Pacers-Heat: tutti giù per terra in gara 4. Il flopping è un problema culturale?

Il flopping negli ultimi anni sta diventando sempre di più parte integrante del gioco, ma nonostante l’inasprimento delle sanzioni, i giocatori non riescono a levarsi questo vizio di accentuare i contatti per guadagnarsi il fischio degli arbitri. Numeri uno in questa specialità, sono ritenuti i Miami Heat, attorno ai quali si è riaccesa la discussione all’indomani del vero e proprio tuffo di Dwyane Wade in gara 3, a cui però la terna non ha abboccato.

C’è da dire che stanotte gli Indiana Pacers non sono stati da meno, dando vita ad una sfida nella sfida a suon di flop. Vincitore a mani basse è stato Lance Stephenson, che non solo è stato fondamentale nel successo dei suoi al fotofinish, ma si è anche reso protagonista di due discrete simulazioni, rimaste impunite dagli arbitri. Fa sorridere il fatto che pochi minuti dopo che i tifosi di casa hanno intonato “E’ un flopper!”, dedicato ovviamente a LeBron James, il nativo di New York abbia prima provato a simulare una gomitata da parte di Ray Allen, con il quale il contatto è stato minimo, e poi si è ripetuto contro lo stesso James, che però a stento lo ha sfiorato. In queste due occasioni la terna ha preferito lasciar correre e lo stesso ha fatto quando “Il Prescelto”, in comproprietà con David West, è saltato in aria non appena c’è stato un contatto, neanche gli fosse esplosa una bomba sotto i piedi. L’unico a riuscire nel flopping ed a guadagnarsi il fischio a favore è stato Shane Battier, che si è lasciato cadere quando Young ha provato a forzare il blocco (che tra l’altro era in movimento).

Negli ultimi anni quello del flopping è un fenomeno dilagante, tanto che la NBA ha iniziato una vera e propria battaglia contro i simulatori. Gente come Bird e Pippen, ma anche come Bryant, non è mai cascata giù ad un minimo contatto come se fosse stata sparata alle gambe, simbolo che nelle nuove generazioni di giocatori c’è un problema culturale. Queste sfruttano quello che è sempre stato il tallone d’Achille della NBA: gli errori degli arbitri, i quali non possono vedere tutti i contatti, né possono chiamare tutti i falli che si qualificano come tali in base al regolamento, altrimenti il basket diventerebbe uno sport lento a causa delle continue interruzioni.

Così è naturale che alcuni giocatori sfruttino queste debolezze arbitrali per guadagnarsi un fallo inesistente: così facendo, però, si crea un circolo vizioso, perché l’avversario che si è visto fischiare un contatto che in realtà non c’è stato, poi si sentirà autorizzato a fare lo stesso dall’altro lato del campo. Bene ha fatto la NBA ad iniziare a multare pesantemente i giocatori che inducono gli arbitri all’errore, ma questo sembra non bastare: per stessa ammissione di diverse stelle della lega, a loro poco importa di ricevere sanzioni, seguono la logica del fine giustifica i mezzi. Forse la NBA ha bisogno di inasprire ulteriormente i provvedimenti contro i “floppers”, ma soprattutto di risolvere un problema culturale: ai giovani che si avvicinano al basket vanno fatti vedere meno Heat e Lob City, più campioni di un tempo come Larry Bird.

FOTO: LeBron James // Usa Today Sports