Nate Robinson, una vita da journeyman che approda a Denver

Essere un journeyman NBA significa avere sempre la valigia pronta. Arrivi in un posto, giochi anche bene, ma la sfortuna vuole che hai un contratto di un anno, e per diversi motivi la società decide di non confermarti. Così per il tuo agente sono giornate frenetiche, sempre al telefono con questo o con quel General Manager per proporti o per ascoltare nuovi progetti. Questa è la vita di Nate Robinson da qualche anno a questa parte. La sua esperienza più lunga con un’unica maglia è stata quella con i New York Knicks, con i quali è riuscito ad aggiudicarsi due volte la gara delle schiacciate all’All Star Game. Da lì in poi veloci comparsate in maglia Celtics e Thunder, forse il punto più basso della sua carriera, con i quali scende in campo solo quattro volte.

Poi la svolta. A metà della stagione 2012 lo ingaggiano i Golden State Warriors, squadra che da sempre si è fatta raccoglitrice delle anime perdute attorno alla Lega. Nate infiamma la piazza con le sue giocate d’energia, anche se a dir la verità le vittorie non arrivano proprio a grappoli. In estate i tifosi sarebbero pronti ad inaugurare una sua statua davanti alla Oracle Arena da un momento all’altro, ma la nuova dirigenza in seno alla Baia punta tutto su Jarrett Jack (avranno successivamente ragione) e così Nate prende un aereo in direzione Chicago.

I Bulls saranno costretti a fare a meno di Derrick Rose per tutta la stagione e così serve qualcuno che sappia attaccare il canestro e fornire punti veloci dalla panchina. Robinson non è certo tipo da farsi pregare a prendere un tiro, e quando entra è alternativamente fonte di gioia e di disperazione per coach Thibodeau, maniaco dell’ordine e della precisione soprattutto in difesa, non esattamente una delle specialità del playmaker da Seattle, il cui motto è però “Heart over height”, ovvero “Il cuore batte l’altezza”, una filosofia di vita che lo fa scendere in campo ogni volta con il triplo dell’energia di compagni ed avversari, che spesso restano stupiti da come questo piccoletto sia ancora fresco al 47esimo minuto di gara.

Nei playoffs contro Brooklyn poi Nate si rende protagonista di una prestazione che non dimenticherà mai. In una partita pazzesca, che finirà al triplo overtime il “piccolo grande uomo” sforna 34 punti per portare i suoi Bulls sul 3-1 nella serie, forse la singola prova più decisiva per il nativo di Seattle. Una stagione da 13.1 punti e 4.4 assist però non basta secondo Chicago, che decide di lasciarlo nuovamente a spasso non rinnovandogli il contratto.

Dunque altre telefonate, altri contatti ed altro volo, che lo porterà questa volta a Denver, per la quale ha firmato un biennale con opzione e dove potrà formare una delle coppie più psicopatiche, e proprio per questo più osannate dal pubblico, con Javale McGee, già pronto a ricevere i suoi alley-hoop, ma non solo. Robinson potrà infatti giocare indifferentemente con o senza Ty Lawson, andando a formare dei quintetti dinamici e molto intriganti per il nuovo coach Brian Shaw. Attenti, Superman d’America: KryptoNate è tornato ed è pronto a colpire.