Miami Heat: James, Wade e Bosh. Considerazioni dopo la sconfitta nelle Finals

“Follow my lead”. E’ dalla notte di Gara 5 quando sul televisore è apparso il discorso di LeBron James ai compagni di squadra che non riesco a togliermi dalla testa quelle tre parole dette con sguardo forte, fiero e determinato. Un invito ai propri compagni di squadra, fino a quel momento troppo sottotono, a seguirlo nella sua missione e ad aiutarlo perché, per lui, battere questi Spurs era ancora possibile. Sappiamo tutti che i compagni di LeBron l’han seguito solo per poco e gli Spurs hanno chiuso agevolmente la serie sul 4-1, però quella frase di LeBron e il modo in cui l’ha detta dimostra ancora una volta come The Chosen One sia ormai padrone dei propri mezzi e riesca in ogni situazione ad essere il faro della propria franchigia. Alla fine della serie si sono scatenate, oltre ai giustissimi elogi verso una delle migliori edizioni dei San Antonio Spurs della storia, una serie infinita di critiche verso gli sconfitti: I Miami Heat. A caldo le critiche erano attese in quanto la squadra dei Big Three è una delle meno apprezzate dal grande pubblico nello sport e perché incredibilmente per molti appassionati di questo sport veder perdere LeBron James è motivo di felicità ma, riflettendoci bene, molte di queste critiche sono gratuite e troppo dure. I Miami Heat, dall’approdo di James e Chris Bosh al fianco della bandiera Wade, hanno vinto per 4 volte consecutive la Eastern Conference raggiungendo quindi per 4 volte consecutive le NBA Finals vincendone 2 (una nettamente, l’altra con discreto aiuto degli Dei del basket). Risultati così mandano direttamente giocatori e franchigia nella storia e creano a tutti gli effetti una dinastia. Come si possa criticare una squadra che per 4 anni di fila ha raggiunto un traguardo molto ambito come le Finals rimane per me di difficile comprensione soprattutto se, come in questo caso, la sconfitta è arrivata contro una squadra fenomenale per roster e tipo di gioco come gli Spurs (mentre le critiche erano decisamente più corrette dopo la sconfitta coi Mavs del 2011 in quanto il gioco e le spaziature degli Heat erano state di bassissimo livello e i quarti quarti di James e Wade non erano stati memorabili). Sul banco degli imputati sono finiti più o meno tutti dai giocatori a Spoelstra e l’argomento contratti dei Big Three (tutti e 3 hanno la possibilità di uscire dall’accordo in essere ques’estate) è diventata di fondamentale importanza.

Wade – Il primo a finire nel mirino delle critiche è stato proprio Dwyane Wade, la leggenda e l’anima da un decennio dei Miami Heat. Il numero 3 non ha certamente vissuto una stagione facile per via di numerosi problemi fisici che purtroppo lo perseguitano da diversi anni. Nonostante i vari infortuni di cui Wade soffre e che lo limitano pesantemente essendo il suo gioco ad alto dispendio fisico (basta pensare a quando veniva soprannominato Flash e saltava gli avversari come birilli per poi concludere al ferro) la sua stagione è stata comunque più che discreta con 19 punti di media col 54% dal campo in 54 partite disputate. Nei Playoffs D-Wade ha tenuto le sue classiche medie stagionali nel corso delle prime 3 serie, sfiorando anche i 20 punti di media nella Finale di Conference contro gli Indiana Pacers risultando spesso decisivo. Spoelstra, inoltre, non gli ha mai concesso più di 35’ di utilizzo a serie riuscendo quindi anche a dargli qualche minuto di riposo. La serie che ha mandato molto in crisi Wade e che ha purtroppo oscurato la sua stagione e i suoi primi tre turni di Playoffs è stata proprio quella finale contro gli Spurs. La guardia alla quinta Finals in carriera ha sofferto maledettamente in difesa, soprattutto sui tagli e sui blocchi, e in attacco a parte qualche discreta soluzione dalla media in isolamento non è mai riuscito ad incidere in positivo né a mandare in crisi il sistema degli Spurs. Le indubbie difficoltà nella serie di Wade, però, hanno fatto cadere su di lui tantissime critiche ingiuste che spaziano dal “finito” al più classico degli “è colpa sua”. Wade ha sì sbagliato una serie importante ma, nonostante i suoi notevoli problemi fisici che ne limitano tutto il suo potenziale da qualche anno, ha comunque giocato una stagione ad altissimi livelli e nelle Finals, dove è stato insufficiente, ha messo 15 punti ad allacciata con quasi il 50% dal campo. Sinceramente credo che D-Wade meriti ancora fiducia sia per la sua storia sia per la stagione che ha giocato fino alle Finals, magari con un contratto meno pesante ed un ruolo meno dispendioso in termini di minuti giocati. Non è più al 100%, non è più quello delle Finals 2006 (34.7 punti e 7.8 rimbalzi vs Dallas) o 2012 (22.6 punti e 6 rimbalzi vs OKC), ha alcune difficoltà ad esprimere tutto il suo gioco ma ha ancora le carte in regola per risultare decisivo per questa franchigia. Non dimentichiamoci, per esempio, tutte le critiche piovute su Ginobili dopo le Finals della scorsa stagione…

James – Il miglior James in una Finale NBA. Leader, padrone del gioco, capace di dispensare cioccolatini ai compagni e di mettersi in proprio. Ha dimostrato, nonostante la sconfitta, di essere il miglior giocatore del Mondo e tra i migliori della storia. Certo, lo criticano perché ha perso, per i crampi e perché è 2-3 nelle Finals, ma sono critiche dettate dall’antipatia che LBJ si porta appresso dalla Decision. In questa serie per lui parlano i numeri: 28.2 punti, 7.2 rimbalzi, 4 assist, 57% dal campo e 52% da 3. Oltre ai numeri di questa serie rimarranno impresse nella memoria degli appassionati di basket NBA anche la sua “Hero Game” a San Antonio a gara 2, il fantastico 3° quarto di Gara 4 e il 1° quarto di Gara 5. La sua faccia disperata negli ultimi minuti di gioco di Gara 5 è stata la classica faccia di chi sa di aver fatto tutto ma che questo tutto non è bastato. LeBron ha provato fino all’ultimo a coinvolgere i compagni, a farsi aiutare ma loro non han risposto presente. Sinceramente più di così il numero 6 non poteva fare, avrà tempo e modo di rifarsi. Su questo non ho dubbi.

Bosh e il supporting cast – Chris Bosh, il terzo violino dei Big Three, ha disputato una serie appena sufficiente, dopo aver giocato una stagione e dei Playoffs ad altissimo livello. CB1 è stato decisivo in Gara 2 mettendo la bomba dall’angolo che ha regalato la vittoria agli Heat, ma è poi quasi scomparso nei successivi capitoli della serie apparendo molto fuori dal gioco e dagli schemi. Bosh quest’anno ha definitivamente inserito nel suo arsenale il tiro dall’arco, specialmente dall’angolo, ma in molte occasioni non ha avuto l’impatto richiesto in area. Anche Bosh, però, ha dimostrato di essere uno dei top di questa Lega durante la stagione e la sua conferma sarebbe di vitale importanza per gli Heat. Chi invece ha deluso del tutto è stato il supporting cast. Già durante la Regular Season i Big Three erano sembrati troppo poco aiutati, col solo Allen ad essere sempre sul pezzo. Nelle Finals l’impatto della panchina e dei gregari è stato gravemente insufficiente con Lewis capace di mettere qualche tripla ma inconsistente in difesa, Andersen capace solo a tratti di dare un ottimo contributo in difesa ed a rimbalzo, Haslem poco schierato e poco lucido contro Duncan, Battier totalmente in debito di ossigeno dopo essere stato decisivo nei titoli precedenti e la coppia di play Chalmers (probabilmente alla sua ultima serie in maglia Heat)-Cole mai capace di creare qualcosa di positivo nei minuti in cui son stati schierati. A mio parere, quindi, più che i Big Three e la serie di Wade è stato l’impatto del supporting cast (Allen escluso) ad aver precluso agli Heat di provare a lottare con gli Spurs per questo titolo. Ripartire dai Big Three, con Spoelstra allenatore ovviamente, ma con un nuovo supporting cast più fresco e funzionale può essere la chiave per puntare alla quinta finale consecutiva e magari al terzo titolo dell’era James.