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Mercato NBA – Promossi e bocciati degli affari della deadline

Fine della regular season, tempo di valutazioni di scambi, firme e tagli. In un mercato generalmente povero come quello di quest’anno, i nuovi arrivati sono stati almeno all’altezza delle divise che indossano?

Ecco qui i promossi e bocciati di questo mercato NBA

PHOENIX SUNS: ha sofferto delle scelte di mercato degli ultimi due anni, e ora sta piano piano ricostruendo attorno (per ora) a Devin Booker e agli altri giovani. Hanno mandato via Markieff Morris, e questo è già bene per la chimica del team; hanno poi tagliato i due nuovi arrivati da Washington per liberare spazio sul cap. Altro punto positivo per Phoenix. Ora puntano sui vari provini di giovani come Anthony Bennet e Chase Budinger: bene ma non benissimo. Si poteva fare qualche sforzo in più per cedere Tyson Chandler, palese ombra del giocatore che abbiamo visto a Dallas (edizione I, però …). La verità è che in due stagioni Phoenix non ha mai avuto a pieno servizio Bledsoe, e bisogna cominciare a pensare se valga davvero la pena puntare su un giocatore potenzialmente fortissimo, ma che sembra stia seguendo il destino di Derrick Rose, sull’altra costa. Ah già: Brandon Knight versione Bucks, tornerà dopo gli infortuni di quest’anno?

VOTO: 4/10

CHICAGO BULLS: una delusione cataclismica. Questo è essere duro con queste parole, lo so, ma machiavellicamente realista. Erano una seconda/terza forza a Est, forse l’unica capace di contrastare Cleveland. In verità, gli infortuni hanno mandato in tilt un sistema che già Fred Hoiberg aveva compromesso. Aggiungiamo i disguidi del corso di stagione (Butler leader? Tenere Rose o cederlo?) e un mercato fermo, ed ecco le ragioni per cui Chicago non farà la post season a distanza di sette anni. Prima opzione da fare: cedere Dunleavy (al minimo da quando è in Illinois per punti e percentuali, compromessi anche dagli infortuni) ormai 35enne e dare spazio a McDermott, più giovane e versatile. Una trade che avrebbe mandato Gasol a Sacramento, in cambio di Koufos e Ben McLemore, sarebbe stata un’altra opzione molto intelligente, anche per aiutare Butler con una giovane e versatile guardia e per aiutare Taj Gibson (abbonato ai rumors della deadline) con un giocatore più giovane di Pau, dal post. Invece non è successo nulla, e anzi il catalano sembra sulla via di un biennale con i Bulls a cifre faraoniche (si parlava di 20 milioni): ma lui non è sicuro, a questo punto della carriera, di stare con un team perdente. Sabbia tra le dita per il team di John Paxon. Noah doveva essere ceduto, ma sembra che debba firmare un nuovo contratto con la franchigia. L’unico scambio che era stato proposto (ma è andato a monte) è Shabazz Napier in cambio di Aaron Brooks ai Magic: troppo poco per sperare di competere in un Est molto più forte di prima, e troppi sbandi della dirigenza di Chicago per sperare in un team compatto. Dal Draft si riparte: se si pensa che l’ultima volta arrivò QUEL Rose, forse si vede già l’azzurro oltre le nubi di tempesta.

VOTO: 4.5/10

 

PHILADELPHIA 76ERS: qui la votazione si divide. Tra chi è seguace del tanking selvaggio, e chi non lo è affidandosi più al caso che alle statistiche. Chi scrive appartiene alla seconda categoria, quindi osserva le cose per come sono: Sixers disastrosi fino a Natale, hanno alzato poco la testa dopo l’arrivo di Ish Smith e per poi abbassarla repentinamente. L’arrivo del religioso play ex Pelicans e di Brand in panchina sono manovre del nuovo direttore Jerry Colangelo per iniziare a portare qualche soldo nelle tasche di Phila. Deadline ferma, salvo poi scoprire che Jahilil Okafor sarebbe diventato un Celtic, se l’affare fosse andato in porto. Qualche giorno fa, Hinkie ha rassegnato le dimissioni dal suo incarico di Executive e gli è subentrato Brian Colangelo. Ora, Hinkie non è mai stato un vincente ma ha sempre dichiarato che si avrebbero avuto moltissime sconfitte. Colangelo, al contrario, non ha mai posto questa eventualità e i suoi anni ai Raptors (dalla scelta di Bargnani, fino all’addio di Chris Bosh) sono la prova del GM perdente che crea squadre perdenti. L’estate più importante nella storia dei Sixers sta arrivando, con pochissimi contratti a salario e quattro prime scelte a Giugno, oltre che snodare la grama Okafor – Embiid. Ma la paura più grande è che i tre anni di sacrificio di Hinkie siano buttati al vento dal nuovo GM, il che sarebbe davvero un peccato.

VOTO: 4.5/10

 

HOUSTON ROCKETS: niente da fare. Howard non se n’è andato, e da qui a giugno si vedrà cosa potrà succedere. Il Barba, pur Barboso come gli altri anni, sembra però meno reattivo e soffre un team meno esplosivo di quello che arrivò in Finale di Conference l’anno scorso. Josh Smith sembra l’ombra di quello che era l’anno scorso e la trade che avrebbe portato Montiejunas a Detroit era fatta, ma il lituano non ha passato le visite mediche (di questo se ne parlerà a lungo, da quelle parti) e quindi è tornato. Ma non Marcus Thornton, subito tagliato. Così pure è stato tagliato Ty Lawson, più croce che delizia di questa Houston. Ci voleva un play di riserva per Patrick Beverly e non basterà certo il ritorno di Michael Beasley a sistemare tutto, pur essendo arrivati ai playoff. Houston, we have a problem.

VOTO: 5/10

LOS ANGELES CLIPPERS: Premessa importante: sono stati senza Blake Griffin per due mesi. Obiettivo raggiunto per cedere Lance Stephenson, e questo dovrebbe dargli la lode. Se non fosse che non hanno preso Channing Frye (più funzionale qui che a Cleveland), ma hanno preso Jeff Green. Un giocatore di utilità dal quintetto come ala piccola, ma che non compensa l’assenza di Griffin (che appena tornato ha dato il suo contributo alla causa, pur con alcune difficoltà al tiro più che comprensibili) e dei suoi punti da dentro l’arco. Evidentemente, Doc Rivers vuole tenere ancora la vecchia guardia, visto che con l’ex Georgetown ci aveva già lavorato a Boston. Visti gli ultimi anni, sarà difficile che i Clippers facciano più dell’anno scorso.

VOTO: 5.5/10

INDIANA PACERS: Ty Lawson era davvero così necessario ai Pacers, già armati di Monta Ellis e di George Hill? Sono ottavi, e con l’ex Tar Heel il record è di 6 – 6. Le medie sono da 14.4 minuti a 4.4 punti e 2.7 assist di media: di buono c’è chele medie sono passate dal 38.7% con i Rockets al 42%, tentando un canestro in meno (5.4 a 4.4). Questi playoff si faranno, dopo tre anni lontano dalla postseason per il nostro, uno solo per i Pacers. Ma, francamente, il buon Ty si cercherà un altro team.

VOTO: 6/10

 

CLEVELAND CAVALIERS: Per la situazione di mercato dei Cavs, bisogna considerare anche la chimica di squadra degli ultimi mesi (vedi l’articolo). Di sicuro, però, non hanno reso come avrebbero dovuto, pur ingranando alla fine, e a giugno rischiamo di avere la replica dello scorso anno. Anche perché, senza James in campo il record è negativo e si sono fatti mangiare 20 punti di vantaggio dai Rockets, perdendola.

VOTO: 6.5/10

BROOKLYN NETS: paradossalmente, sono nella sufficienza. Quello che hanno fatto da luglio a febbraio non va considerato perché non corretto nei confronti di un evento, come la deadline, che costituisce una parentesi esterna alla regular season in sé. La mossa più importante è quella di Prokhorov di avere convinto Sean Marks a diventare GM della sua disastrata e “glamour” franchigia. Lì le voci di trade si sono fermate, ed è stato meglio così: il neozelandese vuole valutare prima tutti i giocatori della squadra e, da giugno, inizierà eventualmente a muoversi (a cominciare magari dalla notte del Draft e a prendere qualche scelta qua e là). Poi il taglio di Johnson e di Bargnani, togliendo così ventisei milioni di dollari di stipendi dalla luxury finali. Da giugno, come detto, si inizierà a lavorare davvero (contando che bisogna scegliere anche il coach … forse Messina?), ma come premessa non è male. Il sistema solare Spurs è arrivato anche a New York …

VOTO: 6.5/10

MARKIEFF MORRIS: Kieff è l’unico giocatore su cui mi sento di commentare, piuttosto che parlare di Washington che alla fine si è mossa solo per lui. Dal suo arrivo in capitale, la squadra 17 – 13. Le prime cinque partite sono state di puro apprendimento: percentuali pessime (21 punti nelle prime cinque partite, 33% dal campo e 0/8 da tre punti), circa venti minuti di media a partita e segna pure di meno (11.6 i punti a Phoenix, 8 a Washington). Ma tenta anche meno canestri e i suoi risultati, ora, sono più incoraggianti. 10 contro i Sixers (3/9 dal campo), 16 nella rivincita con Phila con il 60% dal campo e 13 rimbalzi, e 4/8 con Cleveland. Anche se ha segnato con 2/6 contro Minnesota, ha paizzato la prima tripla e ha catturato sei rimbalzi. La costanza non è mai stata il suo forte (cestisticamente e caratterialmente) ma, come ha detto Marcin Gortat “se c’è un giocatore giusto per noi, quello è Kieff”. Chiude la stagione con 12.4 punti al 46% dal campo e il 36% da tre punti, con 5.9 rimbalzi di media. È inutile negarlo: con un’ala grande ad aprire il campo, Wall e Beal ne vengono beneficiati. In effetti, Morris ha uno stile di gioco che potrebbe aiutare (in parte) Washington a sopperire l’assenza di Paul Pierce, che da luglio non è stato egregiamente sostituito. Si vedrà solo con il tempo, tuttavia l’inizio poteva essere peggiore: anche se i playoff sono mancati …

VOTO: 6.5/10

BOSTON CELTICS: Non hanno perso scelte importanti, non hanno smantellato un organico che sta rendendo bene. Il risultato è un avvio di seconda parte di stagione molto positivo con quattro vittorie consecutive. Anche se dopo la deadline sono usciti i nomi di Jimmy Butler e di Jahilil Okafor in maglia biancoverde, e anche se sono stati piuttosto altalenanti in questa seconda parte di stagione trovandosi quinti ad Est, la mossa migliore, a volte, è proprio restare immobili. David Lee, se fatto giocare di più, avrebbe potuto essere un prezioso alleato per esperienza e versatilità: vincere con gli Warriors e poi perderle clamorosamente è stata una prerogativa di alternanza tipica di questa seconda parte. Ecco perché si cercherà un veterano in estate.

VOTO: 7.5/10

 

DETROIT PISTONS: La prima squadra ad avere effettuato una trade alla deadline ci ha guadagnato, eccome. Ha ceduto Jennings, che ormai era di troppo, e si è portata a casa un Tobias Harris che ha portato la sua media punti da 13.7 a Orlando a 16.4 partendo dal cambio di maglia, tirando meglio tanto da due che da tre, pur raccogliendo quasi un rimbalzo in meno ha un assist in più a referto. I Pistons sono 18 – 7 di record da quello scambio e sono all’ottavo posto e ai playoff, dopo sette anni di assenza. Detroit ha quindi liberato Kentavious Caldwell – Pope, dandogli piena libertà di espressione. Se aggiungiamo che anche i Magic sembrano aver beneficiato di questo scambio, allora il cerchio si chiude.

VOTO: 7.5/10

 

MIAMI HEAT: un mercato di risparmi, per poi tornare in luxury. Hanno prima fatto di tutto per stare sotto il cap, cedendo Andersen e giocatori inutili, perso Beno Udrih (per infortunio con successivo buyout) e preso l’uomo del momento Joe Johnson. Johnson non ha cominciato male la sua avventura in Florida: 3 vittorie, e rispettivamente 8 con 5/10 dal campo (avversaria New York), 24 con 10/13 dal campo (contro Chicago), 8 con 3/7 dal campo (contro Phoenix), il tutto condito da 5/8 da oltre l’arco. Poi i 14 contro Phila, con 6/11 dal campo. Che in un conteso come Miami sono più utili a contribuire a vincere. Miami è terza a Est: tutto sommato, non male.

VOTO: 7.5/10

 

SAN ANTONIO SPURS: I primi della classe sono ancora loro, non ci sono balle. Gli unici in uscita sono Ray McCollum (andato poi a Memphis) e Rasual Butler. Al loro posto, Andre Miller (che tiene una media di 3.6 punti a 11.4 minuti e 1.7 assist) e Kevin Martin (che ha migliorato il tiro da tre, ma è calato in quello dentro l’area). Lo scopo era ben preciso: gente di esperienza per aiutare Parker e Mills in cabina di regia, Danny Green dal perimetro. Il risultato è la più bella versione di San Antonio di quest’anno, con l’esplosione di Aldridge e Leonard sempre più leader, mentre Duncan e Ginobili riposano in vista del valzer e mentre si godono il 38 – 0 in casa che gli permette di ereditare lo scettro dei Bulls ’95 – ‘96. Si sa: la NBA Non è un paese per vecchi. Ma con gli Spurs in giro, i fratelli Coen hanno trovato l’eccezione che conferma la regola.

VOTO: 8/10

1 commento

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  • Spurs i migliori? Neanche per sogno, anzi!
    Abbiamo tagliato Butler che dava tanta intensità sia in attacco ma soprattutto in difesa! Martin per quel pizzico in più che ti da in attacco (ma neanche tanto, visto che non ha fatto nulla fino ad ora), ti toglie 5 volte tanto in difesa. Per non parlare del fatto che Butler poteva fare il 3/4, Martin da 3 è un suicidio, se poi gioca con Anderson si difende in 3