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Pete Press “Pistol” Maravich: una storia che tutti dovrebbero conoscere

Peter Press Maravich era uno di quei giocatori che tutti dovrebbero poter vedere giocare. Non saprei dirvi bene perché sia diventato un mio idolo, tanto più che nei suoi anni in NBA io non ero nemmeno nato; tuttavia, la sua storia mi ha sempre affascinato più di quella di chiunque altro, forse per la malattia cardiaca che un po’ ci accomuna, o forse per la sua scelta di vita dopo il ritiro, con l’abbracciare tantissime diverse pratiche religiose orientali. In realtà, di Pistol Pete mi affascinarono i racconti che qualche amico mi fece sulla sua capacità di palleggiare per ore, sul suo completo dominio di quegli esercizi che Bruno Boero presenterà per primo in Italia ne “Giganti del Basket” del maggio 1974 come ball handling. Già, perché quel ragazzino nato ad Aliquippa il 22 giugno del 1947 sapeva palleggiare come mai nessuno prima, e questo gli avrebbe fruttato enorme fortuna.

Pistol Maravich è figlio di Petar “Press” Maravich, un americano di origini serbe che divenne un buon giocatore nella National Basketball League (NBL), quella lega professionistica che fu sciolta nel 1949, dando vita all’attuale NBA, seppur per vie traverse che non mi dilungherò a spiegarvi. Petar era un ragazzino sveglio, figlio di una famiglia serba emigrata in Pennsylvania  a cercar fortuna con il boom della lavorazione dell’acciaio e del lavoro in miniera, e sapeva benissimo che negli anni ’20-’30 ogni occasione era da sfruttare per poter emergere: iniziò imparando a menadito l’americano, poi si mise a consegnare giornali e si guadagnò l’appellativo di Press (anche perché, a dirla tutta, il nome Petar non gli stava granché simpatico). Una digressione importante, come ricorda sempre l’Avvocato Federico Buffa, è il fatto che l’immigrazione nelle zone minerarie dell’Est America segnò profondamente la storia del basket americano: basti pensare al fatto che, anche la famiglia D’Antoni, da Nocera Umbra andrà a stabilirsi nella zona mineraria della West Virginia. Il sogno di Pete di diventare un giocatore professionista di basket fu stroncato dall’arrivo della Seconda Guerra Mondiale, in cui Press ebbe un ruolo di rilievo come aviatore al servizio degli United States Naval Air Corps. Al ritorno dal fronte, come eroe di guerra, conosce quella che sarà sua moglie, Yelena Santini, vedova di guerra, ma serba proprio come Petar; per amore, Press accantona il sogno di diventare pilota di aerei commerciali e decide di intraprendere la carriera da allenatore di basket.

Proprio la leggenda del padre, come allenatore creativo e innovativo, aiuterà Pistol Pete a diventare quello che tutti ammireranno a bocca aperta. In particolare, un evento mi piace sempre ricordare, per far capire quanto Maravich avesse un talento naturale e una predisposizione innata per giocare a pallacanestro: suo padre allenava l’Aliquippa High School, quando un pomeriggio disse a Pete di mettersi a giocare tutto il tempo necessario finché lui non fosse rientrato con la squadra nella palestra, dalla trasferta del giorno. Era notte fonda quando il coach Maravich rientrò in città e decise di far vedere a qualche suo giocatore che cosa fosse in grado di fare il piccolo Pete, che tra l’altro stava ancora giocando dal pomeriggio, ininterrottamente: Maravich prese suo figlio, lo bendò con una stoffa nera e gli mise alle mani dei guanti da lavoro, chiedendogli di palleggiare senza fermarsi nonostante gli handicap; Pistol Pete aveva forse 8 anni, e strabiliò chi di nascosto lo stava osservando, palleggiando con una naturalezza quasi irreale.

Il soprannome “Pistol” nasce nella Clemson University (franchigia della ACC), dove suo padre aveva ottenuto un contratto come head coach della squadra universitaria di basket, in un periodo in cui negli Stati del Sud i neri erano ancora considerati inferiori, e non potevano certo giocare a basket coi bianchi. Pete sfidava più volte i giocatori della prima squadra di Clemson a gare di tiro, ma essendo troppo basso e gracile per compiere un movimento di tiro da adulto, rilasciava la palla aiutandosi col movimento dell’anca, proprio come se stesse estraendo una pistola dal fodero in un duello da far west. Fu così evidente, che i giocatori lo soprannominarono “Pistol”, termine che in uno slang molto rude e influenzato dalle lingue immigrate, stava ad indicare proprio “pistola”.

Pete vive negli anni in cui la creatività nelle arti è una qualità prettamente dei neri, che però sono esclusi dal poterla condividere col resto della società, a causa della loro segregazione razziale, specialmente negli Stati del Sud. Il ragazzo faceva cose che probabilmente nemmeno gli Harlem Globetrotters erano in grado di immaginare, ma soprattutto faceva del lavoro in palestra e del sacrificio un vero e proprio culto. Infatti, la famiglia Maravich non era certo benestante, sebbene il padre di Pete ottenne anche l’incarico di head coach da North Carolina State, e l’unica possibilità per Pistol Pete di andare al college era quella di ottenere una borsa di studio. Proprio a North Carolina State, accade la svolta nella carriera di un 17enne Pete: suo padre decise di organizzare un 3 vs 3 in cui 5 giocatori erano praticamente il quintetto base da lui allenato, e il 6° era proprio suo figlio. L’obiettivo di Maravich senior era quello di far capire a suo figlio come giocassero i professionisti, in ottica dell’imminente decisione sul college cui iscriversi. Peccato che Pistol era già di un livello troppo superiore per un quintetto comunque capace di vincere l’ACC: fece di tutto e tutto ancora, e segnò il canestro decisivo con quello che oggi sarebbe un jumper fade away, voltandosi non appena rilasciò il pallone, già consapevole del fatto che il pallone si sarebbe infilato nel canestro, accarezzando come una morbida piuma la retina. Praticamente, imbarazzante.

La scelta del college ricadde su Louisiana State University (LSU TIGERS). Già, proprio in quell’università dove, nel 1988, il palazzetto che ospitava le partite in casa dei Tigers fu rinominato “Pete Maravich Assembly Center“, meglio conosciuto anche come “The PMAC” o “The house that Pete built”. Il basket nel 1965 in quell’ateneo non era proprio lo sport principale, anzi; ma l’arrivo di un giocatore così fenomenale cambiò tutti gli scenari, soprattutto a livello arbitrale. Sì, perché Pete ripeteva spesso una finta di corpo in cui sembrava fermare il palleggio e commettere un’infrazione di passi, e la cosa gli provocò non pochi fischi contro: in realtà era così leggiadro nel palleggiare, che nessuno notava come, sfiorando con la punta delle dita della mano sinistra il pallone, Pete non interrompeva il palleggio, ma semplicemente bloccava la mano destra per disorientare l’avversario. Illegale, diremmo oggi. La sua più grande dote era quella di saper osservare e ascoltare, riuscendo a ripetere perfettamente in campo ciò che vedeva fare ad altri, o che altri gli raccontavano: praticamente nella sua testa provava e riprovava così tante volte il movimento (chiaramente un movimento complesso, composto da virate, esitazioni, palleggi ai limiti della fisica e perfetta coordinazione del corpo) che non aveva nemmeno bisogno di provarlo realmente. Immaginava il movimento, lo raffigurava in qualsiasi possibile situazione, e in partita lo faceva, riuscendo alla perfezione nel suo intento. Esemplare a questo proposito è quanto accade nel marzo 1969 ad Athens, nella sfida tra Tigers e Bulldogs, nelle cui fila giocava il futuro centro di Cantù, un certo Bob Lienhard: tralasciando l’epica battaglia, in cui il giovane Maravich fa impazzire avversari, pubblico, arbitri e forse anche suo padre, ciò che conta è il canestro della vittoria che Pistol decide di segnare. Pete, infatti, si inventa un gancio destro da metà campo senza nemmeno guardare il canestro, un tiro che probabilmente nemmeno un folle avrebbe mai tentato.

Ecco, non voglio dilungarmi a raccontarvi la carriera NCAA, o quella NBA, di Maravich, anche perché non mi basterebbe un articolo probabilmente. Vi basti sapere che in NCAA viaggiò alla media di 44.2 punti a partita, quando ancora non esisteva nemmeno il tiro da 3 punti, e anche per questo nel 2005 fu nominato, post mortem, miglior cestista universitario della storia americana (i suoi 3.667 punti totali, realizzati in 3 anni, sono ancora oggi record NCAA). In NBA le sue cifre calano, ma nel 1977 riesce comunque a vincere la classifica marcatori con 31.1 punti di media ad allacciata di scarpe. Il problema più grande fu solo uno per Pistol: non ebbe mai una squadra in grado di poter competere per vincere l’anello (cosa che suo padre gli aveva pronosticato quando ancora era un ragazzino, promettendogli una carriera nel professionismo), nonostante il talento di Pete fosse puro come un diamante.

La storia di Maravich si conclude con un personale ricordo: 28 anni fa, durante una partitella con amici, muore d’infarto inspiegabilmente. In realtà, aveva una malattia cardiaca congenita non diagnosticata, che avrebbe potuto stroncargli la vita in qualsiasi momento. Certo, il mio racconto non sarà esaustivo e non discernerà tutto il possibile, ma non è comunque questo il mio obiettivo. Con questo articolo, voglio ricordare nel giorno dell’anniversario della sua morte, un giocatore che per molti fu l’Elvis della pallacanestro e che probabilmente trovò un degno erede nel Mozart dei canestri, un certo Drazen Petrovic per intenderci. Un talento sublime, un giocatore fuori dagli schemi in un periodo in cui il basket non era certo come è adesso, che, tuttavia, non viene mai menzionato ai giovani solo perché non si è fregiato di un anello: praticamente una follia! Non parlare di Pistol Pete è come non parlare della donna più bella del mondo, che però è pelata. Ciao Pistol, ciao fenomeno.