L’outing di Jason Collins. Obama orgoglioso, lo saranno anche i suoi compagni?

Playoff esclusi, la notizia principale del mondo NBA è senz’altro quella riguardante Jason Collins, che, sfatando un tabù, ha deciso di dichiarare su Sport Illustrated la propria omosessualità. La scelta ha pochi precedenti a livello mondiale, ed è la prima, per quanto riguarda le quattro leghe americane di riferimento (NBA, NFL, MLB ed NHL), motivo in più per considerare l’outing di Collins un momento storico per la comunità sportiva omosessuale.

Tra le tante, importantissime dichiarazioni di Collins (intervista assolutamente da leggere), una ha colpito particolarmente. “Sono contento di dichiararmi nel 2013 e non nel 2003. L’opinione pubblica ora la pensa diversamente”. E’ innegabile, senza giri di parole, che per tantissimi motivi, questa dichiarazione sia importante. Prima di tutto a livello generale, perché viviamo in un momento in cui i diritti della comunità gay si stanno ampliando sempre più, anche per quanto riguarda le spinose questioni del matrimonio e dell’adozione, ma anche per quanto riguarda la sfera personale, perché dichiararsi a 33 e non a 23 anni è, in parole molto crude, totalmente diverso.

Non è una cosa facile da dire, perché profondamente scorretta a livello morale, ma il fatto che Collins abbia vissuto nell’illusione di essere etero e successivamente nell’anonimato pur essendo conscio della proprio sessualità, ne ha agevolato la carriera e soprattutto il rapporto con i compagni di squadra. Il prezzo da pagare, però, è stato altissimo, come dimostrano i passi più duri dell’intervista, quelli in cui Collins dichiara di non dormire la notte e di aver vissuto chiaramente male e nell’anonimato pur di non mostrare a quel “circus” con così tanto riverbero mediatico, che è la NBA, il fatto di essere omosessuale.

Il coraggio per Collins è arrivato anche per via dal momento particolarmente sereno che sta attraversando la sua carriera, in cui, l’età, l’assenza di un contratto pluriennale e la fama di essere un professionista esemplare ed un modello per i compagni più giovani, ha permesso all’ex Stanford di fare la dichiarazione più importante della propria vita, senza paura di poter essere accantonato o non capito dalla Lega e dagli addetti ai lavori.

La NBA e David Stern, hanno infatti speso parole molto importanti per Collins, sostendendolo e rendendolo di fatto ambasciatore per un mondo ed una comunità che non è mai stato considerata rilevante per quanto riguarda lo sport.

Tra le dichiarazioni di stima più illustri sono arrivate pure quelle di Barack e Michelle Obama nonché di Bill Clnton, a dimostrazione di come l’apertura nei confronti degli omosessuali sia un punto cruciale per i democratici americani, che, sempre più procedono verso la concessione dei diritti fondamentali che ancora non sono riconosciuti alle numerosissime comunità gay d’America.

Tutto bene quel che finisce bene quindi. Non necessariamente.

Una storia del genere non può non far riflettere sull’arretratezza del mondo sportivo riguardo questa cruciale questione. Il fatto che Collins, nel 2013, sia stato il primo giocatore di pallacanestro a dichiararsi, e che lo abbia fatto a 33 anni, a carriera pressochè finita, è indicativo di come la questione sia piuttosto problematica. Il fatto che si concordi che Collins abbia fatto bene a fare questa dichiarazione a fine carriera piuttosto che all’inizio, perché è oggettivamente così, è molto problematico, sia a livello globale, come detto in precedenza, sia per quanto riguarda la storia personale che ha dovuto affrontare il centro ex Boston Celtics.

Malignamente non si può non immaginare la reazione che avrebbero potuto (e potrebbero) avere i compagni di squadra nel doversi allenare e di fatto convivere (perché i ritmi NBA ti portano ad essere 8 mesi continuativamente con la squadra) con un giocatore dichiaratamente omosessuale, per non parlare degli avversari.  Anche in questo caso, le risposte date da Collins, per quanto sia scaduti ad un livello più basso, sono state importanti. “La preoccupazione maggiore sembra essere il comportamento di un giocatore omosessuale in spogliatoio: nei miei 12 anni di carriera ho fatto tantissime docce e mi sono sempre comportato in modo professionale. Tutto questo non cambierà”. Quest’ultima dichiarazione non può che dimostrare l’ambiguità ed il rifiuto del mondo sportivo nei confronti dell’omosessualità. Intanto, però, la prima barriera è stata abbattuta.

Foto: gossiponthis.com