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Scusaci Kobe, ma l’era del post-Jordan appartiene (anche) a Tim Duncan

duncan kobe

Con il quinto titolo della sua carriera NBA, Tim Duncan ha consolidato la sua candidatura ad ala grande più forte di tutti i tempi. Ma non è tutto, perché se gli anni ’80 appartenevano a Magic e Bird e quelli ’90 al dominio assoluto di sua maestà Jordan, gli ultimi 15 possono essere riconosciuti nell’era di Duncan. Il post-MJ è stato però contraddistinto anche da Kobe Bryant, ma Tim con il suo quinto titolo ha vinto in tre decenni differenti, staccando il #24 gialloviola sia dal punto di vista dei successi individuali, che da quelli di squadra.

Svanito l’anello di vantaggio di Kobe, quest’ultimo adesso si trova sotto nei confronti di Duncan sia per quanto riguarda il premio di MVP stagionale (2-1 in favore del pilastro degli Spurs), che per quello delle Finals (3-2). Quindi dal punto di vista individuale, Tim è il giocatore di maggior successo dell’era post-Jordan. I numeri ed i riconoscimenti, però, non bastano per analizzare a pieno la grandezza di un giocatore: i successi di squadra hanno un ruolo molto importante. Pur avendo un’apparizione in meno alle Finals, Duncan può vantare un record di 5-1, ma soprattutto una percentuale di vittorie nei playoffs  pari al 63.3% (154-89), contro il 61.4% di Kobe (135-85). Ma soprattutto quello che fa la differenza è il fatto che gli Spurs sotto la sua guida sono sempre rimasti competitivi, anche nei loro presunti anni peggiori. Questa squadra ha conquistato l’accesso alla post-season in ogni singolo anno da quando Duncan è entrato nella NBA. In quest’arco di tempo, solo quattro volte ha perso al primo turno, mentre ha vinto 11 volte la Southwest Division e non è mai scesa oltre il secondo posto. A rendere Tim ancora più grande è il fatto che non ha vinto i suoi titoli ed è poi andato avanti, ma è rimasto a San Antonio ed ha sempre fatto tutto il necessario affinché gli anelli venissero da lui. E la cosa spaventosa è che probabilmente potrebbe aiutare questi Spurs a contendere ancora almeno per un altro anno.

Dal punto di vista della leadership, quella di Duncan è qualcosa di eccezionale e unico, è il suo marchio di fabbrica: non è uno che spende molte parole, ma quando lo fa non sono mai banali, anche se preferisce quasi sempre lasciar parlare il campo. La sua capacità di adattarsi e di evolversi nel corso del tempo è qualcosa di straordinario: come la lega cambiava e si allontanava sempre più dal gioco in post, così hanno fatto anche gli Spurs. E Duncan non si è lamentato, anzi ha prontamente permesso a Parker, a Ginobili, ma soprattutto a Leonard di ricoprire ruoli più importanti in termini offensivi, favorendo lo sviluppo del sistema che fa impazzire ancora oggi tutti gli appassionati. Altre superstar, invece, avrebbero chiesto a gran voce più palloni giocabili, si sarebbero lamentati della filosofia della squadra, avrebbero messo i propri interessi dinanzi a quelli della squadra. Non Duncan, non è affatto il suo stile.

Kobe è profondamente diverso, non è un leader inferiore a Tim, ma di certo non farebbe mai quello che ha fatto Duncan per aiutare la sua squadra a mantenersi al top. Il pilastro degli Spurs ha capito i suoi limiti e, quando si è reso conto di non poter più segnare 20 punti a partita, ha rifiutato i riflettori, ha eluso la fama. I suoi numeri e la sua personalità sono stati la chiave per mantenere gli Spurs ad alto livello anno dopo anno. Facendo un passo indietro, ha dato agli altri la possibilità di brillare, consolidando un modello di squadra di basket che molti cercano di replicare. La grandezza di Duncan non è tanto nella sua capacità di vincere le partite, quanto in quella di elevare al massimo livello una squadra. In pochi avrebbero potuto mai immaginare che dal 1997 ad oggi gli Spurs di Tim sarebbero stati ancora al top, ed invece è tutto vero. Quindi iniziamo a tributargli i giusti meriti ed a parlare (anche) di era di Tim Duncan.