Vincere è tutto quello che so fare: Tim Duncan può diventare l’icona del post-Jordan

Se gli Spurs dovessero vincere il titolo, Tim Duncan diventerà ancora di più un’icona di questo sport. Si è già affermato come uno dei più grandi di tutti i tempi, ma nonostante ciò è sempre lì, a sbucciarsi le ginocchia per provare a vincere e vincere ancora. Gli anelli conquistati hanno un significato storico, esemplificano la capacità di un giocatore di vincere al livello più alto. I modi per valutare la grandezza sono vari, ma di certo il termine di paragone maggiore rimane Michael Jordan, il quale ha vinto tanto, ma allo stesso tempo ha messo su numeri impressionanti ed è stato dominante per un lungo periodo di tempo. La domanda è: qual è il giocatore simbolo dell’era post-MJ? La risposta che quasi tutti danno è Kobe Bryant, vincitore di cinque titoli e uno dei più grandi realizzatori ad aver mai calcato un parquet della NBA. LeBron James è invece l’uomo del momento e del prossimo futuro. Tuttavia, riflettendoci bene, possiamo notare come Duncan sia in realtà il ponte tra Jordan e James, anche più di Kobe. Se siete tifosi dei Lakers o accaniti sostenitori del #24 gialloviola, sicuramente non sarete d’accordo, ma provate ad aprire la mente ed a seguire il ragionamento. 

I NUMERI – Quelli nella regular season di Tim sono a dir poco impressionanti. In carriera ha una media di 19.9 punti, 11.1 rimbalzi e 2.2 stoppate. Ovviamente le sue migliori stagioni dal punto di vista individuale le ha vissute prima che Tony Parker e Manu Ginobili emergessero come opzioni offensive primarie. Infatti è stato l’MVP della lega nel 2002 e nel 2003, la prima volta con una media di 25.5 punti, 12.7 rimbalzi, 3.7 assist e 2.5 stoppate. Questo serve per darvi un’idea di quello che Duncan è stato capace di fare all’apice della sua carriera. Per quanto impressionanti, i suoi numeri non possono essere paragonati a quelli di Bryant quando si tratta di far canestro, ma i punti segnati sono solo un mezzo piuttosto miope di valutare nella sua interezza un giocatore. Andiamo a vedere, invece, i numeri nei playoffs: Duncan è il terzo miglior rimbalzista di tutti i tempi dietro Russell e Chamberlain, il primo stoppatore, il settimo per efficienza (24.69, Kobe è invece 23esimo). Anche se la realizzazione è solo uno dei tanti aspetti che lo rendono grande, Tim è comunque il quinto miglior marcatore ed ha nel mirino Kobe, che è invece terzo. Insomma, Bryant è stato più produttivo dal punto di vista offensivo, ma i numeri riguardanti l’efficienza e la difesa sono più che sufficienti per giustificare la discussione. Inoltre, Duncan ha sempre passato bene la palla per essere un lungo ed ha anche migliorato la sua percentuale ai liberi negli ultimi anni. Insomma, leggendo i suoi numeri complessivi, è difficile negare che sotto questo punto di vista Tim è il migliore della sua generazione. 

LEADERSHIP – Ovviamente la competività di Kobe è sotto gli occhi di tutti, ma si tende troppo spesso a sottovalutare quella di Duncan. Stiamo parlando di un giocatore che, nonostante la bruciante sconfitta nelle scorse Finals, ha dichiarato di essere contento di affrontare di nuovo gli Heat, perché è assetato di rivincita. Non dimentichiamo, inoltre, che Tim passa tutta l’estate a mantenersi in forma straordinaria perché spinto dal desiderio di continuare a vincere ad alto livello. La sua leadership è qualcosa di eccezionale e unico, è il marchio di fabbrica: non è uno che spende molte parole, ma quando lo fa non sono mai banali, anche se preferisce quasi sempre lasciar parlare il campo. La sua capacità di adattarsi e di evolversi nel corso del tempo è qualcosa di straordinario: come la lega cambiava e si allontanava sempre più dal gioco in post, così hanno fatto anche gli Spurs. E Duncan non si è lamentato, anzi ha prontamente permesso a Parker e Ginobili di ricoprire ruoli più importanti in termini offensivi, favorendo lo sviluppo del sistema che fa impazzire ancora oggi tutti gli appassionati. Altre superstar, invece, avrebbero chiesto a gran voce più palloni giocabili, si sarebbero lamentati della filosofia della squadra, avrebbero messo i propri interessi dinanzi a quelli della squadra. Non Duncan, non è affatto il suo stile. Kobe è profondamente diverso, non è un leader inferiore a Tim, ma di certo non farebbe mai quello che ha fatto Duncan per aiutare la sua squadra a mantenersi al top. Il pilastro degli Spurs ha capito i suoi limiti quando si è reso conto di non poter più segnare 20 punti a partita, ha rifiutato i riflettori, ha eluso la fama. I suoi numeri e la sua personalità sono stati la chiave per mantenere gli Spurs ad alto livello anno dopo anno. Facendo un passo indietro, ha dato agli altri la possibilità di brillare, consolidando un modello di squadra di basket che molti cercano di replicare. La grandezza di Duncan non è tanto nella sua capacità di vincere le partite, quanto in quella di elevare al massimo livello una squadra. In pochi avrebbero potuto mai immaginare che dal 1997 ad oggi gli Spurs di Tim sarebbero stati ancora al top. 

LONGEVITÀ – Se dovesse conquistare il quinto titolo, Duncan ne avrà vinto almeno uno su tre decenni diversi. Il primo è arrivato nel 1999, quando David Robinson era ancora al suo fianco. Nel corso degli anni innumerevoli role player sono passati per San Antonio: ricordiamo Avery Johnson, Steve Kerr, Robert Horry. E gli Spurs sono sempre stati molto buoni, anche nei loro anni presunti “peggiori”. Infatti hanno conquistato l’accesso alla post-season in ogni singolo anno da Duncan è entrato nella NBA. In quest’arco di tempo, solo tre volte hanno perso al primo turno, mentre hanno vinto 11 volte la Southwest Division e non sono mai scesi oltre il secondo posto. Questa è stata la nona volta nell’era di Tim in cui i texani sono arrivati alle finali di Conference ed è la sesta in cui si giocheranno il titolo. A renderlo ancora più grande è il fatto che non ha vinto i suoi titoli ed è poi andato avanti, ma è rimasto a San Antonio ed ha sempre fatto tutto il necessario affinché gli anelli venissero da lui. E sta continuando a farlo.  La cosa spaventosa è che probabilmente potrebbe aiutare questi Spurs a contendere ancora per qualche anno, se lo volesse. Per quanto riguarda Bryant, invece, non si può negare che ha continuato a fare cose incredibili anche nell’ultima fase della sua carriera, ma allo stesso tempo c’è da dire che i Lakers, al contrario dei texani, non sono stati sempre al top. Il breve tratto tra Shaq e Gasol è stato disastroso, le ultime due stagioni pure e con un Kobe sano le cose non sarebbero cambiate. Gli Spurs, invece, non hanno mai vissuto quel tipo di crisi nell’era Duncan. Perché per Tim vincere è tutto quello che sa fare.