Shane Battier annuncia il ritiro a fine stagione. L’elogio e la top 5 di BATTLE

Fu Earvin Johnson, meglio conosciuto come Magic, a pronunciare questa frase: “Non chiederti cosa i tuoi compagni di squadra possono fare per te. Chiediti cosa tu puoi fare per i tuoi compagni di squadra”. Se l’età anagrafiche non dicessero il contrario, potremmo affermare che Magic ha conosciuto e visto giocare Shane Battier. Ne avevamo avuto il sentore già a fine novembre, quando accennava ad una stanchezza fisica e mentale non indifferente. Ma restarono solo voci di corridoio, nulla di definitivo. Ma stanotte, a poche ore dalla palla a due tra Pistons e Heat, la conferma l’ufficialità: Shane Battier a fine stagione appenderà le scarpette al chiodo. 13 anni da pro, 3 sole maglie cambiate nella NBA, ma a quello ci arriviamo dopo.

Il 9 settembre 1978, Shane Courtney Battier nasce a Birmingham, non in Inghilterra ma in un’omonima cittadina dell’Alabama. Dopo aver frequentato la Detroit Country Day High School, si iscrive alla prestigiosa Università di Duke, dove ad attenderlo ci sarà coach K, Mike Krzyzewski che lo educa e lo istruisce al meglio. Shane si mette in luce per le sue qualità cestistiche, soprattutto difensive. Con i Blue Devils arriveranno le prime grandi soddisfazioni: dopo aver battuto Maryland, dei vari Terence Morris (Barcelona), Steve Blake (GSW) e Drew Nicholas (ex Olimpia Milano) in semifinale e Arenas, Jefferson e Walton nella finale contro gli Arizona Wildcats, arriva il titolo NCAA e il premio di MOP (Most Outstanding Player), ovvero sia il miglior giocatore delle Final Four.

Dopo il gran lavoro a Duke, viene scelto alla sesta dai Grizzlies in un draft piuttosto scarso (basti guardare la prima scelta assoluta: Kwame Brown!). L’approdo tra i professionisti è subito di buon livello. Infatti, il suo anno da rookie si rivela ottimo, con 14.4 punti di media, 5.4 rimbalzi e 2.8 assist in 39.7 minuti giocati a partita, ma nonostante le sue buone prestazioni la squadra non riesce ad arrivare ai play-off. Viene, comunque, inserito nell’NBA All-Rookie Team. Il secondo anno si abbassa notevolmente il suo minutaggio e giocherà in media 9 minuti in meno riuscendo a totalizzare solo 9.7 punti con 4.4 rimbalzi. Nell’estate del 2006 viene convocato dalla Nazione Statunitense e colleziona un “deludente” bronzo in Giappone, vista la sconfitta inaspettata con la Grecia.

Dopo 5 anni in Tennessee, la sua nuova dimora si sposta verso ovest e diventa il Texas, dove si aggregherà ai Rockets di McGrady e Yao Ming. Con coach Jeff Van Gundy arriva a sfiorare un’impresa in termini di vittorie consecutive: nel 2008 riesce a vincere 22 gare di fila, ottenendo così la seconda striscia vincente più lunga nella storia della Lega. Il ruolo all’interno di una squadra varia notevolmente: mentre i Grizzlies offensivamente erano poco dotati, con un giovanissimo Pau Gasol, i nuovi Rockets con T-Mac e Yao non avevano bisogno di ulteriori bocche di fuoco. Da quegli anni inizia il lavoro duro e meticoloso degli aspetti difensivi, dei fondamentali che poi si riveleranno utilissimi negli anni della vera gloria. I Rockets, però ai Playoffs non riescono a ripetere quanto fatto vedere durante la regular season e vengono eliminati al primo turno dagli Utah Jazz (4-2). Gli anni seguenti sono duri per Shane e per i Rockets: sapori e dissapori per la franchigia texana, che, dopo l’addio di Yao Ming, faticano ad arrivare alla post-season. Ritornerà a Memphis per giocare il finale di stagione (23 partite).

Nell’estate del 2011 da free-agent firma un nuovo contratto per i Miami Heat, reduci dalla cocente e inaspettata sconfitta alle Finals contro quei meravigliosi Dallas Mavericks. E qui la vita cestistica di Shane cambia ancora e diventa ancor più interessante. Siamo partiti da un anno da rookie a medie elevate, scendendo poi in termini di minutaggio e medie punti, per poi arrivare al ruolo che consacrerà Battier. In una squadra “messa peggio” alla luce del ragionamento di tipo offensivo portato avanti già con i Rockets, Shane diventa un gregario di lusso per coach Spoelstra che lo inserisce immediatamente in quintetto e lo dirotta sulle stelle e sui giocatori più pericolosi della squadra avversaria. Il compito gli si addice particolarmente ed è la chiave del primo titolo Heat nella serie finale contro i Thunder di KD35. L’età avanza e conseguentemente gli acciacchi fisici. Ma Shane è motivatissimo a far bene anche se la stagione è una delle più scarse in ambito statistico: pochi punti, poco impatto emotivo sulla partita, una difesa non alla solita maniera. Risultato? Fuori dalla rotazione di coach Spo.

Per citare il maestro Flavio Tranquillo “i radar avevano perso ogni traccia di lui. Era perso in panchina da qualche parte”. Gli Heat arrivano alle Finals contro gli irriducibili e mai domi San Antonio Spurs ed ecco che, quando serve, dopo mesi di buio pesto, una gara 7 da urlo con 6 triple realizzate su 7 tentativi. Qualcosa di mai visto prima: dal buio alla luce, dal nulla ecco risbucare Shane, vero emblema della grande professionalità che ogni giocatore dovrebbe sempre avere. La professionalità non è l’unico campo “sociale” entro il quale spicca Battier. Sempre, soprattutto davanti ai microfoni, il ragazzo dell’Alabama si è sempre mostrato generoso, umile e riconoscente a chi gli ha permesso l’onore di giocare a livelli così alti. Un aneddoto che forse in pochi conoscono è quello dei Nickname. L’NBA, come sappiamo, ha stabilito che in alcune partite di regular season, i giocatori possono sostituire sulla casacca da gioco il proprio cognome con un nickname, un soprannome. In casa Heat, tutti si sono gettati nei più disparati e commerciali nomi: da King James a Jesus Shuttelsworth, passando per D.Wade e Birdman. Ma lui no. Battier, infatti, ha deciso che non era il caso di mettersi in mostra ma ha esaudito un desiderio a cui teneva tanto. L’anno precedente Battier ha dovuto fare i conti con la scomparsa della nonna e ha dichiarato ai microfoni “I’m using this opportunity for the nickname jersey to pay a tribute to a great lady, who passed away and touched a lot of people. It’s my way of saying, ‘I love you grandma.’”. Un modo per dire “ti amo nonna”.

La nonna si chiamava Mary Battle e, sulla canotta, Shane aveva scritto proprio BATTLE. Se dovessimo chiudere con un’altra citazione di un grande, potremmo scegliere quella di Larry Bird: un vincente è qualcuno che riconosce il suo talento naturale, lavora sui suoi limiti per tramutarli in abilità, e usa queste abilità per realizzare i suoi obiettivi. Dopo l’annuncio del ritiro dall’attività agonistica, possiamo affermare che questa potrebbe essere un’ulteriore motivazione per Shane per continuare a far bene e a vincere con la maglia dei Miami Heat. Concludere una carriera ed uscire di scena nel migliore dei modi sarebbe una degna conclusione per un uomo, prima ancora che un giocatore, da emulare.

TOP 5 CAREER PLAYS
#5 – molto probabilmente non c’è modo per documentare numericamente la caratteristica principale della difesa di Shane. In gergo vengono definiti charging foul, noi italiani traduciamo il tutto come fallo di sfondamento. Un irreale senso della posizione, sempre al posto giusto nel momento giusto.

#4 – alla numero 4 inseriamo la difesa nella serie finale contro OKC su Kevin Durant. Difesa asfissiante completamente dedicata ad un giocatore, escludendolo per lunghi tratti dal gioco della squadre.

#3 – sul podio va il suo personale career high, realizzato il 4 marzo 2005, mettendo a referto 33 punti contro i Toronto Raptors. Ex equo inseriamo la clamorosa partita di Denver dove Shane fa registrare il suo massimo in carriera per quel che riguarda il numero di triple realizzate: 10

#2 – alla due inseriamo forse la giocata “difensiva” più importante della sua carriera. Non si sa se si può parlare di vera e propria giocata difensiva ma si può star ben sicuri che se Tim Duncan non avesse avuto il suo disturbo di Shane in quel contrasto finale sotto le plance in gara 7 a 50’’ dalla fine, ora probabilmente staremmo parlando di altro.

#1 – l’oro va senza dubbio al 6/7 dall’arco dei 7,25 in gara 7 delle Finals contro gli Spurs. Letteralmente un cecchino. Tira male per tutti i playoff, non azzecca una partita che sia una in tutto l’arco dei PO e poi lascia andar via quei 6 diamanti che fanno tutta la differenza del mondo.