Ricky Rubio: quando un contesto rende magico un giocatore

Ricard Rubio Vives, a noi comuni mortali noto come Ricky, è probabilmente il playmaker più sfrontato e creativo della NBA in rapporto alla sua giovane età e poca esperienza. Probabilmente, quando Minnie lo scelse come 5° scelta assoluta al draft del 2009, molti rimasero scioccati: Rubio era sotto contratto fino al 2011 col FIATC Joventut di Badalona, con buyout fissato a 5.7 mln di €, e secondo il regolamento NBA una franchigia non può versare più di 550.000 $ a una squadra straniera come indennizzo per liberare un giocatore, senza decurtare il proprio salary cap (cioè se Minnie avesse pagato il buyout, circa 6.860.000 $ sarebbero finiti a pesare sul salray cap dei T’Wolves) . Per questo motivo molti rimasero sorpresi dalla scelta dei Timberwolves di scegliere proprio Rubio (ricordate che nel draft 2009 furono scelti ben 3 spagnoli: Rubio alla 5°, Victor Claver alla 22° e Sergio Lull alla 34°). Data l’impossibilità di approdare oltre oceano, nonostante trattative estenuanti e continue, Ricky scelse di accasarsi al FC Barcelona di Navarro, firmando un contratto di 6 anni con clausola NBA escape valida dal 2011.

Proprio la scelta di andare a Barcellona è stata una delle fortune di Ricky, prima della consacrazione definitiva con lo sbarco in NBA. Infatti, con la casacca blaugrana ha vinto tutto, in Spagna e in Europa, consacrandosi come miglior giovane dell’Eurolega nel 2009-2010 a soli 19 anni, potendo maturare al fianco di campioni rodati e assumendo una leadership sempre maggiore all’interno di un gruppo che avrebbe dominato la scena. Proprio da qui, dobbiamo iniziare a spiegare la trasformazione del Rubio giocatore, sulla base dei diversi contesti nei quali ha giocato. Se dividessimo la carriera di Rubio in 4 differenti spezzoni (Nazionale, Liga ACB, Eurolega, NBA) noteremmo delle differenze sostanziali nella rendita del giocatore. Nella Liga ACB, a Badalona prima e a Barcellona poi, Ricky non era un giocatore completo: a Badalona, portava sulle spalle il peso dell’attacco nero-verde, tant’è che proprio con la maglia del FIATC nel 2007-2008 Rubio realizzerà il maggior numero di punti in una singola stagione regolare spagnola (356 con un high di 25, mai più raggiunto); a Barcellona, invece, il talento di El Masnou era un play che giocava principalmente per i compagni, come dimostrano i 299 assist messi a referto nelle 68 gare di RS disputate tra 2009 e 2011. Tuttavia, con Navarro & co., Rubio poteva dimostrarsi un giocatore totale, ma non poteva ancora sfruttare del tutto la sua arma migliore: quel correre in campo aperto che lo rende un giocatore devastante. Infatti, nell’esperienza blaugrana, Ricky dominava grazie a un QI cestistico che rendeva ridicoli gli altri play, ma anche grazie al fatto che era un abile ruba palloni e un discreto rimbalzista, permettendo così al Barça di correre in transizione e sfruttare le triple delle guardie in campo aperto o il post dei lunghi in situazioni di mismatch. Lo stesso ragionamento è applicabile in ottica Eurolega.

In Nazionale, quanto appena detto è da dimenticare. Ovviamente, le mie sono solo congetture, ma paragonando i 4 spezzoni sopracitati, quello con la maglia della Spagna è il peggior contesto in cui Ricky si sia trovato a giocare. Tralasciamo l’infortunio del 9 marzo 2012 che lo ha costretto a saltare le Olimpiadi di Londra, e concentriamoci sull’ultimo Europeo disputato, dove tutti si attendevano un Rubio dominante. In realtà, EuroBasket 2013 ha dimostrato l’esatto contrario: le statistiche servono se corroborate da interpretazioni, quindi cerchiamo di interpretare i 7.2 ppg. e 3.4 apg. in 21′ di media sul parquet. In sole 3 partite (contro Polonia, Georgia e Serbia) Rubio ha giocato come sa e come deve fare, prendendo le redini della squadra e giocando totalmente, sia offensivamente che difensivamente. Nelle restanti 8 partite non ha espresso nemmeno il 50% di quello che valeva, e le motivazioni possono essere due: 1) il livello atletico del basket europeo è inferiore a quello NBA, infatti in America appena il play riceve palla trova davanti a sé già 2 o 3 compagni pronti a fargli impostare schema e azione, mentre in Europa appena il play riceve palla, i suoi compagni sono ancora dietro il centrocampo, e questo dimezza le potenzialità di un play veloce come Rubio di giocare in transizione e velocizzare le giocate; 2) in Nazionale certe gerarchie contano ancora tanto, forse troppo. Quando hai in squadra gente come Rodriguez, Fernandez, Calderòn e Lull, diventa difficilissimo emergere come primo play e leader, tanto più che l’unico giocatore che avrebbe potuto preferire Rubio agli altri, tale Juan Carlos Navarro, era assente dalla manifestazione continentale per inforunio.

Il punto cruciale è che non vedremo mai Rubio giocare allo stesso modo, e con lo stesso rendimento, in NBA e in Europa, semplicemente perché la sua dote maggiore è quella di poter spaziare e creare magie in campo aperto, sfruttando il gioco veloce ed atletico, senza pause, della NBA. Sarà anche vero che difensivamente molte franchigie NBA permettono di tutto ai play avversari, creando difese ad hoc imbarazzanti, mentre in Europa la difesa sul play avversario è alla base di qualsiasi strategia vincente; sarà anche vero che la concorrenza nello spot di play non è certo spietata ai T’Wolves, e probabilmente giocare con Kevin Love renderebbe anche me un buon play; tuttavia bisogna ammettere che Ricky Rubio potrà diventare un play formidabile in un ambiente che lo sa valorizzare al 100%, qual’è la NBA. Oltre Oceano, Rubio è poesia in movimento, genio e sregolatezza, capace di trovare anche percentuali al tiro migliori di quelle che aveva in Europa, dispensando giocate da highlights ogni notte, esibendo assist ai limiti delle leggi fisiche. Insomma, se in Europa un cronista disse di Rubio “que jugador, que jugador, Ricky Rubio por favor!”, in NBA  diranno di lui “Ricky Rubio, what else?”.

Un sentito ringraziamento a Ivan Belletti, per la geniale idea di descrivere Rubio nei 4 diversi contesti in cui ha giocato, e dominato.