Miami Heat, dopo il 2011 mai sconfitti per due volte di fila in casa nei Playoffs: LeBron, difesa e rotazioni

Il dato è abbastanza confortante per i tifosi degli Heat: nell’era dei Big Three, la squadra allenata da coach Spoelstra ha perso per due volte di fila in casa solo nelle Finals del 2011 (gara 2 e gara 6), per il resto non ha mai permesso alle avversarie di avere più di tanto successo all’American Airlines Arena. Nei Playoffs del 2012, Miami ha chiuso con 10 vittorie e 2 sconfitte tra le mura amiche. Nelle serie con gli Indiana Pacers e i Boston Celtics, tra l’altro, gli Heat sono arrivati a perdere rispettivamente due e tre partite in fila, ma una sola in casa. Il pronto riscatto casalingo in quei casi è arrivato in gara 5 contro i Pacers e in gara 7 contro i Celtics. L’anno scorso, Miami ha perso gara 1 con i Bulls, gara 2 con i Pacers e gara 2 con gli Spurs, ma il suo 10-3 alla Triple A è valso alla fine il secondo titolo NBA consecutivo, dal momento che proprio in Florida gli Heat hanno vinto le decisive gara 6 e gara 7 contro San Antonio. Quest’anno, la squadra di coach Spoelstra aveva avuto un percorso senza intoppi in casa: 8 vittorie e 0 sconfitte, prima di gara 3 delle Finals. Per di più, è proprio dalle finali di Conference del 2012 – tre sconfitte di fila con i Celtics tra gara 3 e gara 5 – che gli Heat non perdono due partite in fila nei Playoffs. L’anno scorso hanno eliminato in sette gare i Pacers e l’andamento della serie ha visto le due squadre alternarsi alla vittoria; nelle Finals, è valso di nuovo il criterio dell’alternanza, tranne per gara 6 e gara 7, che hanno visto trionfare gli Heat. Inoltre, gli Heat non hanno mai perso una serie in cui si sono trovati sotto 0-1. È successo cinque volte dal 2011: contro Bulls (2011 e 2013), Thunder (2012), Spurs (2013) e Pacers (2014). Ma quali fattori rendono gli Heat una squadra così solida?

IL NUMERO 6 – LeBron è il giocatore più forte attualmente in circolazione, ci sono pochi dubbi. Dopo le sconfitte, tuttavia, tende a salire ulteriormente di livello. Lo sanno bene gli Spurs, che in gara 2 hanno assistito al suo terzo quarto di pura onnipotenza e ad una prestazione complessiva da 35 punti con 14/22 al tiro. Fu nel 2012, comunque, che si ritagliò un posto definitivo nella leggenda: Celtics sul 3-2 dopo aver sconfitto gli Heat per tre volte di fila, gara 6 si gioca al TD Garden. LeBron, per evitare l’eliminazione, ha disputato una prova indimenticabile da 45 punti, 15 rimbalzi, 5 assist e 19/26 dal campo. Nel turno precedente, quando gli Heat si erano trovati sul 3-2 contro i Pacers dopo aver vissuto diversi momenti di difficoltà, James aveva eliminato la squadra avversaria con 40 punti e 18 rimbalzi. Da quando veste la casacca degli Heat, LeBron viaggia a 28.7 punti, 8.4 rimbalzi e 5.5 assist in 23 partite di Playoffs dopo una sconfitta, con il 51.7% dal campo e il 37.9% dall’arco. Medie impressionanti, abbassate tra l’altro dalle brutte prestazioni nelle Finals del 2011. Insomma, quando Miami perde una partita, LeBron è sempre pronto a fare in modo che la situazione torni sui giusti binari.

LA DIFESA – La difesa è il vero punto di forza della squadra di coach Spoelstra. È stata necessaria la batosta del 2011 per convincere Wade e soci al cambiamento, ma da quel momento in poi la squadra di South Beach ha sempre messo in campo ogni energia nella metà campo difensiva, aiutata da specialisti come Udonis Haslem, Shane Battier e, in qualche modo, lo stesso LeBron James. Ad oggi, Battier e Haslem sono fuori dalle rotazioni, ma Chris Bosh è ormai un difensore di buon livello e Chris Andersen, dalla panchina, porta una buona dose di energia per limitare le giocate nel pitturato degli avversari. Se una prestazione ad altissimi livelli di LeBron dopo una sconfitta è altamente probabile, una partita degli Heat ad alta intensità difensiva è invece scontata. Non permetteranno che gli Spurs facciano circolare la palla in maniera fluida come nel primo tempo di gara 3, costi quel che costi. Il match vinto da San Antonio all’American Airlines Arena, infatti, ha dimostrato agli Heat che possono anche tirare con buone percentuali (nel primo tempo 55.6% dal campo e 7 triple a segno per Miami), ma se gli avversari non sbagliano un tiro si finisce ugualmente sotto di 20.

LE ROTAZIONI – La prima promozione eccellente fu quella di Mario Chalmers, che scalò in quintetto dopo qualche partita con lo sciagurato Mike Bibby. Poi arrivò quella di Udonis Haslem, che scavalcò Joel Anthony, e di Shane Battier, che sopravanzò lo stesso Haslem. Nelle scorse Finals, dopo gara 3, Spoelstra scelse di spostare Mike Miller in quintetto. Chalmers è ancora il playmaker titolare degli Heat, mentre Haslem e Battier non stanno trovando spazio in queste Finals. Al loro posto in quintetto, dalle finali di Conference con Indiana, c’è Rashard Lewis, giocatore che nella passata stagione faticava ad entrare in campo. Adesso gioca 30 minuti di media e tira con percentuali rispettabilissime dall’arco dei tre punti, seppure faccia fatica ad avere impatto nella metà campo difensiva. Questo è Erik Spoelstra: tolti i Big Three, nessuno può stare tranquillo e nessuno può ritenersi fuori dalle rotazioni. Negli anni ha promosso e retrocesso, all’interno delle gerarchie della squadra, diversi giocatori. Per esempio Mike Miller, fuori dai giochi nelle Finals 2011 e poi decisivo per i titoli del 2012 e del 2013. Recentemente, Spoelstra ha rispolverato James Jones, che nelle ultime due corse al titolo aveva avuto una parte marginale. Visto lo scarso impatto dell’ala (3 falli in 5 minuti), stavolta l’allenatore degli Heat potrebbe riutilizzare Shane Battier. E, considerando il livello dei veterani degli Heat, non si può mai bollare uno di essi come anello debole. Gli Spurs devono stare molto attenti: negli ultimi anni, Spoelstra ha pescato spesso e volentieri il jolly dal mazzo.