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Mercato NBA: impressioni a caldo di 17 folli giorni

Il mercato è ormai avvenuto, per il grosso. Dei 196 giocatori indicati sul Free Agent Tracker di NBA.com, il 51% ha trovato una nuova casa da qui alle prossime stagioni. Ma che altri dati possiamo ottenere, da questa pazza, sconsiderata e inattesa free agency?

Prima di tutto, che il 43% dei giocatori che ha firmato ha cambiato maglia, e tra questi dobbiamo vedere All – Star come Horford, Howard e, ovviamente, Durant. Una cosa che cambierà un po’ gli equilibri della Lega, visto che i Celtics trovano il centro che inseguivano da tempo e gli Hawks proveranno a rendere l’area più esplosiva con Howard. Ammesso, ovviamente, che Dwight recuperi anche solo una piccola parte del suo mostruoso atletismo. Degli Warriors si cerca di parlare meno possibile: non per cattiveria, ma perché Golden State merita un discorso a parte per analisi del roster.

Altro fattore interessante è il numero e la qualità delle trade: escludendo tutti gli affari avvenuti prima e durante il Draft, sono stati effettuati nove scambi, per un totale di altrettanti giocatori. Come mai questo? Perché la contropartita, per aumento del cap, ha visto numerose cash consideratons e scelte future al Draft. Diciamocelo, non si tratta nemmeno di pesci così grossi. Il colpo grosso che arriverà, ammesso che arrivi durante questa estate, riguarderà Rudy Gay; e lì la controparte potrebbe essere molto interessante. Difficile il movimento di Russell Westbrook prima di ottobre. Ma i Thunder, con Harden, ci hanno insegnato ad essere pazienti, che i marlin non si pescano solo alla deadline di febbraio.

Come volevasi dimostrare, è un mercato che ha favorito anche le piccole franchigie. Ma, a parere personale, non tutte allo stesso modo e non tutte come ci si sarebbe aspettati. Perché se da una parte Sean Marks sta mettendo in piedi un interessante progetto di rebuilding per i Nets (pur sempre con giocatori mediocri che difficilmente porteranno il team ai playoff e pur sempre con un team che fino al 2019 non avrà scelte attive al Draft), e i Magic hanno quasi concluso la rivoluzione che iniziarono con la cessione di Tobias Harris a Detroit, i Sixers vacillano ancora (perché a parte Gerald Henderson e Jerryd Bayless, non è arrivato altro free agent NBA) e i Pelicans hanno male interpretato il concetto di squadra vincente attorno a Anthony Davis. E’ stato anche un mercato dell’esagerazione, nel quale i mediocri hanno guadagnato molto più di quanto in realtà meritassero: non verrete mica a dirmi che Dellavedova merita 38 milioni in tre anni o Mozgov 64 in 4 anni, vero? Certamente proporzionato all’aumento del cap, sotto alcuni punti di vista, ma se dovessimo proiettarlo nei termini del vecchio monte salari vedremmo che con il limite di 70 milioni il centro ex Cavs (che in stagione non è stato il faro che era stato l’anno precedente) avrebbe comunque firmato un quadriennale da 50 milioni. E che l’australiano, nella medesima condizione, avrebbe comunque firmato ai Bucks per un triennale da 27 milioni di dollari (essendo il 14% del cap). Con Conley il giocatore più pagato della storia, spetterà solo a LeBron, quando rifirmerà, fare da ago della bilancia per tutti i contratti firmati.

Ma questi giocatori vogliono il monte stipendi, ovvio. I campioni vogliono vincere. E vediamo Durant a Golden State, Howard ad Atlanta e Wade a Chicago con Rondo e Butler (fossero stati solo i soldi, i Nuggets erano pronti a sognare…). E Adam Silver vuole muoversi su questo argomento, perché, a ragione, non fa bene all’immagine della NBA. Nel 2011 una delle principali lamentele che mosse David Stern era quella di non volere vedere più squadre come gli Heat di allora. Ma allora erano gli Heat, i Thunder, i Celtics. Oggi sono i Cavaliers, gli Warriors, i Bulls. La musica non è cambiata, insomma. Come non è cambiata, forse, da molti anni ancora prima (Jordan – Pippen – Rodman, Bird – McHale – Parish): l’agglomerato di talento in poche squadre elitarie e lampi di gloria isolati in altre, invece, più comuni per i giocatori presenti. Le contender sono sempre state quelle, ma l’indice di interesse era anche molto minore fino all’avvento di Bird e Magic. Forse, in questi tempi, vorremmo però vedere delle novità. Silver proporrà nel nuovo contratto un limite di giocatori da massimo salariale per ogni squadra, un limite di top players per team per equilibrare le energie della Lega. Vedremo come andrà, e soprattutto se a LeBron James andrà di fare una cosa del genere per la sua NPBA. Certo vorremmo vedere Cleveland sudare di più per arrivare in Finale, o magari altri che prendano il posto di Warriors e Cavaliers a giocarsi il titolo a giugno.

È il mercato del ritorno alle case. Howard, Noah e Wade firmano per le natie città, mentre Dudley e Barbosa riapprodano nella Phoenix dove arrivano alla Finale di Conference nel 2010 (mossa intelligente dei Suns) e Pablo Prigioni torna alla sua prima squadra NBA, i Rockets. È anche il mercato che sancisce la fine delle bandiere. Perché Kobe si è ritirato, Duncan pure. Durant lascia i Thunder e Wade gli Heat. Ora, solo Garnett a Minnesota, Dirk a Dallas e LeBron tornando a Cleveland sono delle bandiere. Immaginavamo che dopo l’addio di Rose, la bandiera per eccellenza, ci sarebbero stati tanti movimenti. Ma di questo tipo … beh.

Ecco ora, in scaletta, alcune possibili graduatorie del pazzo mercato NBA 2016.

I VINCITORI – Gli Utah Jazz. Prendetemi per pazzo, ma hanno un futuro roseo davanti. Una squadra supergiovane che ha sfiorato i playoff ha aggiunto l’esperienza per tornare in post season. Hanno ceduto il deludente Trey Burke in cambio di cash considerations, hanno preso Boris Diaw e George Hill per una panchina profonda e di veterani; il secondo può fare soprattutto da chioccia a Exum. È arrivato anche Joe Johnson, come primo cambio di Gordon Hayward. Il tutto con Gobert che prolungherà il contratto dopo le Olimpiadi e Derrick Favors come lungo solido. Applausi.

I Pacers possono aver usato l’asso di briscola col tavolo pieno di carichi: rinforzo del backcourt e Thad Young da spalla di Myles Turner, che avrà come cambio Al Jefferson, praticamente gratis e un Aaron Brooks che non fa mai male come cambio di Jeff Teague, con Rodney Stuckey alla sua naturale posizione di guardia e cambio di Monta Ellis. Paul George può sorridere.

Gli Charlotte Hornets. Al nucleo dell’anno scorso tolgono Jefferson (più assente per infortuni che in campo) e Lin, aggiungendo Roy Hibbert e Belinelli. Può far paura pensare alle esperienze californiane dei due, ma quando c’è un certo MJ a dirigere il tutto e hai Batum dal quale poter ripartire senza problemi per il vantaggio del fattore campo a Est, allora tanto l’italiano quanto il giamaicano possono tornare ai bei tempi di Spurs e Pacers.

Poi ci sono gli Warriors. Che abbiano vinto anche e soprattutto loro è la scoperta dell’acqua calda.

GLI SCONFITTI – I Miami Heat. Hanno perso tre quinti del loro quintetto, compresa la loro stella, hanno firmato Whiteside e formato subito un roster di comprimari, che difficilmente andrà ai playoff. Tanti giovani ma nessun fenomeno puro, e questa è una grossa macchia sul curriculum di Pat Riley. Senza Wade, Miami ha fatto sempre fatica a vincere. Dragic voleva essere leader di un team? Accontentato.

Aggiungiamo i Lakers, perché pensavano di attrarre qualcuno ma hanno fallito. Si consolano con Ingram che inizia a caricare in vista di ottobre, Mozgov per l’area e Deng per allargare il campo. Ma è ovvio che speravano arrivasse qualcuno calamitato dal dare il cinque a Di Caprio. Luke Walton avrà molto per cui lavorare, anche perché speravano nell’arrivo anche di Ezeli.

Anche i Nuggets sono stati troppo fermi, pur avendo l’occasione di avere un altro buon giocatore da affiancare a Gallinari. Confusione sulla faccenda Kenneth Faried, con una trade cercata ma non eccessivamente.

TEMPO AL TEMPO – Knicks e Bulls. Dipende come starà l’infermeria, ma un quintetto come quello che i due team propongono è molto interessante. New York ha più possibilità di costruire anche una panchina, cosa che i Bulls hanno ancora acerba con Snell e Portis. Courtney Lee può essere un’arma a doppio taglio: può giocare bene come a Charlotte, o male come a Boston. Mirotic l’uomo da riscattare.

Gli Atlanta Hawks. Howard torna a casa in Georgia e vuole vincere. È il centro che Horford era forzato ad essere (è ala forte) e si completerà meglio con Millsap. Un ambiente adatto a lui per rilanciarsi e rilanciare i ragazzi di Budenholzer. Unico fattore: riuscirà il buon Dwight a restare sano?

MENO PEGGIO DEL PREVISTO – I Thunder. Non hanno nulla da rimpiangere per la faccenda Durant, facendo il massimo per convincerlo e lasciando che il libero arbitrio del numero 35 prendesse il sopravvento. Ovvio, senza KD non sono da titolo. Ma Wade, di contro, ha lasciato Miami con un pugno di mosche. Westbrook, invece, avrà un’ala piccola in meno, matematicamente parlando. Anzi, il settore lunghi si è rinforzato con Ilyasova e Sabonis, e Oladipo dà la presenza difensiva che Waiters non dava. Dion dovrebbe tornare, ma se OKC decidesse di puntare sullo scoring di Gay, in uscita da Sacramento, sarebbe più vantaggioso. I playoff sarebbero a portata di mano, anche il secondo turno. Il problema sussiterà quando si dovrà affrontare la questione Westbrook: non vuole rinnovare. Trade in vista?

Houston pure può aver imboccato una strada corretta: punterà tutto su Capela nel ruolo di centro, con il solo Harden al timone della nave per i prossimi quattro anni e per i prossimi 118 milioni di dollari. Arriva Ryan Anderson ad allargare il campo e Gordon che, se sano, può essere un buon sesto uomo. In aggiunta, torna Pablo Prigioni. L’assenza dell’argentino in cabina di regia si è fatta sentire lo scorso anno e, dopo l’addio di Ty Lawson e Patrick Beverly in cerca di una buona spalla, hanno colto l’occasione per rinnovare.

I Clippers. Dopo l’addio di KD, hanno rinforzato ciò che avevano l’anno scorso e aggiunto Felton come play di riserva per Chris Paul, dopo le buone cose viste a Dallas. Non perdono nessuno, ne guadagnano uno. Basterà per togliersi la maledizione di dosso?

DFQ?! – I Bucks. Volevano potenziarsi e migliorare, e vanno su Dellavedova strapagato e Teletovic. Senza aver ancora ceduto Monroe e Carter – Williams. E senza poter rinnovare nemmeno OJ Mayo, squalificato per due anni per aver violato i protocolli antri droga della Lega.

Dall’altra parte ci sono i Pelicans. Una serie di acquisti interessanti, ma che in un’altra squadra avrebbero fatto le riserve (Hill) o i sesti uomini (Moore), mentre qui si trovano come titolari. New Orleans deve ringraziare di aver prolungato il contratto di Davis per sei anni. Adesso, ne hanno ancora cinque per convincerlo che in Louisiana si può vincere. Unico acquisto sensato è l’arrivo dell’ex compagno di Davis a Kentucky, Terrence Jones, già cercato alla deadline di Febbraio ma non raggiunto. Un lungo di spessore che apra il campo e che possa aiutare coach Gentry a far fare a Davis quello che Davis sa fare. Indipendentemente dagli infortuni, l’anno scorso si è visto un AD in netta difficoltà nel giocare sul perimetro mentre in area e dalla media fa il bello e il cattivo tempo. E poi, a Kentucky i due si trovavano molto bene insieme.

WAITING FOR … – I Celtics. Horford preso, Durant (per dichiarazione del neo arrivo) poco ci mancava. Ma Danny Ainge si è dimostrato positivo per i colloqui con i due pezzi grossi della free agency e ha detto che manca ancora un ingranaggio per rendere titanici i verdi. Russell Westbrook? Non si sa, ma Isaiah Thomas intanto ha deciso di prendere a tutti gli effetti l’eredità di Paul Pierce come capitano di Boston, cercando di reclutare Jason Terry, il tiratore del quale i Celtics avrebbero bisogno.

I Sixers. Hanno quattro lunghi all’attivo, con l’arrivo di Dario Saric. Un reparto guardie privo della guida di Ish Smith, ma dotato del genio ispanico di Sergio Rodriguez, che ha voluto riprovarci portando la barba di nuovo dall’altra parte delle Colonne d’Ercole. Non faranno i playoff, sicuro come il sole. Ma con Simmons che fa ben sperare, Gerald Henderson in difesa e, soprattutto, qualche colpo di scena le cose possono ancora migliorare. In effetti, sia Brett Brown che Bryan Colangelo hanno dichiarato che uno dei centri potrebbe partire. I rumors, ultimamente, erano molto insistenti sull’addio di Noel.

COSTANTI – Portland ha fatto la cosa più corretta possibile: un mercato di conservazione, dopo i bei risultati dell’anno scorso. Hanno pareggiato Allen Crabbe e firmato Evan Turner, che l’anno prossimo potrà fare da ottimo sesto uomo per i suoi, soprattutto in difesa, e Ezeli per rinforzare l’area. L’anno prossimo, Lillard vorrà vincere ALMENO un’altra partita al secondo turno dei playoff.

DEGNO DI NOTA – David West. Per il secondo anno consecutivo rinuncia ai soldi e a un contratto vantaggioso per vincere il titolo che gli è sempre mancato. Contando che è arrivato nella Lega nel 2003 dopo quattro anni a Xavier, è lecito pensare che se gli Warriors dovessero vincere lui appenderà le scarpe al chiodo.

Per chiudere, una carrellata dei più importanti free agent rimasti sul mercato.

 CENTRI

Chris Kaman

Myles Plumlee

Kendrick Perkins

Tyler Zeller

 

ALI

Chris Copeland

JJ Hickson

David Lee

Tayshaun Prince

Thomas Robinson

Kevin Seraphin

Josh Smith

Amar’e Stoudemire

Metta World Peace

 

GUARDIE

Mario Chalmers

Norris Cole

Jordan Farmar

Gerald Green

Kirk Hinrich

Shane Larkin

Ty Lawson

Kevin Martin

Andre Miller

Gary Neal

Jason Terry

JR Smith

Lance Stephenson

Beno Udrih

Dion Waiters

 

In attesa dei training camp, buon proseguimento di mercato a tutti!