del miglior Wade, non del miglior Bosh e ne tantomeno del miglior Allen. C’era bisogno dei migliori Miami Heat, quelli che hanno scardinato gli stessi Spurs un anno prima. Quei Miami Heat che costringevano a scelte forzate Popovich pur di concedere il minor danno possibile. Stavolta, con grandissimo merito, il titolo va in Texas con degli Heat fin troppo arrendevoli. “Una noce non fa rumore in un sacco” insegna un antico proverbio, mentre, invece, una gran squadra batte 9 volte su 10 un grandissimo giocatore, anzi. La miglior squadra batte 10 volte su 10 il più forte giocatore lasciato da solo su un’isola.