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NBA Preview – Miami Heat, come sostituire un roster insostituibile

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Il secondo anno del post – LeBron non è stato assolutamente malvagio, per i Miami Heat. Nonostante per il secondo anno di fila Chris Bosh abbia avuto complicazioni di salute legate ai coaguli di sangue nel suo corpo, abbiamo assistito all’evoluzione di una squadra che è arrivata a gara 7 delle semifinali di Conference, che ha recuperato una buona parte del vecchio Dwyane Wade e che ha visto la nascita della leadership di Goran Dragic e del talento di Hassan Whiteside, con la formazione di una rosa di tutto rispetto destinata, almeno nei prossimi anni, a fare degli onesti campionati.

Ma, come dice il detto, non è tutto oro quello che luccica e gli Heat non sono solo quelli arrivati alla bella contro i Raptors. Le vicende legate al team sono numerosissime: la cessione di Mario Chalmers, in primis, simbolo della vecchia Miami e guardia titolare della franchigia dal lontano 2007, uno dei ragazzi più amati nell’ambiente Heat. Le voci di mercato poi: cedere Luol Deng? Cedere Dragic? Cedere Tizio, o Caio, o Sempronio? Alla fine se n’è andato solo Tizio: Chris Andersen, che ha raggiunto Chalmers (prima del taglio per rottura del tendine d’Achille) a Memphis. Caio poteva essere chiunque nella rosa che non rispondesse al nome di Bosh e Wade. Sempronio, al secolo Hassan Whiteside, merita un discorso a parte. Per tutto l’anno, le strabilianti prestazioni di Whiteside hanno lasciato tutto il mondo NBA senza parole. E le domande legate a tali performance sono sempre quelle: a quanto lo rinnoviamo questo qui? Soprattutto, il gioco vale la candela? Abbiamo esempi fin troppo chiari (Ben Gordon nel 2009, John Salmons nel 2010, Lance Stephenson nel 2014) di gente che, una volta siglato il max contract, non ha più espresso appieno le proprie potenzialità. E Pat Riley, questo, lo sa molto bene. È partito quindi un lunghissimo braccio di ferro: da una parte il giocatore, voglioso del massimo salariale, dall’altra il patron, che quel massimo e con Dwyane Wade free agent, non voleva certo spenderlo per un ragazzino, con il rischio poi di non poterlo cedere a causa della immane cifra. Il braccio di ferro si è chiuso con un nulla di fatto, in termini di accordi e di trade, e Whiteside ha testato la free agency per la prima volta. E per poche ore: ha infatti rifirmato con Miami un quadriennale da 96 milioni di dollari. Luol Deng è già migrato a Los Angeles, sponda Lakers; Joe Johnson, uomo aggiunto a marzo e rivelatosi prezioso in molte occasioni, lascia la Florida e vola a Salt Lake City. Due quinti dello starting five sicuri, due andati. Mentre Gerald Green torna alle origini e ai Celtics. Ora non resterebbe che rifirmare Wade …

E i colloqui sono iniziati subito, sulla carta. In pratica, Wade voleva firmare un biennale da 20 milioni l’anno, ma Riley quella cifra non era disposta a sborsarla. A suo parere, per un uomo con 13 stagioni alle spalle, problemi alle ginocchia e esplosività ormai esaurita rispetto al tempo che fu. A parere di Wade e della gente di Miami, per un veterano con tre anelli al dito, il recupero delle ginocchia e l’esplosività incanalata nella giusta direzione. Né Riley, né Wade si sono sentiti e le comunicazioni si sono inaridite. Parte allora la caccia all’ambita guardia: i Cavs vogliono fare The Decision al contrario, ma lui non ci sta (lo stesso LeBron ha spiegato che l’unica complicazione sarebbe stata la cifra). I Nuggets gli danno un progetto futuribile e un biennale da oltre 50 milioni, ma lui vuole vincere. Infine, i Bulls. Il richiamo di casa, Jimmy Butler, Rajon Rondo appena arrivato, un team giovane che con Fred Hoiberg, dopo la prima stagione così così, può finalmente sbocciare. Wade trasloca in Illinois con 47 milioni di dollari in due anni e in tutto questo Riley non ribatte e non si fa sentire. Anzi, azzarda qualche tempo dopo che il miglior Heat di sempre è Shaq. Una frecciata che si poteva evitare e che in molti, “civili” e giocatori non hanno apprezzato. Soprattutto dopo che lo stesso Riley aveva dichiarato che Dwyane è insostituibile.

Bloccato Tyler Johnson (dopo aver pareggiato il quinquennale offerto dai Nets) e rinnovato al minimo Haslem, bisogna fare il resto del team. Vengono firmati Derrick Williams (autore di una buona stagione in maglia Knicks), lo specialista del tiro da tre Wayne Ellington e Willy Reed da Brooklyn, la riserva James Johnson dai Raptors. Un ricettacolo di giocatori esperti, ma decisamente non all’altezza del team dell’anno appena passato. Su tutti, l’acquisto più azzeccato risulta essere Derrick Williams: l’ala scelta dai Timberwolves nel 2011 sembra ormai pronta, dopo la stagione ai Knicks da 9 punti in 18 minuti di media, al salto di qualità. Già in questa preseason si è cimentato in prestazioni da 14, 10 e 7 punti in 23 minuti di impiego e può fare una buona parte. Manca tuttavia una guardia, che arriva il 26 luglio. È Dion Waiters, firmato per due anni a 6 milioni di dollari. Dopo Luol Deng e, ovviamente, LeBron, il terzo ex Cavalier ad approdare in Florida. Waiters porta fisico, difesa e 9.8 punti di media al 39% dal campo e al 35% da tre punti. Ma se tornasse ad essere quello della Finale di Conference nelle prime gare, Miami può aver fatto un buon colpo. In ogni caso, citando l’interessato proprietario, Wade è insostituibile.

Le rotazioni Heat sono da fare completamente e la squadra deve trovare quell’identità che prima era ben definita e indossava la maglia numero 3. Ci sarebbe Bosh … ah già, Bosh. Bosh, stando alle parole di Riley, avrebbe finito la carriera, non solo agli Heat ma in generale. I coaguli di sangue sono un problema molto grave, ma nonostante ciò Chris si dichiara pronto a giocare e di aver fatto test medici che dessero l’ok. Ma il medico degli Heat ha dato il no e si rischia di andare in tribunale. Ad ogni modo, la faccenda prosegue da metà agosto e ancora non sembra in procinto di sistemarsi. Perciò vale la pena considerare Chris Bosh fuori dai giochi e parlare degli Heat come se lui non fosse a roster.

Ma prima una breve considerazione: Riley ha usato esageratamente il pugno di ferro. È una cosa che ha sempre avuto, fin dai tempi di capoallenatore dei Lakers, ma che si è accentuata in due episodi particolari. Nel 2008, quando da allenatore sbraitò in faccia a Jason Williams per un errore e Shaquille O’Neal prese le parti di White Chocolate, Riley intimò il gigante a ricordargli chi comandasse. E Shaq fu alla fine della sua avventura bianco – rossa. Il secondo anno è quello che abbiamo appena commentato e dei trascorsi con la stella più sottopagata dell’intero firmamento NBA e che non ha avuto il giusto riconoscimento per quanto fatto. Ma finché si tratta del lato affaristico si può accettare. È il lato personale che lascia perplessi, per il modo di agire del generale Heat. Wade aveva ricevuto un messaggio, via comunicato stampa, in cui Riley gli avrebbe spiegato in una mail come sarebbero andate le cose. Mail non ricevuta dopo due mesi, “Ma sono fiducioso che arriverà” ha detto l’ex Heat. Per Bosh è stato ancora più laconico: “La carriera di Bosh è finita e non stiamo cercando di recuperarlo.” E Chris ha risposto che Riley non gli ha mandato un messaggio nemmeno per il media day. Riley risponde che è stato contattato da lui, da Spoelstra e da Micky Harrison e che è stata l’ala a voler chiudere i rapporti finché le acque non si fossero calmate. Una situazione confusa e non gestita in maniera organica, che sembra avere minato la stabilità degli Heat e aver compromesso la leadership di Pat Riley, sia nell’organizzazione che tra i tifosi stessi. Fresca è la notizia per cui gli Heat potrebbero tagliare Bosh dopo l’1 marzo, cosa che annullerebbe il contratto stesso e non permetterebbe al texano di giocare con un altro team. Un colpo basso nei confronti di chi è rimasto a Miami e ha giurato fedeltà al team con cui ha vinto due titoli.

La squadra parte sostanzialmente da Dragic e da Whiteside e tutto il resto è da costruire. Winslow è un futuro Heat molto interessante ed è facile che Spoelstra lo faccia partire titolare, alla luce delle piccole buone cose mostrate durante il finale di stagione. Il resto lo diranno solo la preseason e l’inizio della regular. Inizia una nuova era a Miami, ma prima di arrivare ai tempi d’oro ci saranno da capire molte cose. Gli Heat fino a luglio 2016, come il suo leader, erano davvero insostituibili.

DOVE POSSONO ARRIVARE: Miami è in modalità reset, ma non è detto che non possa fare come Portland l’anno scorso. C’è da dire che Dragic non è Lillard e Tyler Johnson non è McCollum. E tutto dipenderà da Bosh e dalla sua situazione. Al giorno d’oggi, nona piazza ma non oltre.

QUINTETTO IDEALE: Whiteside – Williams – Winslow – Waiters – Dragic, sesto uomo Tyler Johnson

N.B. questo starting five è condizionato dai problemi fisici che stanno affliggendo Chris Bosh, con la speranza per tutti che si risolvano

 

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