Viaggio a puntate nella stagione dei Warriors – L’INIZIO

PREMESSA – Questo appuntamento nasce con l’intento di raccontarvi la stagione di una squadra, i Golden State Warriors, che era stata dimenticata da tutti e da tutti considerata alla stregua di una Charlotte qualunque (con tutto il rispetto). L’obiettivo è quello di raccontarvi i fatti di un’annata totalmente inaspettata e costellata di colpi di scena da una prospettiva volutamente parziale in quanto chi scrive è un fervente sostenitore della franchigia della Baia non dai recenti fasti dei Playoffs, ma da quando al posto dell’ultimo Curry sfavillante ce n’era uno dalle caviglie di cristallo, e da quando il centro titolare si chiamava Andris Biedrins, con Patrick O’Bryant come riserva. Cercherò di presentarvi le gesta della squadra per come le ho vissute in prima persona e spero che perdonerete una qualche componente autobiografica. Enjoy.

SAN FRANCISCO, CALIFORNIA, NOVEMBRE 2012 – Certo, dalla mia personale postazione in Lombardia la Oracle Arena di Oakland appare un luogo mitologico, lontano e pieno di segreti. Dopo una stagione fallimentare come la scorsa le aspettative per quella che deve venire non sono certo tra le più rosee. Coach Mark Jackson è sulla panchina del club da una stagione e nei suoi primi mesi da tecnico giallo blu ha mostrato qualche buono schema in attacco e delle falle difensive degne della vostra squadra di CSI. La nuova società di Joe Lacob (fischiatissimo alla presentazione ufficiale sul finire della stagione precedente) ha però deciso di confermarlo alla guida della squadra e nella off season ha speso risorse importanti sul mercato andando a pescare Carl Landry e Jarrett Jack in uscita da New Orleans al posto del partente free agent Nate Robinson che ha regalato tante emozioni ai tifosi, ma poche vittorie. Il Draft, poco dopo la fine dell’anno, regala tre scelte che presentano soprattutto dei dubbi: Harrison Barnes ha fatto bene, ma non è diventato il prossimo Lebron come ci si attendeva a Carolina, mentre Draymond Green è soprattutto un giocatore “da spogliatoio”, il leader emotivo degli Spartans di Michigan State, un corpo di sostanza da mettere in una posizione non ben definita del campo, e infine Festus Ezeli è il classico centro con clamorose doti atletiche e fisiche e quasi inesistenti doti tecniche, uno che deve farne ancora di strada per arrivare, non dico al top, ma anche semplicemente a poter stare in campo. Prima del training camp inoltre si infortuna gravemente Brandon Rush, guardia in costante crescita che era stato una delle poche note liete dell’annata scorsa.

A tutte queste premesse aggiungete anche l’ombra di Andrew Bogut, arrivato nell’ultima finestra di mercato nell’affare Ellis ma che non era ancora riuscito a scendere in campo e, a quanto dicevano i ben informati, si era concesso un’estate di tutto divertimento nella sua Australia. Un bel miscuglio di ingredienti per la solita, pazza, incredibile (per quanto negativa) stagione dei vostri Golden State Warriors. Si parte per cercare come minimo una vittoria in più della scorsa stagione, ma il vero obiettivo, diciamocelo,  è di non sfigurare e cercare ogni sera di prenderne il meno possibile.

Si scende in campo il 31 Ottobre contro i Phoenix Suns privi di Steve Nash e fortemente indeboliti, con Bogut in mezzo e Curry in qualità di playmaker e leader della squadra. Ne esce una partita combattuta e a sorpresa vinta, 87-85, anche grazie alle giocate difensive del centrone australiano, ben completato da un David Lee che si affaccia come volto nuovo della franchigia. Da qui in poi si continua ad un ritmo cadenzato di una vittoria e una sconfitta, che si alternano con estrema casualità. È così che incredibilmente arriva un successo esterno sui Clippers alla terza partita, ma anche una sconfitta di misura con Sacramento in quella successiva. Questo inizio da una parte mi rende fiducioso per le belle cose che i lunghi mostrano ogni sera (Bogut gioca per la prima volta in tre anni circa due partite di fila), ma dall’altra anche profondamente nervoso quando, come nel match contro i Kings, la squadra si prende clamorose pause per interi periodi, e quando queste pause coincidono con gli ultimi dodici minuti non ci si può aspettare altro che una sconfitta, anche contro una squadra affetta da mille problemi come quella della Capitale californiana.

In questo arco di tempo la singola cosa che è più caratteristico notare è la cultura del tifo “alla americana”. I commenti dei sostenitori Warriors sui vari portali vanno da: “Hey, ma guardate quei birichini (nel “testo” originale non dice proprio birichini, ndr) di ESPN, non parlano della nostra vittoria!” nei successi, a: “No, non c’è chimica di squadra, questi ragazzi non si passano la palla, non si muovono, Lee e Curry sono gli unici che si salvano” quando si perde. A volte ci lamentiamo dello scarso coinvolgimento del pubblico in alcune piazze italiane, ma in quanto a disaffezione dall’altra parte dell’Oceano si potrebbero scrivere interi trattati. Autentici “nerds” dissertano allegramente di tecniche e tattiche spacciandosi per grandi esperti senza alcun titolo per farlo. La rivoluzione del web non sempre porta ad ottimi risultati, e scopro con grande stupore (e un minimo di soddisfazione) che il morbo del parlare senza averne reali competenze non è diffuso soltanto nello Stivale

Che sia una stagione nata bene, e sicuramente incoraggiante, lo si capisce però dalla prima serie di due vittorie consecutive, quelle contro Atlanta e Minnesota. È in particolare la vittoria contro gli Hawks a far aprire gli occhi non soltanto ai tifosi, ma anche alla stampa, che registra la solidità di questa squadra anche in una serata di tiro pessima per Curry e Thompson. Di fronte al santone Don Nelson, l’ultimo ad aver raggiunto i Playoffs con questa squadra, i Warriors sfoderano l’ennesima grande prova del supportino cast, comandato da un Landry in forma smagliante e in generale dal reparto lunghi, che sfoggia gli evidenti miglioramenti di Ezeli. In una soporifera partita al Target Center di Minneapolis poi avviene l’impensabile. A prendersi gli onori della critica non è nessuno dei sopra citati protagonisti, ma bensì Charles Jenkins, praticamente il terzo playmaker della squadra, letteralmente scongelato da coach Jackson nel finale, con la squadra sotto e con Curry fuori per falli. Il giovane numero 23 si cala con estrema nonchalance nel ruolo del salvatore della patria segnando 4 punti consecutivi fondamentali a guidare la ribalta dei suoi. Nel mentre si perdono le tracce del centro australiano, nuovamente appiedato per un tempo indefinibile, ma come abbiamo visto, ben sostituito dal rookie da Vanderbilt Ezeli.

Abbiamo messo sul fuoco abbastanza carne per una di quelle grigliate memorabili, eppure che ci crediate tutto ciò è successo soltanto nella prima parte di stagione dei Guerrieri da San Francisco/Oakland. Questa era solo la prima puntata, molti di voi sanno già come andrà a finire la nostra storia, ma seguiteci nei prossimi appuntamenti e forse potrete leggere tutto ciò alla luce di fatti poco celebrati e soltanto all’apparenza superficiali.