NBA News & Mercato

Tracy McGrady – Omaggio ad un campione

tracy_mcgrady_orlando_magic_wallpaper_by_lisong24kobe-d56gp56

Come cantava Cocciante, “era già tutto previsto”. Eppure, c’è sempre una minima speranza che avvenga il contrario, che decisioni dell’ultimo minuto portino a una nuova considerazione e a nuove prospettive. Tracy McGrady ci ha pensato su, a lungo, in lotta tra il desiderio di frequentare quella NBA che lo aveva consegnato al pubblico come uno dei più amati di sempre e il contrastante sentimento di mollare tutto, magari tornare in Cina, dove anche lì la gente lo amava e non lo faceva sentire così vecchio come, invece, ha fatto la Lega americana. Oggi, su ESPN, a 34 anni TMac ha dato l’annuncio del suo ritiro dalla NBA.

Nato a Bartow, Florida, Tracy Lamar McGrady gioca per la Auburndale School in Florida, per poi trasferirsi agli ultimi due anni di liceo alla Mount Zion Christian Academy a Durham, North Carolina. Le sue ottime prestazioni lo portano subito sotto gli occhi di Adidas, che lo invita al camp annuale organizzato dalle tre striscie, di USA Today, che nel 1997 lo nomina High School Player of the Year, e dei GM NBA.

Al Draft del 1997 Tracy viene scelto con la nona assoluta: davanti a lui, Tim Duncan e Chauncey Billups, tra i grandi. La sua nuova squadra sono i Toronto Raptors, con i quali giocherà per tre anni. Nei suoi primi due anni gioca da riserva e, più precisamente, nella sua seconda come riserva del cugino Vince Carter, l’uomo sul quale i Raptors vogliono puntare. Poi, nella terza, media di 15.3 punti a partita e quasi 2 stoppate. Con lui e Carter i Raptors mettono le ali e arrivano ai primi playoff della loro storia, ma i Knicks li eliminano con un secco 3 – 0. T – Mac rispetta suo cugino, ma capisce che è ora che cambi strada, se vuole continuare a crescere e migliorare.

Firma quindi per gli Orlando Magic e, da free agent, torna a vestire la casacca di un team di casa dai tempi di Auburndale, quasi sei anni prima. Il primo anno è devastante: doveva partire come riserva di Grant Hill, che il destino ha purtroppo messo di fronte a infortuni fin troppo rilevanti; quindi, il numero 1 diventa titolare. Lo diventa in pieno stile McGrady: schiacciate, tiri pazzeschi, acrobazie. Risultato? Il Most Improved Player, il Primo All Star Game, il primo All Star Second Team. Ai playoff, però, cappotto dei Bucks. Il 2002 è un altro anno di glorie: lo sanno bene i Pistons, che il giorno di Natale vedono un TMac acciaccato segnare 46 punti (quinto punteggio più alto nella storia delle partite natalizie) nonostante abbia rischiato fino all’ultimo di non giocare la partita e la disputi, in onore di un ragazzo accoltellato, vincendola per i Magic 104 – 99. Piccola nota: TMac è il detentore del record per il maggior numero di punti segnati nella partita di Natale: 43.3. Pazzesco! La post season vede imporsi gli Charlotte Hornets. Il 2003 sembra l’anno buono: Orlando conduce su Detroit per ben 3 – 1, ma inaspettatamente il giocattolo si rompe, McGrady smette di segnare e i Pistons vincono gara 5, 6 e 7, battendo i Magic. Per Tracy, la maledizione del primo turno continua. Nel 2004, contro Washington, T Mac segna 62 punti al Verizon Center. È però giunta la sua ora e, in un’Orlando che vuole ripartire dalla prima scelta assoluta del Draft, cioè Dwight Howard, non c’è più spazio per lui.

Viene quindi ceduto ai Rockets e lì, la sua magia/stregoneria prosegue. Punti a fiotti, una città che lo ama e l’intesa vincente con Yao Ming. Tracy McGrady è stato ciò che ora è James Harden, con punti di notevole spettacolarità, voglia di vincere, atletismo e schiacciate davvero uniche, come solo lui sa fare. C’è una data che lui si ricorda molto bene, così come tutti gli appassionati di NBA: 9 Dicembre 2004. Se non vi ricordate, guardate il video qui sotto. Nessuno aveva mai fatto qualcosa di simile, fino ad allora. Ed è un record del quale lui è particolarmente orgoglioso. Il solo commento che fa, nell’esultanza dei tifosi dei Rockets, è questo: “A tutti quelli che se ne sono andati prima: ragazzi, vi siete persi una grande partita!”

Tuttavia, la schiena comincia a voltargli le spalle e le ginocchia si indeboliscono. Anche Yao soffre gli infortuni e, nonostante i due andranno all’All Star Game, saranno sempre bloccati al primo turno dei playoff. A Houston McGrady conosce la fine dell’apice e l’inizio della sua parabola cestistica, con il prosieguo dei playoff che gli sfugge sempre dalle mani. Le sue medie parlano chiaro: soffre i momenti decisivi, come gara 7 del 2005 contro Dallas, durante la quale i Mavs vincono di 40 punti e il nostro protagonista sbaglia 6 dei primi 7 tentativi dal campo. Come i Jazz del 2006, che gli strappano la semifinale dopo 6 gare, delle quali l’ultima fatta di 40 + 10 rimbalzi. Forse un po’ più di giustizia, lui, la meritava. Nel 2008 soffre una microfrattura al ginocchio, che lo tiene lontano dal campo fino all’inizio della stagione 2009 – 2010. Alla deadline di quell’anno, un complicato scambio lo vede diventare ala piccola dei Knicks, in compagnia di Sergio Rodriguez, mentre Kevin Martin e Jared Jeffries vanno a Houston e Carl Landry a Sacramento. TMac, esordiente il 20 febbraio al coro di “We Want T-Mac” segnerà 26 punti, in una sconfitta contro i Thunder all’overtime e vincerà solo il 26, in un 23llo contro gli Wizards.

Dopo New York, Tracy capisce forse che non è più tempo, per lui, di essere titolare. Firma quindi per i Pistons un contratto al minimo salariale e passa una stagione sottotono, in perfetta sintonia con l’ambiente del Michigan. L’anno dopo resta ad Est, ma va ad Atlanta. Gli Hawks hanno bisogno di un buon giocatore dalla panchina per rimpiazzare Jamal Crawford, partito in Oregon per giocare con i Blazers. Agli Hawks, Tracy McGrady si riscopre giocatore dei grandi momenti, segnando perfino 16 punti contro gli Heat in una grande partita vinta in rimonta dai georgiani. Ai playoff, Atlanta incontra Boston e cade bruscamente.

È ora di cambiare aria e di fare il biglietto: i Quingdao Eagles sono molto interessati a Tracy McGrady e lui contraccambia. Diventa quindi un giocatore della CBA. Non si dimentica, però, del campionato che lo rese famoso. Anzi, invia alla NBA una lettera di arrivederci e di ringraziamento, che vi ripropongo qui sotto:

“Ci sono volte nella vita in cui si apre una nuova strada e per me è giunta l’ora. Sono orgoglioso di aver trascorso questi 15 anni a giocare nella NBA. È stato un sogno, per me, entrare quando avevo appena 18 anni. Ho lavorato duramente e dedicato il mio cuore e la mia anima a questo gioco. Mi ritengo uno studente del gioco dato che ho guardato, studiato, giocato con e contro i migliori giocatori del mondo. La NBA è stata la mia università e ho imparato molto. La gratitudine che nutro è davvero senza misure. Ho passato i momenti migliori che un giocatore possa passare, e anche momenti bui. Entrambi importanti per rendermi l’uomo che sono ora. Al momento in cui lascio la Lega ora, ci sono molte persone che mi hanno ispirato lungo la mia via. Voglio ringraziarvi per avermi guidato e avermi dato enorme influenza nel modo in cui ho giocato a basket. Isaiah Thomas, Rich Devos, Leslie Alexander e John Gabriel, avete creduto in me e vi ringrazio. Jeff Van Gundy, mi hai mostrato cosa sia un grande allenatore. Steven A. Smith, hai dato una voce a noi giocatori e per questo ti ringrazio. Doug Christy, Charles Oakley, Dee Brown, Mugsy Bogues, Antonio Davis, Dell Curry, Kevin Willis, avete mostrato a un ragazzino di Auburndale, Florida, come essere un giocatore migliore. Kobe, mi hai fatto lavorare duramente più di tutti ed è stato un onore giocare contro di te. E Yao, abbiamo condiviso insieme un’esperienza che rimarrà per sempre con me e per questo ti ringrazio. Sonny e Pam Vaccarro mi avete mostrato dove la lealtà e l’amicizia genuina siano nel mondo del business. Arn Tellem e Tim Hoy, 15 anni e siete ancora i miei agenti. Grazie per avermi guidato durante la mia carriera. Detto e fatto tutto, molti altri sono da ringraziare. Sono un uomo benedetto per avere l’amore di mia moglie CleRenda e dei quattro bambini migliori che un uomo possa chiedere. Soprattutto, rendo gloria e grazie a Dio. È grazie a Lui che sono benedetto e grato. Iniziando questo nuovo capitolo, sono entusiasta di giocare per i Quingdao Eagles in Cina. Sono stato in Cina molte volte negli ultimi anni ed amo le persone e il Paese. Sarà un onore giocare per loro. Grazie ad ogni fan che mi ha seguito e ha creduto in me. Non cambierei nulla, infortuni compresi. Sono orgoglioso del segno lasciato che ho lasciato in questo gioco e grato di aver giocato nella Lega. È stato un sogno giocare per tutti voi, in ogni palazzetto. Grazie.

TMac”

Toccante vero? Lo sarà anche il modo con cui il popolo cinese lo accoglie all’ombra della Grande Muraglia. McGrady non arriva ai playoff, ma le sue medie sono straordinarie: 25 punti, 7 assist e 5 partite. Gli Eagles provano a rinnovarlo, ma R.C. Buford e il richiamo degli Spurs sono troppo forti per essere ignorati. McGrady diventa quindi parte degli Spurs. Supera il primo turno dei playoff nel cappotto contro i Lakers, ma non sarà mai davvero parte del team. Nei momenti decisivi non vedrà mai il campo e Popovich lo tratta come giocatore da garbage time. Quel magico ritorno sembra essere incoronato da un titolo NBA in gara 6, ma Ray Allen rovina tutto. Gara 7, poi, sappiamo come sia andata. L’anello non c’è e ancora una volta Tracy McGrady rimane a bocca asciutta. Chiuderà il canto del cigno con lo zero assoluto.

“Thank all of you who have supported me over 16 NBA seasons, 7 All-Stars, and countless exciting moments. Retiring from NBA. Stay tuned. #mac

Ecco come il popolo di Twitter ha ricevuto la notizia, direttamente dal profilo del giocatore. Forse altri orizzonti, ma da zone diverse del mondo, con ogni probabilità la Cina che tanto ama. Con l’NBA, tuttavia, lo ha dichiarato lui stesso, nella conferenza che di fatto chiude un’era del basket mondiale: “è ora di dire basta”.

È ingiusto dimenticare quanto ha fatto il McGrady uomo. forse uno degli ambasciatori del basket americano in tutto il mondo, sempre in viaggio per tournée, specie nella sua amata Cina. L’uomo che rischiò la vita in prima persona per andare nel Darfur ad aiutare i bambini e gli ospiti dei campi profughi, vittime di una guerra civile che lui prese molto a cuore. Talmente a cuore, che il documentario che realizzò, 3 Points, lo portò a cambiare numero di maglia, dall’1 (in onore di Penny Hardaway) al 3 (il 3 del suo documentario). Un uomo che, fuori dal campo, ha fatto parlare poco di sé: marito e padre, filantropo e viaggiatore. Tracy McGrady è un simbolo dell’iniziativa sociale, per il basket mondiale.

“Avete mai sbagliato una fidanzata? Io sì: lui!”. È la citazione più famosa fatta da Federico Buffa riguardo a Tracy McGrady. Non si può non amarlo per quello che ha fatto, non si può non essere delusi da quello che ha fatto. Poteva fare di più, poteva andare diversamente, la sua carriera, se fosse successo questo o quest’altro. Ma si sa, con i se e con i ma si riempiono le fosse. Inutile stare a pensare a ciò che il tempo e il fato non hanno riservato. Di certo, chi lo ha adorato come giocatore, non può dimenticare le magie dei tiri in bilico, i canestri all’ultimo secondo, le penetrazioni estreme. Non si potranno dimenticare le copertine a lui dedicate, le maglie vendute, le foto scattate. Non si potranno dimenticare i 13 punti in 35 secondi, i 7 All Star Game, la Gara delle Schiacciate del 2000 e i suoi numerosi riconoscimenti individuali. Semplicemente, non si potrà dimenticare T – Mac. Grazie di tutto Tracy!

2 di commenti

Clicca qui per aggiungere un commento

Rispondi

  • Grazie T-Mac. Sempre nei cuori, sempre il numero uno, sempre l’unico e il solo.

    Trovassi un fottuto jersey con il suo nome a prezzi abbordabili ci andrei persino in doccia.

  • Non voglio fare l’hater a tutti i costi, ma è un articolo scritto con i piedi! Ci sono errori ovunque, ma almeno li rileggete i pezzi prima di pubblicarli?
    Fosse stato un articolo su Bill Wennington non me ne sarebbe fregato nulla, ma su T-Mac non si tollera!!