Si ritira Allen Iverson: elogio critico di una personalità unica

Ann Iverson si era già preparata psicologicamente ad una vita di stenti e difficoltà quando il suo allora fidanzato Allen Broughton (probabilmente un cestista per la locale squadra liceale) se ne era andato da Hampton, Virginia, (se non conoscete il posto non preoccupatevi, potete anche non andarci) lasciandola da giovane ragazza incinta, senza un lavoro e con un’istruzione certamente frammentaria e insufficiente.  Nessun problema. La giovane Ann, da buona e smaliziata donna afro americana non temeva crolli o crisi, anche in una situazione che avrebbe come minimo sconvolto una coetanea al di qua dell’Oceano.  Il piccolo Allen Ezail nasce così nella non esattamente ridente Hampton il 7 giugno 1975 e prende il cognome della madre, che di lì a poco si renderà conto di aver dato la luce ad un ragazzo dal carattere e dal talento unico. Crescendo attorniato da sole donne (come Tupac Shakur, altro grande leader spirituale della comunità nera, ma grazie al suo talento musicale), Allen matura da subito un particolare senso di responsabilità che dalla più tenera età lo porta a vivere esperienze che la maggior parte delle persone non vivrà in una vita intera. A otto anni infatti è testimone per la prima volta di un omicidio, episodio che segnerebbe le menti più forti, ma non la sua, che capisce di doversi abituare ad episodi del genere e in qualche modo va avanti.

Nel frattempo in lui si sviluppano le passioni sportive per la pallacanestro e il football, sport principe nello Stato della Virginia; ad Hampton domina qualsiasi parquet e quando è il momento di iscriversi al liceo sceglie Bethel High School, dove è padrone del Grid Iron per la squadra di footbal nella quale gioca alla stessa superba maniera i ruoli di quarterback, running back, ritornatore dei calci e defensive end, e allo stesso tempo è la guardia titolare della squadra di basket. La scuola e la città sono nettamente ai suoi piedi, e nell’anno da junior (il terzo) compie la strepitosa e quasi sovrumana impresa di guidare la scuola al titolo statale in entrambi gli sport vincendo, sempre in tutte e due le specialità, il titolo di Giocatore dell’Anno. La sua vita comincia ad assomigliare sempre più ad un sogno, è tutto perfetto. Forse troppo. E allora ecco arrivare il primo di una lunga serie di ostacoli per l’allora diciassettenne Iverson.

A causa di tutto questo trambusto l’ultimo anno di liceo Iverson lo trascorre alla Richard Milburn High School, un istituto per studenti “a rischio”, e non sui parquet con la maglia di Bethel, ma nonostante questo coach John Thompson decide di reclutarlo per essere la guardia titolare della sua Georgetown. Allen si trasferisce dalla piccola Hampton alla capitale americana, Washington, e forse qui la sua vita cambia per sempre. Sul campo piovono per lui innumerevoli successi individuali: il primo anno viene infatti nominato Difensore dell’Anno e Rookie dell’Anno nella Big East, mentre il secondo viene addirittura eletto nel primo quintetto All American, oltre a risultare il miglior marcatore di ogni epoca per Georgetown con i suoi 22.9 punti a gara. Tutti questi riconoscimenti non corrispondono però ad altrettante vittorie di squadra, poiché nell’anno da freshman gli Hoyas vengono eliminati alle Sweet 16 del torneo NCAA da North Carolina, mentre l’anno successivo si fermeranno alle Elite 8, quando sarà Massachussets ad eliminarli.

Dopo due anni con coach Thompson è il momento per Iverson di passare tra i professionisti e dare a mamma Ann le giuste gratificazioni economiche dopo una vita di sacrifici e difficoltà per crescerlo: la Reebok infatti fiuta l’affare e gli offre il primo contratto a sei zeri della vita, convincendolo a firmare un decennale da 50 milioni di dollari. Nel Draft 1997 lo scelgono con la prima chiamata assoluta i Philadelphia 76ers, convinti a puntare su di lui come uomo franchigia per i prossimi dieci anni e oltre, dopo una stagione anonima che li aveva visti terminare con un magro bilancio di 18-64. Anche in Pennsylvania per il primo anno il trend non sembra cambiare: Allen viaggia a 23.5 e 7.5 assist a gara, viene nominato Rookie dell’Anno e primo quintetto All-Rookies, ma i Sixers riescono soltanto ad ottenere un record di 22-60. La scelta però è quella giusta: Iverson si sente apprezzato, al centro del progetto e circondato da compagni che lo considerano già il loro leader.

Il primo anno di vere soddisfazioni è quello del lockout, quando Philly conclude in positivo per la prima volta dal suo arrivo (28-22) e riesce addirittura a sbaragliare i più attrezzati Orlando Magic al primo turno dei playoff prima di perdere al turno successivo dagli Indiana Pacers anche a causa di un Iverson piuttosto acciaccato e pieno di infortuni, che comunque non gli avevano impedito di viaggiare a 28.5 ad allacciata di scarpe.

Allen è una vera e propria superstar, non è più un ragazzino più o meno dall’età di 7 anni, ma questo non vuol dire che sappia esattamente quali scelte prendere per il bene di sé e di chi gli sta attorno. Iverson è infatti il primo giocatore (o uno dei primi) a portare nella NBA un nuovo stile. Si atteggia come un gangsta, uno che ha vissuto la strada più cruda e per il quale un volo a canestro contro gente alta il doppio di lui non rappresenta certo un serio ostacolo. O forse non si atteggia, forse lo è e basta. Fatto sta che il suo modo di vestire, in tutto e per tutto uguale a quello dei rapper che spopolano nelle radio americane, il suo modo di parlare e di rapportarsi con il mondo scuotono la Lega, che non è mai stata un regno di bravi ragazzi, ma che adesso ne va fiera e non lo nasconde. Anche a causa di questo stile irriverente, incontrollato e incontrollabile esportato da Iverson il Commissioner David Stern decise nel 2005 di introdurre nella NBA un dress code, che vieta espressamente ai giocatori di indossare t-shirt larghe, sneakers, gioielli, pantaloni baggy, cappellini e scarponi tipo Timberland, insomma tutti quei capi di abbigliamento propri della cultura hip hop e che in qualche modo potevano ledere la serietà della lega professionistica americana.

Dopo la seconda eliminazione di fila ad opera degli Indiana Pacers nella off season cominciano i primi screzi e i primi dubbi della proprietà dei Sixers nei confronti di Allen, ormai in netta rotta di collisione con coach Larry Brown (personaggio dal carattere tutt’altro che facile con cui trattare), e decidono quindi di metterlo sul mercato cercando di scambiarlo. Detroit si fa avanti e Philadelphia accetta. Sembra tutto fatto, ma all’ultimo momento Matt Geiger si tira indietro e non accetta la destinazione Pennsylvania. Iverson resta in sella, così come coach Brown, ed è dunque necessaria una tregua temporanea per iniziare la stagione perlomeno senza insultarsi ad ogni allenamento.

Tutto sembra filare liscio: solita nomination per l’All Star Game, dove vince anche il titolo di MVP, oltre a quello di miglior giocatore dell’intera stagione, soliti numeri da SportsCenter in campo, solita comitiva di persone presentata in ogni palazzetto come suo entourage. Coach Brown sopporta per il bene della squadra, ma si rinvigorisce quando tutto ciò assume i connotati dell’impresa. I Sixers approdano ancora ai Playoffs, nei quali superano finalmente Indiana, fanno fuori i lanciatissimi Toronto Raptors di Vince Carter in quello che può essere ricordato oggi come il confronto tra due dei più grandi “incompiuti” di sempre, e giungono alle Finali NBA contro i Lakers di Kobe Bryant, l’omologo di Allen, dotato del suo stesso identico talento, del suo stesso ego, dalle sue stesse manie di controllo su compagni, coach e proprietà, ma con il triplo dell’etica del lavoro e della voglia di migliorarsi sempre. Mentre Kobe non riesce a dormire oltre le 7-8 del mattino perché preoccupato che ci possa essere qualcuno dall’altra parte del mondo che si stia allenando per superarlo, Allen a quell’ora molte volte sta rincasando dopo una serata all’insegna della baldoria con l’entourage di cui sopra. Iverson dà per scontato, Kobe lavora ogni giorno come se fosse l’ultimo panchinaro della squadra.

Il primo atto della serie sembra dare ragione ad Allen, che espugna lo Staples Center con una gara da 48 punti e l’impressione di poter vincere quasi da solo. Poi, d’un tratto, l’incantesimo si spezza. Shaq è troppo forte e inarrestabile, Kobe gioca come se fosse ogni secondo all’ultimo esame prima della laurea: non può sbagliare nulla ed è esattamente quello che fa, Robert Horry è il solito killer, e così nonostante i 23, due volte 35 e 37 punti di Allen i Sixers escono sconfitti per 4-1 e dicono addio al sogno del titolo NBA.

Potrebbe essere l’inizio di un’ascesa trionfale all’Olimpo della palla a spicchi, ma non è nient’altro che l’inizio dell’oblio. La stagione successiva i Sixers arrivano ai Playoff per il rotto della cuffia, ma nonostante il secondo titolo di capocannoniere consecutivo per Iverson,  vengono subito eliminati dai Celtics. Oltre al danno arriva però la beffa. Dopo la rovinosa sconfitta coach Brown critica apertamente Allen per aver saltato qualche allenamento di troppo, ed è qui che arriva il colpo di genio, in una conferenza stampa che ha fatto la storia e che qui riproponiamo.

Il sodalizio con l’ex coach di UCLA dura un altro anno (sconfitta in semifinale playoff contro Detroit), mentre quello con i Sixers arriva stancamente fino al 2006, dopo tre coach (Ayers, Cheecks e O’Brien), innumerevoli piccole marachelle, dichiarazioni polemiche e problemi comportamentali di vario genere, oltre a sconvenienti risultati anche sul campo, dove The Answer accumula cifre stellari ma sempre meno vittorie, che porteranno i Sixers a star fuori dai Playoff per due anni di fila. Non succedeva dai primi due anni di Allen nella città dell’amore fraterno, segno che si è giunti seriamente al capolinea.

Il 19 dicembre 2006 Allen Iverson e Ivan McFarlin vengono scambiati a Denver in cambio di Andre Miller, Joe Smith e due prime scelte. L’avventura in Colorado comincia con 22 punti e 10 assist in una sconfitta con Sacramento, e certamente non prosegue meglio. Le montagne non esaltano il suo estro da playground, e neanche i continui miglioramenti dell’allora giovanissimo Carmelo Anthony riescono a trasformare i Nuggets in una squadra competitiva. Anche Melo infatti non è esattamente un carattere semplice con cui avere a che fare e in questo clima da lotta per il predominio del branco è il giovane leone da Syracuse ad avere la meglio, ecco perché nel 2008 Iverson viene girato a Detroit in cambio di Chauncey Billups, Antonio McDyess e Cheick Samb (che i più esperti di voi ricorderanno poi al Real Madrid).

Il momento migliore della sua avventura in maglia Pistons è quello della presentazione, nella quale insieme al GM Joe Dumars mette nuovamente in scena il siparietto del “We’re talking about practice” di qualche anno fa. Nostalgia di quando il cognome Iverson faceva paura a molti dirigenti e giocatori della NBA. Ma si capisce che siamo obiettivamente alla frutta. In campo offre ancora qualche guizzo d’annata, ma ormai le offerte arrivano soltanto da contesti perdenti e depressi che cercano di portare qualche tifoso a palazzo tramite il suo glorioso nome. È il caso di Memphis, con la quale firma un contratto di un anno nel 2009, lo sceglie come uomo d’esperienza per uscire dalla panchina, ma The Answer è fatto per i riflettori, così saluta tutti e rescinde senza rimpianti per preparare il suo trionfale ritorno nella città che più ha saputo amarlo, coccolarlo e capirlo: Philadelphia.

Debutta con 11 punti contro Denver, il primo passo dei bei tempi è soltanto un ricordo, ma il palazzo è sempre tutto esaurito per rivedere lui, anche solo per 20 minuti, e chissenefrega se perde 4 palloni: quello è Allen Iverson, e a lui si può perdonare tutto. In America sembra scoppiata una Iverson-mania di ritorno, perché The Answer viene addirittura votato per partire titolare all’All Star Game, nonostante ci siano come minimo dieci giovani ragazzi più pronti di lui a ricoprire il ruolo. Agli appassionati non importa: vogliono solo vederlo giocare e sfidare i colossi del gioco come una volta. Allen ne sarebbe onorato, ma poco prima dell’evento sua figlia Messiah si ammala ed è costretto a tirarsi fuori dai giochi sia per i Sixers sia per la partita delle stelle.

L’ultimo ballo si svolge in Europa, quando nel 2010 il Besiktas decide di offrirgli un biennale a 4 milioni di dollari per vincere il campionato turco e diventare una potenza continentale. Iverson arriva a Istanbul e viene sommerso da una folla adorante, finge di essere onorato di giocare con la casacca bianconera, ma si vede che non è a suo agio, così si trattiene giusto per una decina di partite prima di salutare nuovamente la compagnia.

Si è ritirato il 21 agosto, probabilmente avendo constatato l’ormai inesistente interesse per lui delle squadre NBA, che sembrano preferirgli giovani imberbi bravi ragazzi. Soltanto l’anno scorso dichiarava in un’intervista al popolare magazine SLAM di sentirsi pronto a scendere in campo ed essere ancora competitivo nella NBA, ma nessuno ha voluto rischiare e dargli retta, e piuttosto che ripartire dalla provincia della D-League ha preferito defilarsi da grande attore consumato, con un’infinità di premi individuali e senza un vero acuto che ne certificasse l’effettiva importanza per questo sport, che senza Allen Iverson sarebbe sopravvissuto forse più puro per la gioia dei tradizionalisti, ma che grazie a lui ha saputo raggiungere anche gli appassionati dei playground, formando una o più generazioni di ragazzini che hanno tentato di riprodurne le gesta estreme sui parquet di tutto il mondo. Grazie Allen: leader, ispiratore, innovatore, semplicemente indimenticabile.