NBA Elimination Turn – Le quattro eliminate della Western Conference

Primo turno di playoff chiuso e già messo in archivio. A parte Charlotte e Chicago, tutte le altre hanno venduta cara la pelle e hanno portato le rispettive semifinaliste a gara 6 (Rockets) o a gara 7 (Mavs, Grizzlies e Warriors). Abbiamo già parlato dei due team eliminati ad Est. Oggi, mentre Thunder e Clippers sono pari e gli Spurs sono sul 3–0 con Portland, tocca parlare delle quattro sconfitte ad Ovest.

DALLAS – I Mavericks dovevano rifarsi dei mancati playoff dell’anno scorso. Lo hanno fatto alla grande, con un team che ha fatto sudare le proverbiali sette camicie (oltre che gare) agli Spurs, dati per superfavoriti. Nowitzki in stato di forma quasi perfetta (19.1 punti con il 42.9% dal campo), ma non è lui il vero protagonista di una squadra che ha saputo essere tale, non incentrandosi solo sul potenziale del bavarese di Wurzburg. Vince Carter è tornato, per sette gare, quello che era ai Raptors e ai Nets: non solo per il pazzesco buzzer beater di Gara 3, con il quale ha portato Dallas sul 2 – 1. Parliamo di un giocatore da quasi 13 punti a partita, con il 45.6% dal campo e oltre il 48% da tre punti; il tutto in 27 minuti di impiego a partita. DeJuan Blair ha disputato una buona gara 6, da 10 punti e 14 rimbalzi. Per una sera, si è preso la rivincita di tute le volte che Popovich non lo ha fatto giocare nella scorsa stagione. Il vero colpo, però, Mark Cuban lo ha fatto rinforzando il pacchetto guardie. Memore del disastro OJ Mayo, il proprietario ha scelto di puntare su un buon play, un figliol prodigo e una scommessa. Calderon ha trovato un sistema nel quale può esprimere tutto il suo potenziale e nel quale ha potuto contribuire a vincere, servendo 4.4 assist a partita, migliore dei suoi. Devin Harris, tornato a Dallas, si è di colpo rivitalizzato e ha contribuito alla causa con 11 punti a partita e quasi 4 assist. Poi c’è Monta Ellis. Forse è lui il vero colpo dell’estate ad Ovest, perché ha saputo mettere da parte l’ego e contribuire alla vittoria del team, segnando tanto in regular season e non di meno nei playoff. Per l’ex Bucks, 20.4 punti a partita (top scorer tra i Mavs) con il 41% dal campo. Il futuro? Nowitzki sarà free agent a Luglio, ma ha già annunciato che sarà disposto a ridursi il monte stipendi, pur di aiutare Dallas a vincere. Queste parole sembrano già sentite da qualche parte: la differenza, però, è che Dallas, al contrario della New York di Anthony, ha davvero le carte in regola per migliorare ancora. Gli obiettivi della free agency sono interessanti: fantascientifici i Knicks Anthony e Chandler, più realistici Luol Deng e Marcin Gortat. Per le conferme, si vedrà: a primo colpo, sia Harris, sia Marion dovrebbero restare in Texas. Anche Carter potrebbe rimanere, ma attenzione: i Raptors stanno pensando a un clamoroso comeback.

MEMPHIS – Monumentale. Perché dopo le mancanze dei primi mesi di regular season, hanno faticato e sono tornati ai playoff. Perché nonostante fossero entrati al pelo, nella post season, e ritenuti facili da battere, hanno più volte rischiato di portare OKC al baratro. Perché se Zach Randolph e Mike Conley fossero stati presenti, in gara 7, forse sarebbe andata diversamente. Perché Z–Bo non ha dato vita facile a Ibaka e Adams, con 18.2 punti e 8.7 assist. E perché Conley è veramente il leader di questa Memphis, con i suoi quasi 8 assist e 16 punti a partita. Tutti gli altri, a livelli buoni: Gasol da 17 punti e 6 rimbalzi, Allen il solito Allen. Se andrà avanti ancora, questa bellissima favola, non si sa. Già Randolph era stato associato a vari team nel corso della regular season, sebbene l’interessato abbia espresso il desiderio di rimanere e, quindi, di esercitare la Player Option sul suo contratto. Con Ed Davis RFA, e Mike Miller e Udrih che saranno UFA. Memphis sarà comunque destinata a cambiare, in un modo o nell’altro: il processo iniziato con la cessione di Rudy Gay, in Tennessee, non è ancora finito.

GOLDEN STATE – La dirigenza dei Warriors si aspettava ovviamente di più, dopo la semifinale dell’anno scorso contro gli Spurs. I presupposti c’erano tutti: l’arrivo di Iguodala, il rinforzo del pacchetto lunghi, la crescita delle guardie. Iggy ha fatto il suo onesto lavoro, Barnes è diventato sesto uomo fondamentale per il team. È mancata la presenza di Jarrett Jack, che tanto bene aveva fatto l’anno scorso e che Steve Blake, free agent a Luglio, non ha saputo rimpiazzare adeguatamente. Di contro, Draymond Green è diventato un giocatore di certo spessore, nella panchina gialloblu: per lui, in questa serie, 11 punti e 8.3 rimbalzi a partita. Per non parlare di Klay Thompson e di Stephen Curry. Soprattutto il play è cresciuto come leader: in confronto all’anno scorso, i punti sono calati (23.4 contro i 23 di quest’anno), ma si è passati dal 43.4% al 44% dal campo e gli assist sono passati da 8.1 a 8.4. Con tutte queste note positive, cosa non ha funzionato, allora? L’assenza di Bogut è stata enormemente evidenziata da DeAndre Jordan e da Blake Griffin: i Warriors, con l’australiano in campo, negli scorsi playoff hanno concesso 102.5 punti a partita. Nella serie i Clippers, invece, hanno segnato una media di 110.8 punti a partita. Praticamente, un abisso. In secundis, diciamocelo chiaro: questi Clippers sono forti, profondi e sono un gruppo solido e unito, per merito/colpa anche di Donald Sterling. A questo punto, a Oakland, Mark se n’è andato e non ritorna più. Cosa riserverà il futuro? In primis, un nuovo coach: tra i nomi, Stan Van Gundy e soprattutto l’interessante opzione Lionel Hollins. In secundis: un nuovo lungo, visto che Jermaine O’Neal sarà UFA e, dopo l’infortunio al ginocchio rimediato contro Glen Davis in gara 6, si ritirerà molto probabilmente. Infine: cosa fare di Harrison Barnes? Si parla già di possibili trade, nella notte del Draft, per un giocatore che evidentemente ha fatto abbastanza per il progetto Warriors; un caso simile a quello di Eric Bledsoe: dopo essersi fatto le ossa, l’ex Tar Heel può sbocciare definitivamente in un altro team.

HOUSTON – Non dovevano essere la seconda forza texana, capace di insidiare tutti gli avversari sul cammino? Invece, le tre H sono uscite ancora al primo turno. Houston non può dirsi soddisfatta: tradita da Harden (26.8 punti, ma con il 42%dal campo e il 29% da tre punti) e da Parsons (19 punti al 44% dal campo e al 36.1% da tre), ha avuto Howard altalenante e sfoggio del Lin migliore solo in pochi momenti. Troy Daniels si è fatto vedere in gara 3 e in gara 6, prima della tripla di Lillard. Asik non pervenuto. Si pensa già al futuro, con un obiettivo in cima alla lista: riconfermare Parsons, sul quale già i Magic vogliono puntare e che ha comunque una Team Option. Cercare di capire che cosa fare con Asik è il secondo punto. Terzo: Harden e Howard  dovranno lavorare tutta estate assieme. Il Barba ha dalla sua la gioventù e la voglia di migliorare: una sana estate di palestra lo aiuterà, assieme ai Mondiali a Barcellona, a fare pace con il ferro. La fortuna dell’ex Lakers, invece? Avere un coach e un patron maestri nel post basso. Sperando che sappia trarne giovamento.