The Comeback pt. 1 – Free Agency 2012

Eccovi un pezzo, piuttosto vecchio per la verità, che riporta l’interessante tema del ritorno nella NBA. Lo riporto come lo avevo scritto nel settembre 2012.

Il mercato NBA 2012 può essere definito come “il mercato del ritorno” per due ragioni: sicuramente perché è il ritorno a una fase della stagione che, causa lockout, l’anno scorso abbiamo dovuto vivere in fretta e furia nelle settimane pre-natalizie, ma soprattutto per le scelte di molti giocatori di vestire le casacche delle squadre che, spesso, sono state rampe di lancio della loro carriera.

IL PRIMO BOTTO – La prima vera operazione di questa offseason incarna appieno l’idea di ritorno alle origini. Pochi giorni dopo il Draft, mentre Anthony Davis & Co. iniziavano la loro avventura NBA, Lamar Odom, dopo il disastro con i Mavs, si preparava a tornare a quei Clippers che lo avevano scelto nel Draft del ’99 e con i quali si era confermato, fino alla sua dipartita nel 2003, come l’ottimo swingman sul quale prima gli Heat e poi i Lakers avrebbero puntato per vincere. La riuscita del trasferimento di Lamarveleous aveva però una clausola: Mo Williams doveva firmare il prolungamento di contratto con i Clippers, per poi essere rigirato agli Utah Jazz. Appena è arrivata la notizia alle sue orecchie, Mo (che a Salt Lake City arrivò da matricola nel 2003, per poi trasferirsi ai Bucks l’anno seguente, ndr) ha firmato il prolungamento di contratto (seppur no immediatamente), esaudendo il suo sogno di portare leadership a una squadra giovane e quello di Mark Cuban di allontanare Odom da Dallas.

GLI ALTRI – da non sottovalutare è anche il nuovo (per così dire) playmaker dei Chicago Bulls: Kirk Hinrich. Con l’infortunio rimediato in Gara 1 dei playoff 2012 contro i Sixers, Derrik Rose dovrà stare lontano dal parquet per un bel pezzo. Ecco dunque che i Bulls richiamano la point guard ex Kansas, che nella Città del Vento fece tanto e bene dal 2003 (anno in cui Kirk fu scelto) fino al 2010, quando l’ascesa di Rose non gli lasciò più spazio e lo portò a due anni di pellegrinaggio tra Washington e Atlanta. Il compito al quale Hinrich è atteso, in altre parole dare difesa e leadership ai Bulls fino al ritorno di D-Rose, non è facilissimo, ma neanche troppo difficile (l’ha fatto fino all’arrivo dell’MVP del 2010/2011, nel 2008); è sicuramente più facile di quello che spetta a Goran Dragic. Lo sloveno, infatti, dopo gli ultimi due anni di progressi a Houston, torna a essere point guard di quella Phoenix che lo aveva scaricato ai Rockets, con l’obiettivo di usare la sua evoluzione cestistica per cogliere la pachidermica eredità di Steve Nash. Lo stesso Goran ha dichiarato di essere pronto ad assumersi questa responsabilità. In casa Celtics, dopo la dipartita di Ray “Judas Shuttelsword” Allen, hanno auto reazioni più positive l’arrivo di Jason Terry, i rinnovi di Garnett, Bass, Wilcox e Dooling e, soprattutto, quello di Jeff Green, grande assente della scorsa stagione a causa dell’operazione al cuore che l’ha tenuto lontano dal campo per un anno intero. Green, dopo il deludente arrivo a Beantown dai Thunder alla deadline del 2011, è atteso al balzo definitivo per integrarsi nella squadra che lo scelse nel 2008 e che lo girò a Seattle in cambio di Ray Allen. Sempre nell’Atlantic Division, ma più a sud, Marcus Camby si prepara a dare solidità a dei Knicks a lungo in cerca di cambi per Tyson Chandler, affiancato da un Raymond Felton che ha lasciato un’ottima immagine come playmaker, prima della sua partenza per Denver nell’affare Anthony. Entrambi i neo Knicks, affiancati da Jason Kidd (che trova casa sulla sponda dell’Hudson nemica dei suoi ex Nets), si preparano a rilanciare una squadra, come detto da J.R. Smith, ha come obiettivo vincere l’anello.

I PIU’ ATTESI – Quando un giocatore, che incarna un ideale del passato di una squadra, torna in quella medesima franchigia, subito i tifosi si scaldano e si aspettano grandi cose da quel singolo uomo.  Il mercato di quest’anno ci ha dato due idee di ritorno al passato, incarnate in due giocatori quanto mai diversi: Jeremy Lin e Dwight Howard. Dopo la disputa per contenderselo tra Knicks e Rockets, la Linsanity si trasferisce ora a Houston, dove dovrà confermare quanto di buono ha fatto ‘anno scorso nella grande mela e, soprattutto, dimostrare (viste le origini taiwanesi e, quindi, di essere membro del popolo asiatico) di diventare il leader dell’ex squadra di Yao Ming (ritenuto dalla neo star un modello), sicuramente uno la cui orma è troppo grande (in ogni senso) da calpestare. Per quanto riguarda Howard, dopo lo scambio di metà agosto nel quale è arrivato a Hollywood, il popolo Lakers non può non ricordare i bei tempi che furono. L’ultimo grande centro dei Lakers, la cui maglia sarà appesa al tetto dello Staples Center il prossimo 2 aprile, era arrivato a LA proprio dopo aver trascorso la prima parte di carriera a Orlando. Che i destini di Shaq (avete capito che stavo parlando di lui, vero?!) e di Howard siano legati? O’Neal ha dichiarato che DH12 sarà alla sua altezza solo e vincerà almeno tre titoli nella Città degli Angeli. Giocano a favore di Howard l’attuale rosa dei Lakers (il solo starting five fa paura) e l’aiuto nel pitturato di Pau Gasol. A sfavore, il fatto che ognuno dei grandi pivot dei Lakers (Mikan, Chamberlain, Abdul-Jabbar e O’Neal) ha vinto almeno due titoli. Come confermato dall’immagine di profilo della sua official page di Facebook, Howard è conscio di essere portatore di una pesante eredità (ma l’NBA è una lega sportiva o un’associazione notarile?) e che da lui si aspettano almeno l’anello che aiuterà Kobe a eguagliare Michael Jordan. Ma i dubbi ci sono.

DUBBI E DOMANDE – L’analisi di questa estate mi ha portato a terminare che i grandi risultati del passato di alcuni giocatori, o di coincidenze legate a essi (vedesi Howard) hanno indotto i GM a investire su di loro per farli tornare nelle loro schiere, lanciandosi alla caccia degli Heat e cercando di sottrarre a loro o ai Thunder un posto in finale. Se è vero però che la storia riserva sempre delle domande, nel caso della lega di basket più bella del mondo queste riguardano come il giocatore era e come potrà essere. Siamo sicuri che Jeff Green, dopo l’apporto mediocre del 2011 e dopo un anno di convalescenza, possa portare a coach Rivers l’agilità e le capacità necessarie a dare, insieme a Courtney Lee e ad Avery Bradley (quando ritornerà), un soffio di giovinezza alla Gang Green (scusate il gioco di parole)? E Goran Dragic riuscirà a dimostrare di essere lo stesso delle ultime partite a Houston, portandola quasi ai playoff? Lamar Odom, ritornato nella sua Los Angeles, ritroverà accanto a sé la moglie Khloe, con la quale sta realizzando lo show “A spasso con i Kardashian”; ritroverà anche l’abilità che lo ha portato a essere colonna portante dei Lakers di Phil Jackson? Soprattutto, Dwight Howard accetterà il ruolo di “terzo violino” alle spalle di Kobe e Gasol, cosa che ha ostacolato per molto il suo arrivo in giallo-viola? C’è solo un modo per conoscere la risposta: segnare sul calendario il 30 ottobre. A ostilità aperte, si avranno certezze.