Orlando Summer League Day One: il meglio e il peggio

Dopo lo svolgimento del Draft, la nuova stagione NBA prosegue con la Summer League di Orlando, prima vetrina per valutare i rookies che vedremo all’opera tra i professionisti americani e i possibili nuovi protagonisti del basket europeo. Andiamo dunque a scoprire chi ha fatto meglio e chi invece non è riuscito a convincere pienamente nella prima giornata di questo “showcase” disputata ieri.

IL MEGLIO

Aaron Craft (Philadelphia 76ers)

Il playmaker da Ohio State è la perfetta dimostrazione di come le statistiche del basket siano molto spesso una grandissima bugia. Se guardiamo al suo tabellino finale possiamo storcere un po’ la bocca perché ci parla di soli 2 punti, 2 rimbalzi e un assist in poco più di 16 minuti, ma del resto si sa che Craft non è mai stato un grande realizzatore neanche ai tempi del college. Ciò che ha impressionato fortemente è stata la difesa perfetta su Elfrid Payton, prima scelta dei Magic, che contro di lui non è mai riuscito a segnare (non solo: non è mai riuscito a batterlo dal palleggio) e ha perso un pallone. Bella prima prova da professionista per un ragazzo che non sarà mai il vostro miglior realizzatore, ma che è sicuramente un vincente, un leader e può tornare utile in diverse situazioni.

Jordan Adams (Memphis Grizzlies)

Parte dalla panchina e risulta l’arma decisiva per i suoi Grizzlies ai fini di una vittoria piuttosto agevole. Alla fine segnerà 22 punti, con 4/6 dalla lunga distanza, ma ciò che ha colpito maggiormente nella prestazione del rookie di Memphis è stata la grande sicurezza nel gestire il gioco d’attacco e nel far partire il suo letale jump shot. Ha portato poco la palla, e se il management della franchigia deciderà di non firmare nessuno tra Kalin Lucas e Scottie Wilbekin (i due playmaker in squadra nella Summer League che si giocano il posto per sostituire Calathes) toccherà a lui farlo nel secondo quintetto, ma intanto non ha deluso in ciò che si sapeva potesse fare meglio: segnare in grandi quantità.

Mike Moser (Boston Celtics)

I principali dubbi nel giudicare Mike Moser non venivano dalle sue capacità tecniche, quanto dall’identificazione di un ruolo vero e proprio. Nella partita con Miami è stato schierato da numero 4 perimetrale, e l’ex UNLV ha risposto con una prova solida da 3/6 dall’arco per 17 punti, 3 rimbalzi e 3 assist totali. Non ha mai forzato, prendendosi solo tiri a lui congeniali ed ha lasciato che la partita venisse a lui invece di cercare di aggredirla in prima persona. Le qualità fisiche ci sono tutte, è un atleta discreto e un difensore “perfezionabile”, ma decente. Difficile dire oggi se possa trovare spazio nel roster dei Celtics visto l’affollamento nel settore lunghi, ma di certo sarebbe un’ottima presa per l’Europa.

IL PEGGIO

Aaron Gordon (Orlando Magic)

Il rookie da Arizona non entra mai in partita contro Philadelphia, segna solo due punti nel primo tempo (una schiacciata in contropiede) e forza tutto ciò che può, cercando di mettersi in ritmo ma ottenendo di fatto l’effetto contrario. L’highlight della sua serata è una clamorosa stoppata con la quale letteralmente arpiona con due mani un tiro avversario, dandoci prova delle incredibili doti atletiche sulle quali può contare, ma ciò che i Magic vorrebbero vedere in lui sarebbe ben altro. Orlando conta sulla sua costruzione di un tiro da fuori accettabile e soprattutto continuo: Gordon ha cercato di dargliene prova, ma si è soprattutto preso tiri dal palleggio abbastanza fuori contesto. Sicuramente da rivedere.

David Lighty (Detroit Pistons)

L’ex canturino conta molto su questa Summer League per mostrarsi agli occhi degli scout NBA, ma anche in questa prima partita contro gli Houston Rockets non è riuscito a brillare come avrebbe voluto. Venti minuti in campo di assoluto anonimato, durante i quali si è preso soltanto un tiro (sbagliandolo) ed è riuscito a convertire solo uno dei quattro tiri liberi che ha avuto a disposizione. Per entrare a far parte di una rotazione NBA, Lighty dovrebbe trasformarsi in uno specialista del tiro da fuori, in grado di punire le difese sugli scarichi, ma ieri non soltanto ha faticato ad entrare in ritmo: non se ne è mai dato l’occasione, rimanendo passivo e nascondendosi dalla partita, cosa solitamente non da lui, che a Nanterre era riuscito ad ergersi come uno dei principali protagonisti del primo storico titolo francese del club.

Steven Adams (Oklahoma City Thunder)

Dopo essere stato molto positivo nei playoffs con i Thunder in sostituzione di Ibaka e in generale subentrando dalla panchina, Adams comincia questa Summer League da titolare e da protagonista molto atteso, quasi da trascinatore annunciato per la propria squadra, e invece non riesce mai ad incidere in una partita peraltro piuttosto sfortunata per OKC. D’accordo: il neozelandese non è mai stato famoso per essere un grande attaccante, deve ancora migliorare nel crearsi un tiro da solo, ma per il livello della competizione nella quale è immerso si pensava potesse produrre un po’ di più dei soli 7 punti e 2 rimbalzi conclusivi, soprattutto alla luce delle grandi prestazioni di Mason Plumlee e Nerlens Noel nelle partite precedenti. Questa partita ha confermato che Adams può essere un grande innesto di energia a partita in corso, ma forse non è ancora totalmente pronto a prendere in mano la squadra per oltre trenta minuti a gara, tant’è che il suo cambio (Mitch McGary) ha finito per giocare ben quattro minuti in più di lui.