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Storia di LeBron James e di una conversione: il mio passaggio da detrattore a “testimone”

Se vi aspettate di leggere nelle prossime righe una qualsiasi disamina tattica, tecnica o del tutto razionale di quello che LeBron James ha scolpito e sta scolpendo nella pietra della storia del Gioco, allora risparmiate la fatica, perché ciò che segue tutto vuole essere fuorché quello.
E’ più che altro una raccolta frenetica di pensieri, una sorta di “coming out”, di conversione da parte di chi, forse come San Tommaso, aveva bisogno di vedere per “credere”. Almeno ancora una volta, quella definitiva.

Ricordo distintamente il pomeriggio dell’1 giugno 2007, quando SKY Sport trasmetteva la replica di gara 5 delle finali di Eastern Conference, tra Detroit Pistons e i Cleveland Cavaliers di LeBron James, che già aveva attirato la mia attenzione nell’All Star Game 2005 quando, da sophmore, si era ritrovato in quintetto base come terzo più votato della squadra dietro a Shaq e Carter. Niente di straordinario, certo, ma essere a 20 anni titolare in un palcoscenico del genere qualcosa deve pur voler dire. Torniamo però al Palace of Auburn Hills: mentre ero impegnato a intrattere il fratello minore tra puzzle e lego vari, distrattamente butto l’occhio (e l’orecchio) alla televisione, per poi rimanerne ipnotizzato quando si giocano i possessi finali, in cui il Nostro decide di caricarsi l’universo Cavs sulle spalle e battere i Pistons con una prova leggendaria (termine che tornerà spesso) da 48 punti (18/33 al tiro) e realizzando 25 degli ultimi 27 punti di squadra, game winner compreso.

La stagione successiva è caratterizzata dalla nascita a Boston dei nuovi “Big Three” formati da Pierce, Allen e Garnett e io, da tifoso gialloviola quale sono, provo un misto di odio (nel senso più sportivo del termine) e timore nel vedere i rivali di sempre così sulla cresta dell’onda e così favoriti per il titolo NBA 2008. Il punto per eliminare quei Celtics arriva proprio sulla racchetta di LeBron, che però nella gara 7 decisiva a Boston segna sì 45 punti, ma complici le scelte offensive finali parecchio forzate, qualche tiro libero sbagliato di troppo e un Pierce da 41 punti, torna a casa con un fardello già appesantito dal 4-0 patito nelle Finals che diventa ora quasi insostenibile. I Celtics batteranno i Lakers in finale e vinceranno il titolo. Da lì il mio “amore” per James comincia una discesa simile a quella di una pallina sul piano inclinato.

Alla stagione successiva, LeBron ormai è chiamato a vincere il primo titolo NBA della carriera, che coinciderebbe con il primo per la città di Cleveland, ormai sulla mappa dello sport globale grazie al nuovo “eroe”. James gioca una stagione da MVP, fatta di vittorie (tante) e sconfitte (poche), ma ciò che continua a non convincere è l’atteggiamento ostentato da chi, fino ad allora, non ha ancora conquistato alcunchè in termini di vittorie finali. Le regular season sembra eleggere i Cavs come i grandi favoriti per la Eastern conference, con un LeBron che non fa nulla per dissimulare tanta sicurezza nei propri mezzi. I playoff, però, sono altra storia e la serie di finale di conference persa contro gli Orlando Magic, porta a galla tutti quei limiti che gli “haters” chiamano a gran voce: nonostate gare leggendarie (again) dal punto di vista realizzativo, James dimostra ancora tanta immaturità, provando a ergersi a “salvatore della patria” e, il più delle volte (esclusa gara-2, nella quale segna quello che, con tutta probabilità, è il tiro più importante e pazzesco della sua carriera) prendendo decisioni sbagliate, coinvolgendo poco i compagni e, alla fine, determinandone l’uscita di scena a testa bassa. Tale inaspettata eliminazione rende ancora più chiaro il quadro generale che tanti hanno in mente: un giocatore sì fortissimo, ma troppo sicuro di sè, che quando la palla si fa pesante fatica a trovare il bandolo della matassa e, soprattutto, con zero titoli in bacheca.

In this fall, this is very tough, in this fall I’m going to take my talents to South Beach and join the Miami Heat.”
E’ l’1.28 della notte tra giovedì 8 e venerdì 9 luglio 2010 quando, sintonizzato su ESPN America, assisto a quella che ad oggi è la citazione più famosa della vita di “The Chosen One”. In uno show di circa 75 minuti pensato sottoforma di intervista da Jim Gray, LeBron annuncia in diretta planetaria la volontà di lasciare la propria terra per trasferirsi a Miami. Il motivo? Come dice egli stesso, “La sensazione che tutto ciò mi darà la migliore opportunità di vincere, e di vincere per diversi anni, e non solo di vincere in regular season o di vincere cinque o tre partite in fila. Voglio essere in condizione di vincere titoli. E sento di poterlo fare in quel posto.” Boom. La parola “win” ripetuta cinque volte, la stoccata finale a Cleveland menzionando implicitamente le recenti delusioni, e tanti saluti a “We are all witnesses” e a quella gente che tanto lo aveva amato e coccolato.
Se una volta toccato il fondo si dice che si possa solo scavare per scendere ancora più in basso, nella mia testa James ci riesce benissimo grazie alla sopracitata pantomima messa in piedi in combutta con Gray e trasmessa da ESPN. I pensieri che mi ronzano in testa sono quelli comuni a tutti e sono perfettamente sintetizzati da una frase di Michael Jordan nella quale His Airness dichiara che, al suo tempo, non avrebbe mai chiesto a Magic Johnson e Larry Bird di unirsi per vincere, ma afferma che avrebbe provato a batterli sul campo. E se lo dite il G.O.A.T. (per quanta antipatia io possa nutrire verso di lui) c’è poco da discutere.

“LeChoke”, “LeQueen”, “LeBrick”, “ The Chocken one” sono solo alcuni dei soprannomi affibiati a LeBron James all’indomani della sconfitta per 4-2 patita alle NBA Finals per mano dei Dallas Mavericks.
Personalmente vivo la serie da tifoso Mavs di vecchia data, non perdendomi neanche una delle sei gare e sottolineando come ogni errore (e sono parecchi) del novello numero 6 in maglia Heat fosse dettato da chi, per presunzione, pensa che basti giocare con altri due fenomeni per vincere. Quando Mark Cuban alza il Larry O’Brien Trophy sorrido e penso a come “The Decision” si sia rivelato un enorme buco dell’acqua, come del resto la maggior parte delle decisioni “clutch” prese da James all’interno del parquet di gioco.

Parafrasando la più celebre citazione de “Il Corvo”, King James si accorge che “non si può perdere per sempre”, e nei due anni successivi riesce a scrollarsi dalla spalla quel gorilla che corrisponde al titolo NBA e a zittire un gran numero di detrattori, battendo i Thunder nel 2012 e gli Spurs nel 2013, il tutto condito dal titolo di MVP della serie finale conquistato in “back to back”. Le perplessità di alcuni vengono definitivamente spazzate via dalla leggendaria (again) gara 7 contro San Antonio, chiusa proprio dal prescelto con una tripla che spedisce in paradiso gli Heat. Di quella serie, però, tutti hanno negli occhi il clamoroso tiro di Ray Allen che forza l’overtime di una gara praticamente già finita e che cancella tutte le possibili critiche a LBJ per il tiro da 3 preso e sbagliato a 11” dalla fine, che stava per consegnare serie e titolo a Duncan e compagni. La realtà però è un’altra: secondo titolo in fila, haters per forza di cose zittiti.

Nel 2014 LeBron torna in finale per la quarta volta in quattro anni, ma fallisce la missione “threepeat” cedendo a degli Spurs maestosi che chiudono la pratica 4-1. Il Prescelto prova in tutti i modi a tenere aperta una serie che tale si è dimostrata più di quanto non dica il risultato finale: dopo una gara-1 terminata con i crampi generati dal caldo dovuto a un guasto all’impianto di condizionamento dell’AT&T Center, il numero 6 guida i compagni alla vittoria in gara-2 con una prestazione leggendaria (…and again) da 35 punti, 10 rimbalzi e 14/22 dal campo, tenendo vive le speranze di vittoria finale, spazzate poi via nei tre capitoli successivi. Il pensiero che mi ronza per la testa è che, forse, il mio voler essere a tutti i costi detrattore di un giocatore del genere mi abbia portato a perdere una buona parte di lucidità e, di conseguenza, a non accorgermi di avere di fronte qualcosa di mai visto su un campo da basket. Per rendere questa idea una certezza, però, da buon “San Tommaso” (che non crede se non ci mette il naso) ho bisogno di un’ulteriore scintilla che possa definitivamente convertire quel sentimento di indifferenza prima e odio poi in totale ammirazione.

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photo by: cavsnation.com

L’occasione comincia a crearsi nel luglio 2014, quando LeBron annuncia tramite il suo account Instagram (con la foto qui accanto) che tornerà a giocare in maglia Cavs, per regalare quel titolo che a Cleveland non hanno mai visto. L’opinione che mi faccio riguardo questo ritorno è del tutto positiva: il freddo calcolatore che sembrava essersi dimenticato della propria terra madre in realtà si era solo allontanato temporaneamente per imparare a vincere e, una volta acquisita l’esperienza necessaria, è tornato più agguerrito che mai.
Il “figliol prodigo” gioca con una cattiveria mai vista, e il 26 maggio stacca il quinto biglietto consecutivo per le NBA Finals, dove ad attenderlo ci sono i Golden State Warriors, per una serie che sulla carta raramente si è mostrata così sbilanciata. Tutti, ma proprio tutti, sono convinti che la serie finirà presto, con Golden State che schiaccerà facilmente i Cavs orfani di Love e (dopo gara-1) di Kyrie Irving. Tutti, tranne James, che decide di mettere in piedi la serie finale più incredibile che il sottoscritto ricordi, giocando oltre i 45 minuti per gara e dominando entrambi i lati del campo e andando in tripla doppia in due delle sei gare giocate. Di fronte a tanta manifesta superiorità, questa volta, mi accorgo che la scintilla di cui sopra è finalmente arrivata. LeBron estremizza il concetto di giocatore “solo sull’isola”, arrivando addirittura a giocare tutti e cinque i ruoli in campo senza mostrare alcun segno di evidente debolezza, e lo fa alternando vere e proprie gemme offensive a giocate da intelligenza superiore, chirurgiche per precisione e tempistiche.
Nonostante la vittoria finale dei Warriors, diventa naturale la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di storico, a un novello Atlante che per tutti i minuti passati sul parquet si è caricato un’intera comunità sulle spalle, così come naturale è la sensazione di essere per davvero “testimoni” privilegiati di qualcosa di unico, del giocatore che forse più di tutti (insieme ad altri due o tre nomi) ha condizionato e sta condizionando la pallacanestro moderna, innalzando il concetto di “all around” a un livello mai esplorato prima.

Dopo questa serie di pensieri e riflessioni, l’unico termine che davvero rispecchia cosa si prova davanti alle gesta di tale essere umano non può che essere uno: rispetto. Perchè riuscire a regalare ogni sera qualcosa di unico ai tifosi, qualcosa che mai si era visto prima e che entrerà nei libri di storia merita solo e soltanto del religioso e silenzioso rispetto. Magari con un piccolo ringraziamento e, personalmente, con un enorme “mea culpa”.

Grazie LeBron.

P.S. perdonami per la mia ottusa “cecità” da cui, finalmente, sei riuscito a farmi guarire a forza di imprese eroiche con lo Spalding tra i polpastrelli.

Photo by: twosevendesigns.files.wordpress.com