Steph Curry, l’ascesa del fenomeno che sta facendo innamorare tutti

LA CONSACRAZIONE NEL TEMPIO DEL BASKET

E’ il 27 febbraio 2013 e al Madison Square Garden di New York City c’è in programma la gara numero 54 (tenetelo buono questo numero, perchè ritornerà) dei Golden State Warriors, reduci dalla sconfitta di Indiana e con un dignitoso record di 33 vinte e 25 perse. Di fronte a loro quei New York Knicks che, per larghi tratti della stagione giocata fino ad allora, sono sembrati una delle grandi favorite per la vittoria della Eastern Conference, grazie alle giocate di Anthony, JR Smith, Chandler e Jason Kidd. Tutti gli occhi del mondo NBA sono puntati su Manhattan, senza sapere però a cosa si sarebbe andati incontro.
Tra le fila degli ospiti c’è quel numero 30 che, visto da fuori, sembra “più normale” degli altri: 191 centimetri per 84 chilogrammi, senza troppa esplosività nelle gambe; non il massimo per poter incidere nella lega più fisica e più atletica al mondo. Il “piccolo” playmaker, la notte precedente, ha tirato un mostruoso 14/20 dal campo, scollinando così per la sesta volta in stagione oltre il trentello (38 i punti contro i Pacers), ma anche questo è niente a confronto con lo show (visibile nel primo video in fondo all’articolo) che avrebbe messo in piedi nelle successive 3 ore: 18/28 dal campo, 11/13 da 3 (il record di triple segnate in una partita appartiene a Marshall e Kobe Bryant, 12), 7/7 ai liberi, 6 rimbalzi, 7 assist e 3 recuperi: totale? 54 punti, seconda miglior prestazione di sempre al MSG, e una serie di giocate incredibili, che anche viste oggi non sembrano reali, con una facilità e fluidità d’esecuzione impressionante, con gli “ooooh” di stupore del pubblico del Garden che accompagnano lo Spalding nel tragitto (fatto molto spesso in quella gara) dalla sua mano destra al fondo della retina. SPLASH. I Warriors perderanno, ma non c’è un singolo spettatore presente in tribuna che, se interpellato su questa partita, non metta in primopiano la prestazione di Curry, prima ancora del risultato finale.

ALL STAR GAME? INCREDIBILMENTE NO!

“Va bene”, direte voi, ne ha fatti 54, più volte sopra i 30, quindi sarà andato all’All Star Game, giusto? Non proprio, diciamo: non solo Wardell Stephen Curry II non è partito titolare nella partita delle stelle (comprensibile, provateci voi a scalzare due come Kobe e Chris Paul dai due spot di guardie ad Ovest), ma non è stato neance preso in considerazione come riserva, mancando del tutto alla tradizionale rassegna di fine febbraio, alla quale partecipano (forse non proprio) tutti i migliori giocatori della lega.

ALTRA ARENA STORICA, ALTRA PRESTAZIONE SUPER

Facciamo un salto in avanti, precisamente al 12 aprile, in un altro palazzo dello sport storico: lo Staples Center. I Warriors (45-35) sono ad un passo dai Playoff, ma vengono sconfitti 118-116 dai Lakers. Curry scrive 47 punti, con 9 triple su 15 tentativi, non male. Trattandosi anche in questo caso di un “losing effort”, vale a dire di una prestazione clamorosa, ma inutile ai fini del risultato, ricominciano le frasi di chi di pallacanestro ci capisce poco: “segna solo quando perdono”, “tira sempre e solo lui”, “quando segna tanto perdono sempre”. Ok, per ora POTREBBERO avere anche ragione.

PLAYOFF: STEPH DOMINA ED ELIMINA I NUGGETS

Continuiamo con la scansione temporale: il 17 aprile i Golden State Warriors si qualificano per i Playoff con un record di 47-35, ma dovendo rinunciare a David Lee. Al primo turno incontreranno una delle squadre più in forma e vivaci di tutta la stagione: i Denver Nuggets che, pur senza Danilo Gallinari, hanno chiuso con 57-25 che è valso a coach Karl il premio di “Coach of the year”.
23 aprile, tutti danno per spacciati i Warriors, che non hanno sprecato una grande occasione in gara 1 perdendo con un tiro di Andre Miller sulla sirena. Si ritorna in campo al Pepsi Center per il secondo capitolo, e Curry dimostra a tutti quanto fossero avventati tutti i giudizi del post gara 1: 30 punti, 13 assist punto colpo in trasferta infilato, dominando in lungo e in largo la partita.
Tre giorni dopo la serie si sposta sulla baia per due gare consecutive che, verosimilmente, potrebbero essere quelle decisive: in gara 3 Steph segna 29 punti e smista 11 assist (portando i Warriors alla vittoria di 2 punti), ma è in gara 4 che compie il suo ennesimo capolavoro: 22 punti nel terzo periodo (sui 31 totali), 6/11 da tre punti e messaggio a tutti i detrattori e a chi non lo ha voluto all’All Star Game.

UNA GARA 4 PER LA LEGGENDA

6 maggio, i Warriors hanno battuto 4-2 i Nuggets al primo turno, trovandosi così a dover affrontare i San Antonio Spurs di Ginobili, Duncan e Parker. “Cappotto facile” è il pensiero che accompagna tutti all’alzarsi della prima palla a due della serie all’AT&T Center (altro palazzo “importante”…). Quella che doveva essere una passeggiata si trasforma in una vera e propria scalata per i ragazzi di Popovich: sotto anche di 18 alla fine del terzo quarto, nessuno riesce a trovare un antidoto per Curry, che scherza con la difesa più solida della lega. La partita va al doppio overtime, ed è Ginobili a risolverla con una tripla sulla sirena che leva le castagne dal fuoco e vale il 129-127 finale. Curry? Curry alla fine va a referto con 44 punti, 11 assist, 4 rimbalzi e un terzo periodo da 22 punti (sì, i numeri tornano sempre) che, come potete vedere nel secondo video in fondo all’articolo, lo consegna, forse definitivamente, alla storia .

LA STAGIONE IN CORSO

Anno nuovo vita nuova? Per nostra fortuna no, la nuova stagione non ha portato grandi cambiamenti nel gioco di Curry: dopo aver aperto la stagione con soli 10 punti, il 31 ottobre, nella prima gara in trasferta dell’anno, il figlio di Dell ne ha messi 38 con 9 triple contro i Clippers (ancora allo Staples, guarda un po’..), infilando poi, tra il 27 novembre e il 3 dicembre, 4 partite a 31 punti e 8 assist di media, segnando rispettivamente 29, 32, 36 e 27 punti contro Dallas, OKC, Sacramento e Toronto.
Ah, le ultime due prestazioni recitano: 43 punti contro i Bobcats e 33 con 10 assist questa notte, incluso il buzzerbeater con cui i Warriors hanno battuto i Dallas Mavericks.

Per tutti quelli che non lo conoscessero, ci è sembrato doveroso raccontare per tappe (e per date) l’ascesa di quella che è forse l’occasione più grande di togliere il trofeo di MVP a LeBron.

P.S. Dall’alto, Pete “Pistol” Maravich non può che sorridere guardando quel playmaker con gli occhi da cerbiatto muoversi ed incantare così leggero sul parquet dominando, per una volta, non con le schiacciate o con il fisico, ma con il talento cristallino.

Photo: www.mvp-magazyn.pl