Non chiamatelo miracolo: tutta la verità sul ritorno di Serge Ibaka

Se volete credere nei miracoli, qui nessuno vi dirà di non farlo. Ma sappiate che il ritorno di Serge Ibaka per gara 3 non lo è affatto, ma è frutto del duro lavoro dello staff medico e del giocatore. Al di là di quelle che sono state le dichiarazioni del protagonista stesso, che ha amplificato, divinizzato e romanzato il tutto, cerchiamo di ricostruire quello che è realmente accaduto. 

Ibaka era stato dato fuori per la serie, ma nei fatti c’erano possibilità di recuperarlo, dato che quello che ha riportato è un lieve stiramento al polpaccio, dal quale si può recuperare tra le 2 e le 4 settimane. Lui ha bruciato le tappe e ce l’ha fatta in 10 giorni: non perché è un fiero combattente dalle origini congolesi, come qualcuno ha provato a far credere, ma semplicemente perché lo staff medico lo ha trattato come se fosse un infortunio giorno per giorno ed ha calcolato qualche rischio, vista l’importanza di gara 3, pur di rimetterlo in piedi.

Sotto 2-0 contro una squadra come gli Spurs che stava giocando una pallacanestro meravigliosa, i Thunder sapevano bene di avere pochissime possibilità di riaprire la serie senza Ibaka, quindi la sua presenza, seppur limitata, era fondamentale per provare a rientrare. Gara 3 ha confermato allo staff che l’enorme impatto emotivo, tecnico e tattico che lo spagnolo ha avuto sulla partita è valso la pena di correre certi rischi. Ma quale sono di preciso questi rischi? Quando si tratta di lieve stiramento, giocandoci sopra il problema potrebbe ampliarsi oppure, nel peggiore dei casi, potrebbe arrivare una rottura.

Insomma, lo staff medico si è dovuto assumere responsabilità importanti, ma la parte più difficile l’ha dovuta affrontare Ibaka. Giocare sopra al dolore non è una passeggiata, soprattutto sopra ad uno strappo: sarebbe stato possibile utilizzare un antidolorifico prima della partita, ma con il rischio che avrebbe potuto rallentare i suoi tempi di reazione. Quindi molto probabilmente si sarà sottoposto ad un’anestesia di basso grado, che non avrà annullato il dolore, ma almeno lo avrà reso un po’ più sopportabile.

Per chi avesse pensato ad una qualche sostanza proibita, chiariamo subito che gli steroidi non avrebbero aiutato Ibaka: gli anabolizzanti aiutano il tessuto muscolare a crescere, ma non dalla mattina alla sera. Al massimo Serge potrebbe aver avuto un trattamento a base di cortisone, che è anche un anti-infiammatorio e non è proibito dalla lega. Quindi i trattamenti per aiutarlo a recuperare sono stati abbastanza standard: il ghiaccio ed il riposo hanno fatto la loro importante parte, ma va anche considerato che i Thunder sono noti per l’utilizzo di dispositivi altamente tecnologici per recuperare da infortuni, come la camera ed il laser del freddo.

La chiave di tutto, però, sta nel fatto che, mentre pubblicamente OKC dichiarava che Serge avrebbe saltato l’intera serie, il personale medico lo ha trattato come se fosse un infortunio “day-to-day” e non “out for the series” e non gli ha dato l’ok per scendere in campo fino a quando non ha trovato una sorta di equilibrio tra gestione del dolore e sicurezza a lungo termine. La sfida è ora quella di riuscire a metterlo nuovamente in campo: gli stessi trattamenti a cui si è sottoposto finora, dovrebbero permettergli di continuare ad aiutare i compagni, a meno che non dovesse infortunarsi di nuovo, anche lievemente.

Insomma, chiamare il ritorno di Ibaka miracoloso svilisce il duro lavoro dei medici che c’è dietro e non è neanche lontanamente paragonabile a quello di Willis Reed. Allora era il 1970, i Knicks si giocavano il titolo in gara 7 ed il loro capitano, nonostante uno stiramento, si fece un’iniezione prima della palla a due e giocò un paio di possessi per dare carica ai suoi, rischiando di farsi male molto seriamente. Sono passati 44 anni, la medicina ha fatto passi da gigante ed ha permesso ad Ibaka di rientrare. Non chiamatelo miracolo. 

Fonte: Bleacher Report