Lo sportivo-eroe. Un ritratto di Joakim Noah

Primi anni 2000

Ci troviamo in un camp estivo organizzato per i migliori prospetti liceali americani. Nella palestra sono presenti allenatori, scout, giornalisti e semplici appassionati. I ragazzi si impegnano, sudano, cadono, tirano, raccolgono rimbalzi, stoppano, le schiacciate e gli alley-oop non mancano, ma non è questo ciò che gli addetti vogliono vedere. Durante le pause qualcuno parla con i coach in cerca della “next big thing” da reclutare, qualcun altro cerca solo di riposarsi, altri scherzano tra di loro. In campo è il turno dei cosiddetti ball boys, che qui chiameremmo raccattapalle, i quali sono anche responsabili di spazzare il campo così da renderlo più facilmente fruibile per i futuri fenomeni che incanteranno i parquet d’America e d’Europa.

La giornata termina. C’è chi ha vinto e c’è chi ha perso, perché la competizione è pur sempre finalizzata ad eleggere dei vincitori e degli sconfitti, ma il risultato interessa a pochi. Alcuni tornano a casa, altri si dirigono in albergo, altri ancora al più vicino fast food per mettere qualcosa sotto i denti. In palestra è rimasto solo lui. È un ragazzino un po’ gracilino: passione ne ha (ma se non hai passione perché dovresti recarti ad un evento liceale di pallacanestro?), ma talento davvero poco. Sa appena mettere la palla per terra, eppure “ci dà”, si impegna. Qualcuno lo osserva, scuote la testa e sorride. Il papà, ex discreto e istrionico tennista, guarda dagli spalti (che non possono mancare nemmeno nella più sgangherata delle palestre made in USA) un po’ sconsolato, ma consapevole che se quel testardo del figlio si impegna tanto qualcosa vorrà pur dire.

Fast forward numero 1. Georgia Dome, Marzo 2007

Joakim Noah è sul podio a festeggiare la seconda vittoria consecutiva dei suoi Florida Gators. Ha quadruplicato il suo fatturato di punti e triplicato quello dei rimbalzi rispetto alla stagione precedente. Nessuno parla di lui. Le stelle di quella squadra sono Al Horford e Corey Brewer, leader della squadra di Billy Donovan. Eppure Noah è lì sul podio, insieme a tutti i compagni, festeggia più di chiunque altro. Tutti i suoi compagni, la sua famiglia per due anni, sono ragazzi già abituati a vincere, ad essere in prima pagina sui giornali locali dai tempi del liceo, alcuni hanno vinto campionati Statali, sono stati nella cosiddetta “national conversation” per almeno un paio di stagione. Sono abituati al successo. Non Joakim. Joakim è arrivato a Gainsville con la non comodissima scia di “figlio di Yannick Noah”, tutti i giornali in Francia hanno riportato la notizia solo come semplice curiosità, come qualche tempo fa si è parlato del fratello dei Gasol preso in una high school americana. Noah era solo il “figlio di”, al suo primo anno non è stato altro che un giocatore di rotazione, una pedina marginale pur in un’altra squadra da titolo. A diciotto anni per Joakim ce n’era già abbastanza per accontentarsi, per vivere di ricordi e di felicità in eterno. In fondo era il figlio di uno dei migliori tennisti francesi di sempre e di una ex Miss Svezia, aveva già girato il mondo, vissuto nella ricchezza, aveva avuto l’opportunità di giocare a basket nel miglior posto sulla terra per farlo e aveva vinto un titolo nazionale che la maggior parte dei giocatori poteva solo sognare. Eppure non si era accontentato. Aveva passato l’estate in palestra, ad allenarsi da solo con il coach oppure semplicemente per i fatti propri, ed era migliorato a tal punto da diventare uno dei pilastri di quella squadra che pochi mesi dopo avrebbe completato uno storico repeat. Sul palco per la premiazione al Georgia Dome sono tutti piuttosto composti. Lui è incontenibile: maglietta ormai completamente fuori dai calzoncini, cappellino al contrario, la folta chioma al vento, espressioni facciali che sono tutte un programma. È sinceramente contento di trovarsi lì in quel momento. È felice e genuino come un bambino. È uno vero.

Florida JNoah AHorford CBrewer

Fast forward numero 2. Chicago, United Center. Marzo 2014

La NCAA scalda i motori per azionare la propria consueta pazzia. In una normale domenica sera (mezzogiorno a Chicago) Joakim Noah appone definitivamente il sigillo sulla Lega sportiva professionistica più competitiva al mondo. I suoi Bulls sconfiggono la corazzata Miami pur essendo in condizioni ambientali e di roster sulle quali si potrebbe scrivere un libro e lui è lì: un uomo solo al comando. Indica il papà sugli spalti, lussuosi e non più sgangherati come quelli della palestra del camp liceale, incalza la folla, incita i tifosi ad alzarsi in piedi come si farebbe nella sua Europa. Una città ai suoi piedi. A fine partita tutti pendono dalle sue labbra, qualcuno si avventura anche nel coro: “MVP, MVP” che personalmente condividerei anche, ma che poi pensi che ci sarebbero due altri giocatori a meritarlo di più e allora non puoi che piegarti alla legge che vuole il talento sopravanzare l’impegno. Delle cifre e dei record registrati dal francese quest’anno vi abbiamo già ampiamente parlato, e non è questo che ci interessa. Ci interessa proporre la figura di Joakim Noah come ultimo eroe sportivo dei giorni nostri. Cerchiamo di capire il perché.

Noah tra Ariosto e Di Canio

Joakim in italiano si tradurrebbe Gioacchino. Nessuno si permetterebbe più di battezzare il proprio figlio così ai giorni nostri, eppure mi sembra il nome perfetto per un Paladino ideato ipoteticamente da Ludovico Ariosto nel suo poema cavalleresco “Orlando Furioso”. Un Gioacchino starebbe benissimo tra la follia di Orlando e la forza mitica di Astolfo. Se questi due (i Durant e Lebron della situazione) incarnano perfettamente gli ideali di potenza, imbattibilità, e difesa della cristianità, di un ordine pre costituito tanto cari all’autore emiliano si può dire che in un’opera tanto completa e mastodontica manchi un eroe che rappresenti la potenza ottenuta attraverso l’impegno e il duro sacrificio nel corso degli anni. Uno alla Noah, capace per esempio di essere contemporaneamente il principale lungo della propria squadra e la primaria fonte di gioco e di assist per i compagni. Una cosa che non succedeva da un paio di ere geologiche, cestisticamente parlando.

Di cavalleresco c’è effettivamente poco però negli atteggiamenti di Joakim fuori dal campo, ambiente all’interno del quale è certamente un personaggio particolare. Rilascia pochissime interviste, e quando lo fa, come in occasione di quella recente con GQ, si sente agitato e oppresso, tanto da dover buttare giù un paio di “shots” di tequila per presentarsi più rilassato e sciolto. In molte squadre il gesto gli sarebbe valso come minimo una multa. Non ai Bulls, che hanno perdonato e chiuso un occhio per il loro leader spirituale e tecnico in assenza di Derrick Rose. A questo proposito, quando dopo la partita contro gli Heat gli hanno chiesto un commento sui cori che lo volevano MVP ha spiazzato nuovamente tutti: “(questi cori, ndr) Non mi piacciono perché il nostro MVP non sta giocando. Abbiamo un solo MVP, e si chiama Derrick Rose. E non si tratta di titoli di MVP, si tratta di anelli e spero di portarne uno qui un giorno”. Molto spesso è difficile spiegare e riscontrare il concetto di “attaccamento alla maglia” nel mondo sportivo americano: Noah incarna alla perfezione questo tipo di sentimento. Ha più volte dichiarato di voler rimanere a Chicago, dove si trova benissimo e dove è fortemente determinato a voler vincere, tanto da reclutare personalmente tutte le superstar possibili e immaginabili presenti all’All Star Game a New Orleans solo poco tempo fa. Anche per questo ci sentiamo di dire che Joakim Noah è a tutti gli effetti l’ultimo eroe sportivo presente al giorno d’oggi, e in questo è molto simile a un altro personaggio sempre diretto negli atteggiamenti e nelle parole, geniale in campo e con un rapporto strettissimo con la propria tifoseria: Paolo Di Canio.

Provate a tralasciare lo schieramento politico, del quale non ci interessa. Per Di Canio la Lazio era tutto, tanto da voler tornare in biancoceleste nonostante avesse altre offerte e la squadra romana attraversasse uno dei periodi più bui della propria storia. Come Joakim non nascose la propria avversione per Lebron James qualche anno fa, anche Di Canio non le ha mai mandate a dire ai propri avversari anche fuori dal campo, sfoggiando un tipo di atteggiamento che può piacere oppure no, ma che senz’altro non è costruito. Noah e Di Canio sono così come sono: due giocatori pronti a dare il sangue in campo, disposti a grandi sacrifici nonostante avessero avuto la possibilità di accontentarsi e tutto sommato di non spendersi oltre il necessario come hanno fatto molti colleghi nel corso degli anni.

Viviamo in un’epoca nella quale tutti possono avere accesso a tutto, un privilegio che Joakim Noah ha avuto sin da piccolissimo. Un’epoca nella quale valori e ideali si stanno dissolvendo sempre più velocemente. Un’epoca con così tanti problemi di tipo sociale che non basterebbero dieci enciclopedie ad elencarli tutti, eppure una speranza personalmente la vedo ancora. Personaggi sportivi come Joakim Noah ci ricordano ogni giorno l’importanza di lottare fermamente per ciò in cui si crede, ci ricordano quanto sia fondamentale credere nelle proprie idee e portarle avanti fino in fondo, nel rispetto degli altri e con passione. Joakim Noah ci insegna quanto sia ancora oggi fondamentale il lavoro duro, l’unico strumento attraverso il quale possiamo realizzare i nostri sogni, per quanto irreali ci possano sembrare. Qualcuno li bistratta e li disprezza, tacciandoli forse di poca concretezza, altri preferiscono ammirare il talento puro, altri ancora si basano soltanto sugli atteggiamenti un po’ scanzonati e troppo “in your face” fuori dal campo, ma ogni volta che lo vedo giocare ringrazio il cielo di averci donato Joakim Noah, l’ultimo dei romantici.