Playoff History: l’incredibile caso di Jorge Ivan Gutiérrez, dal Messico all’NBA, vincendo la lotta contra l’anemia

Roma. Non è la prima volta che lo diciamo e non sarà l’ultima. La National Basketball Association è uno dei mondi sportivamente parlando più vasti del panorama mondiale. In una Lega che ha toccato il massimo storico nella stagione 2013 con ben 92 stranieri (non americani), le storie da raccontare non mancano.Jorge Gutiérrez 12 Sono quei racconti che sembrano appena usciti da una casa cinematografica di Hollywood, delle pazzesche sceneggiature che ti lasciano senza parole. Delle testimonianze vissute che da un lato ti fanno sorridere, sperando un giorno di riuscire a realizzare i tuoi sogni, mentre dall’altro ti emozionano per la loro brutale e selvaggia bellezza. Ce ne sono 1000 di storie da raccontare ma oggi vogliamo soffermarci su Jorge Ivan Gutiérrez, point guard dei Brooklyn Nets. Il nome, chiaramente di matrice ispanica, è di derivazione messicana e più precisamente proviene da Chihuahua, capoluogo del medesimo stato con circa 800.000 abitanti. Ma, come sempre, partiamo da lontano.

Tutto è iniziato con Eduardo Najera, ex guardia dei Bobcats, dei Nets e dei Mavs, che ha concluso la sua carriera con 12 stagioni NBA. Nativo, guarda caso, di Chihuahua, fu il secondo giocatore messicano a giocare in NBA ma fu il primo a restarci e a godere di un successo piuttosto duraturo. In quel di Chihuahua, il baseball, il “futbol” e il basket erano i passatempi preferiti, quelli più popolari, ma il successo di Najera spinse molti a lasciare l’erbetta per fiondarsi sul parquet.

Altro caso di successo, seppur a livello universitario, è quello di Hector Hernandez, che passa da Chihuahua a Denver. Si trasferisce lì con la sua famiglia, nella speranza di trovar vita migliore. Come la maggior parte degli studenti Denver, i quali parlano spagnolo come prima lingua, Hernandez viene assegnato all’Abraham Lincoln high school, dove arriva su un campo da gioco con una buona corporatura ma poca abilità. Durante la sua permanenza a Denver, tuttavia, Hernandez migliora il suo tiro e le sue capacità perimetrali, grazie all’aiuto di coach Vince Valdez. Questo suo miglioramento porterà il messicano a Fresno State, dove condurrà una impeccabile carriera universitaria.

Si torna a Chihuahua, dove i bambini non smettono di sognare una vita migliore, magari come i personaggi appena descritti. Magari a Denver, dove le gesta e il successo di Hector preludevano ad un luogo dove poter crescere nel modo migliore dal punto di vista cestistico.

Un dei bambini che sogna di diventare qualcuno e di giocare a pallacanestro contro i migliori è Jorge Ivan Gutierrez, classe ’88. Ma l’aspetto di questo ragazzo è palesemente diverso dai suoi coetanei, dai suoi amici, dai suoi compagni di squadra. Jorge ha lividi nella stessa maniera in cui gli altri hanno i tatuaggi.mike-montgomery-signs-two-year-extension-with-cal-basketball “E ‘un ragazzo che farà tutto ciò che è necessario,” dice il coach dei California Golden Bears Mike Montgomery. “E’ come un bambino. È testardo, un gran lavoratore e non gli puoi dire che non può fare qualcosa, perché ha intenzione di fare tutto il possibile per dimostrare che stai sbagliando”. In questi giorni, Jorge vive una situazione diversa da quella del passato, facendo parte del roster di una squadra che dopo aver eliminato Toronto, affronta Miami nelle Semifinals della Eastern Conference. Ma ci fu un tempo in cui Gutierrez era del tutto impotente, non sapeva come fermare quei lividi che ricoprivano il suo corpo, quando il minimo urto poteva causargli dei problemi alle articolazioni, ai suoi deboli muscoli e quando la sua pelle variava da una tonalità che andava dal nero al blu tenebra.

Il capitolo della Lincoln High School di Denver è pressappoco incredibile. Gutierrez prende parte ad un summer camp, sotto la guida di coach Ray Valdez, che ricorda “Stiamo giocando e Jorge ha questi enormi lividi su tutto il corpo. Ha come dei cerchi neri attorno agli occhi e scopriamo che è anemico.” Le testimonianze del coach sono tanto terribili quanto, purtroppo, vere. Per chi non fosse esperto in materia, l’anemia è definita dalla caduta del tasso di emoglobina nel sangue. Detto in parole un po’ meno complesse, essa si verifica quando la quantità di globuli rossi e di emoglobina diminuisce all’intero del sangue, lasciando il corpo in una situazione di eccessiva stanchezza e debolezza per sopportare le normali attività.  La causa nel caso di Jorge era semplice: carenza di ferro. La situazione è più complessa di quanto si pensi perché può essere  realmente difficile assumere una giusta dose di ferro quando l’unico cibo nel vostro appartamento è una testa di lattuga appassita. E può essere ancor più difficile rifornire il vostro frigorifero quando si vive a 770 miglia da casa e non si conosce la lingua. Se da un lato i dati evidenziano come moltissimi immigrati provenienti dai più svariati paesi riescono a fare shopping per gran parte della loro permanenza negli States, dall’altro tutto ciò può essere difficile, se non impossibile, quando sei appena un ragazzino di 15 anni che vive in un appartamento (praticamente in una camera) con altri tre ragazzi come te, poveri, spaventati e lontani dalle proprie famiglie.

Così, quando l’anemia cercava di prendersi il meglio di Gutierrez, quando i lividi sul suo corpo continuavano a danneggiare le fragili articolazioni, fu proprio quello il momento in cui Jorge decise di giocare a pallacanestro. E allo stesso tempo, quando la sua mano di tiro, la destra, divenne pian piano blu, fu così che, quasi naturalmente, decise di diventare mancino. Le cifre (18 abbondanti a sera) gli danno più che ragione. Tutto ciò non intacca la crescita, almeno quella cestistica: diventa il secondo miglior marcatore, il leader negli assist e nelle palle rubate nei Golden Bears. Sembra essere arrivato il momento in cui Gutierrez non deve più preoccuparsi della sua malnutrizione. Ma prima che iniziasse il suo florido periodo a Berkeley, ha dovuto sopportare una vita diversa in Colorado.

downloadLa popolazione studentesca del Lincoln è costituita per il 92% da ispanici, con un incredibile 96% che vede i suoi studenti fare a meno del pranzo, il che rende la scuola la più povera del quartiere. Praticamente, ogni messicano che arriva in quelle zone, viene quasi automaticamente assegnato a quella scuola. C’è però un problema più grande. Per passare dal Messico agli Stati Uniti bisogna attraversare la frontiera, il grande incubo della maggior parte dei messicani. E qui, di forza, rientra il caso del nostro Jorge. Chiunque conosca Gutierrez lo descrive come una persona “ intensamente privata e riservata” e se ha realmente intenzione di esprimere se stesso, di comunicarvi qualcosa, lo fa in due modi: o su di un campo da basket o in un album da disegno. Gli strumenti per capirlo sono il suo gioco e i suoi disegni, molto raramente le parole. Così, quando Gutierrez racconta la storia di come è arrivato negli Stati Uniti, è difficile capirne e coglierne i dettagli. Questo è ciò che c’è di sicuro: all’età di 15 anni è arrivato negli USA con i suoi genitori e, come milioni di altri messicani che vivono negli Stati Uniti, è entrato nel paese illegalmente. Nient’altro si sa del suo trasferimento, eccetto una cosa: la motivazione. Dal suo punto di vista, era puramente una decisione che riguardava la PALLACANESTRO. “Volevo giocare contro i migliori” ha detto “e il Messico non è esattamente un luogo in cui si mastica basket. Dovevo venire qui.”

Il problema è che i genitori di Gutierrez son dovuti tornare alla loro precedente vita, in Messico, a Chihuahua, e, così,  Jorge restava da solo in questa camera con altri tre liceali – tutti messicani, tutti privi di documenti, tutti tra i 14 ei 16 e tutti i giocatori di basket. Per molti 15enni la possibilità di vivere in una casa senza genitori, senza regole, e con tre dei tuoi migliori amici può sembrare utopico,  forse troppo bello per essere vero. Non per Gutierrez. “Sarei voluto rimanere più a lungo in Messico” ha detto Gutierrez. “Ma son dovuto andare avanti.”

La carriera poi intrapresa a livello collegiale lo inizia a mostrare per il quello che veramente è, un gran giocatore di pallacanestro. Vincerà nel 2012, nella sua stagione da senior con California, il premio di miglior difensore dell’anno della conference. Un riconoscimento che ora come ora sembra nulla ma provate a rileggere rapidamente quello che ha passato e subito il piccolo Jorge. Quello che ora è a tutti gli effetti un giocatore NBA, mai selezionato al draft e messo sotto contratto dai Brooklyn Nets il 30 settembre 2013 dopo la Summer League, è una persona diversa da quel ragazzo anemico che lottava contro la fame pur di inseguire i suoi sogni. Quei sogni che, seguendo gli esempi di Najera e Hernandez, sono vivi più che mai.