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NBA Preview: Charlotte Hornets – Con Batum per i Playoffs

“End police terror” – Lo scenario apocalittico in cui versa Charlotte un mese a questa parte, lascia effettivamente poco spazio alla pallacanestro. La città del North Carolina è assediata dalle proteste contro il clima di terrore in cui si è ritrovata con le sue stesse mani, complici le scelte discutibili dei funzionari dell’ordine (al secolo, poliziotti). Una città avvolta nel coprifuoco, nella tensione, un disagio che è tangibile anche solo dalle immagini che provengono qua e là sul web. Un disagio che non sapremmo se avrà ripercussioni sulla squadra, gli Hornets, che di disagi, sportivamente parlando, ne hanno già visti e vissuti parecchi negli ultimi quindici anni. Nel 2002 lo spostamento a New Orleans, nel 2004 la rinascita con il nome Bobcats, nel 2007 la peggior stagione della storia Nba (secondo il rapporto vinte-perse, dal momento che fu l’anno delle 66 partite a causa del lock-out), sino al 2014 con il ritorno alla vecchia nomenclatura “Hornets”. Insomma, non ci saranno stati morti ammazzati, ma la storia recente della Charlotte cestistica sembra essere allineata con quella civica, per dirla in parole brevi, sembra essere nel caos. Eppure, tra le delusioni e gli espropri, le ultime due stagioni sembrano aver ridato speranza ad una franchigia nota al mondo più per essere lo zimbello della lega e perché il proprietario è il più grande giocatore della storia. Peccato che Michael Jordan con il portafogli in mano non abbia la stessa efficacia che con la palla, ma bisogna dire che si è risollevato dopo le laceranti delusioni iniziali di inizio gestione. Fatto sta, che gli Hornets non si sono mossi malissimo sul mercato, stravolgento in parte l’asset che gli ha portati ai Playoff lo scorso anno (sesti, ma con lo stesso record della terza), pur senza perdere qualitativamente terreno. Il fatto di essere ad Est è poi storicamente agevolante, dal momento che può sempre succedere di tutto e c’è la concreta possibilità di staccare un biglietto per la post-season pur senza esibire gioco e record esaltanti.

“I think we got better” – Lo scetticismo attorno al progetto Charlotte aleggia macabramente sulle teste dei suoi giocatori ed in particolare sul più pagato del roster, quel Nicolas Batum fresco fresco di ingaggio da top della lega in estate. I contratti stipulati quest’estate hanno la stessa credibilità dei soldi spesi per la Metro di Milano durante il periodo tangenti, eppure alla fine di ogni valutazione, resta il numero. E la cifra parla chiaro: 20 saranno i milioni che Batum prenderà da qui alle prossime cinque stagioni, perciò abituatevi all’idea che sia lui l’uomo copertina della squadra. Chi si dovrà abituare, più che noi pseudo-intellettuali della Nba, sarà Steve Clifford, ormai storico allenatore degli Hornets, il quale ha già dimostrato di come il suo gioco fosse prevalentemente incentrato su un lungo dal grande potenziale offensivo (Al Jefferson) ed una schiera di esterni pronti a colpire su eventuali collassi della difesa avversaria. Non è infatti singolare notare come fosse proprio dagli isolamenti in post di Big Al che nascesse il gioco offensivo di Charlotte. Quest’anno invece, uscito il lungo, è stato riempito di allori Batum, che da gregario di lusso ha così la possibilità di iniziare la sua prima stagione da stella. Non sono il solo a nutrire qualche dubbio in merito a questa decisione, infatti al Media Day che ha aperto questa stagione Nba, la domanda più ricorrente fatta al giocatore francese è stata: “Siete peggiorati rispetto allo scorso anno?”. Inutile dire quale siano state le sue risposte (una la trovate in apertura al paragrafo), che testimoniano un atteggiamento che, in puro italiano, si definirebbe da “paraculo”. È però presto per definire in maniera precisa quale sarà il successo di tutto questo movimento a Charlotte, anche perché tutte le squadre rinnovate custodiscono sempre il desiderio revanscista verso tutti i pregiudizi che possono essere mossi a priori.

“My goal is to put Kemba to the All-Star game” – Sempre dal Vangelo secondo Batum, che ormai ha accolto a pieno titolo il ruolo di front-man della squadra, si spendono le parole più interessanti per quello che potrebbe essere il giocatore più interessante di Charlotte. “Se lo sono io, può esserlo anche lui”, è la parafrasi delle dichiarazioni del francese e può essere letta in due chiavi: 1. il livello è così basso che, come io posso essere un All Star, allora c’è speranza per tutti; 2. se tutto va bene, facciamo una grande stagione. Ognuno è libero di scegliere quale delle due gli sia più congeniale. Io invece credo che Walker di un ottimo giocatore, ma nulla di più. Come ottimo era Roy Hibert, prima che, come scrisse Ariosto di Orlando, il suo senno si disperse da qualche parte sulla Luna. A ciò si vanno ad aggiungere l’eterna scommessa Kidd-Gilchrist (che a Charlotte aspettano come io aspetto il mio numero alle poste in ora di punta) ed il ritorno in North Carolina di Marvin Williams (a NCU ha fatto il college). Insomma, qualche presupposto ci sarebbe, e tra squadre come i Warriors e squadracce come i Sixers dovrà esserci pur qualcuno a comporre la middle-class e credo che gli Hornets si candidino di diritto a questa mediocrità conclamata. I lunghi ci sono, con Zeller, Hawes ed il già citato Hibbert, gli esterni pure (completano il cerchio Session, Lamb e Belinelli) ed infine c’è pure una gran marmaglia di sconosciuti sui quali, se parlassi ora, verrei accusato di sofismi (e dal momento che sono sconosciuti, lasciamo che siano loro in prima persona a smentirmi).

Dove possono arrivare – In soldoni, cinque li mettono in campo e abbastanza bravi. Basterà a centrare i Playoff anche quest’anno? Credo di sì, ma potrei smentirmi tra cinque minuti. Insomma, tra la quarta e la decima posizione a Est vale tutto. E quel tutto è sempre abbastanza relativo.

Quintetto ideale – K.Walker – N. Batum – M. Kidd-Gilchrist – M. Williams – R. Hibbert. Sesto Uomo: S. Hawes