I Thunder ed il corner secret

Le Finals del 2012 sono il vero e unico tormento del giocatore che sta elevando il suo gioco ad un livello celestiale. Quelle Finals che l’hanno visto a un passo dal coronamento di un sogno e che poi l’hanno portato ad essere etichettato come “The Second”, il secondo in tutto: seconda scelta al Draft del 2007 dopo Greg Oden, secondo in diverse nomination per il titolo di MVP e secondo ai playoff del 2012, dietro ai Miami Heat. La sconfitta fu dura da mandar giù per un ragazzo di 22 anni.

La decisione di lavorare sodo per non essere più secondo a nessuno, la determinazione con la quale KD35 ha affrontato i giorni, i mesi, gli anni successivi lo porta ad essere considerato, alla luce di questa stagione da incorniciare, il migliore della piazza, il numero 1, finalmente. Ma cosa non funzionò in quelle Finals? Come migliorare il proprio gioco? Insomma, per andare al nocciolo della questione, come diventare i PRIMI e riuscire a vincere l’anello? Il percorso, tortuoso come non mai (per info bussare Miami Heat), che porta una squadra al titolo non si crea in un anno o in due anni. La crescita esponenziale di una squadra si deve gran parte al simultaneo e contemporaneo sviluppo di un sistema di gioco che va interiorizzato e fatto proprio.

Durante la serie finale di ormai due stagioni fa, il SISTEMA di gioco dei Thunder era pressappoco nullo: tante soluzioni offensive, basti ricordare Harden che cambiava le partite uscendo dalla panchina, tanto talento e grinta in Russell Westbrook e tanti punti nelle mani di KD. Ma la mancanza di sistema è stata evidenziata da una squadra rodata come Miami, una squadra che ha conosciuto cosa significa PERDERE e DELUDERE e su queste basi ha iniziato a costruire ciò che negli anni verrà ricordato. Questo tormento porta KD quasi alla frustrazione più totale, ma tutto ciò nel breve periodo. Nel lungo, invece, anche un grande conoscitore del gioco come coach Scott Brooks ha capito che la creazione di un sistema di gioco offensivo e difensivo è vitale se si vuole puntare in alto.

Senza mezzi termini, queste impressionanti 10 vittorie consecutive, tra l’altro 6 delle quali arrivate fuori casa, hanno evidenziato una crescita smisurata del gioco di OKC. Nonostante manchino interpreti del calibro di James Harden e Russel Westbrook, il gioco dei Thunder sembra essere migliorato sotto molti aspetti, uno su tutti: l’utilizzo degli ANGOLI. I grandi miglioramenti dati dal lavoro di coach Brooks sono evidenti sotto questo punto di vista: se da un lato due stagioni fa, i Miami Heat invogliavano i Thunder ad occupare quella che una volta era considerata una zona quasi nevralgica del rettangolo di gioco, tanto da raddoppiare immediatamente il giocatore in angolo, ora il concetto è radicalmente cambiato.

L’utilizzo delle zone dove i tiri sono maggiormente efficienti (la distanza è di 7,25 metri, anche se vicino alle linee laterali, e quindi negli angoli, tale linea è diritta e parallela a quelle laterali, in modo da lasciare spazio ai piedi del tiratore, e per tale motivo la distanza scende a 6,72 metri) è stato rivalutato ed ora viene sfruttato magistralmente da parte dei Thunder. I vari Lamb, Jackson, Sefolosha, Fisher in questo sistema di gioco occupano una posizione fondamentale in quanto Durant, che predilige l’attacco frontale anziché laterale, se raddoppiato o pressato, sa dove trovare scaricare la palla. Anche se il passaggio potrebbe risultare lento e difficile, degli studi scientifici hanno dimostrato che in salto Durant è capace di passare la palla e/o tirare ad un’altezza praticamente proibitiva, molto vicina ai 3,05m. Questo fa di lui una minaccia assoluta per qualsiasi tipo di difesa.

L’utilizzo, quindi, in zone del parquet dove il tiro può essere considerato quasi come più redditizio amplia il ventaglio di scelte offensive di OKC. Altro punto a favore degli angoli, che un po’ riflette anche la preferenza del gioco più centrale di KD, è la difficoltà di mettere in atto dei veloci close-out: Durant, l’uomo offensivamente più pericoloso della Lega, fa sì che la difesa si stacchi in maniera maggiore dal proprio uomo, in particolare dagli uomini in angolo. Ciò consente, se il passaggio arriva col timing giusto e lo spacing del ricevitore è adeguato, di avere più libertà per il tiratore. Tanti piccoli accorgimenti, tanti piccoli dettagli che tendono a fare la differenza in una squadra che punta ad essere la PRIMA, cerca di ottenere il primo anello e cerca, infine, di far diventare il numero 1 Kevin Durant. Si, perché si diventa numeri 1 sempre grazie alla squadra e mai grazie ai singoli.