NBA

Quando l’altezza e la scelta al Draft non contano: la rivincita di Isaiah Thomas

Prima di approdare ai Celtics, Isaiah Thomas aveva, tra gli addetti ai lavori, la metà della considerazione che avrebbe meritato, nonostante fosse un giocatore entusiasmante rispetto a quello che potrebbe far immaginare il fatto che sia stato scelto con l’ultima chiamata disponibile nel Draft 2011. Oggi è incredibile pensare che un talento del genere sia entrato nella NBA con la n.60 del secondo giro: uno di quegli errori che possono capitare, soprattutto se il giocatore in questione con i suoi 175 cm scarsi è ritenuto non adeguato al livello NBA, nonostante la buonissima carriera in NCAA.

Una volta sbarcato nella principale lega di pallacanestro americana grazie ai Kings, Thomas ha impiegato giusto mezza stagione per prendersi stabilmente un posto nel quintetto di Sacramento, diventando l’unico giocatore della storia scelto per ultimo al Draft a vincere il premio di Rookie del mese (riconoscimento che si è portato a casa due volte, marzo e aprile 2012). Isaiah ha così fatto ben presto mangiare le mani a tanti general manager che lo avevano scartato, ma il meglio doveva ancora venire.

L’approdo a Boston era la cosa migliore che potesse capitare a lui, ma soprattutto ai Celtics: il prodotto di Washington non sarà stella in senso assoluto, ma si sposa perfettamente con il sistema di gioco di coach Stevens, alzandone la qualità. Ciò si è tradotto in una stagione finora molto positiva per i verdi di Boston, che stanno attraversando un buonissimo momento di forma (7-3 nelle ultime 10, solo Cavs e Raptors hanno fatto meglio nello stesso arco di partite), grazie al quale si trovano al quarto posto della Eastern Conference (28-22).

Con i suoi 21.5 punti, 6.6 assist e 1.1 recuperi in 32.2 minuti di media, Thomas è il leader dei Celtics, ma non solo, perché questi numeri lo pongono ai massimi livelli della NBA: solo altri quattro giocatori stanno viaggiando in questa regular season con almeno 21 punti, 6 assist e 1 recupero a partita, e sono Steph Curry, Russell Westbrook, LeBron James e James Harden. Isaiah, però, è l’unico tra questi a commettere meno di tre turnovers di media.

Da ciò si può comprendere ancora meglio che la convocazione di Thomas all’All-Star Game è tutt’altro che clamorosa, piuttosto molto meritata: sì, a Toronto tra le stelle più luminose della lega ci sarà anche la point guard dei Celtics, i quali ritrovano un All-Star per la prima volta da quando si sono sciolti i leggendari Big Three. Il prodotto di Washington diventerà la scelta più bassa al Draft e solo il nono giocatore sotto il metro e 80 ad aver mai giocato una gara delle stelle.

La convocazione tra le riserve del Team della Eastern Conference è il giusto riconoscimento nei confronti di un giocatore che si è fatto amare fin dal primo momento da tutti i compagni per la professionalità e per la voglia matta di voler dimostrare ai suoi detrattori di valere ben altra scelta dell’ultima. A Boston Isaiah sta trovando la definitiva consacrazione, anche grazie a coach Stevens che lo ha accettato pienamente per quello che è: principalmente un realizzatore, non un playmaker nel vero significato del termine, anche se Thomas sta crescendo molto anche dal punto di vista della creazione del gioco e delle decisioni da prendere con la palla tra le mani.

Per dirla con le parole di Mike Malone, suo ex coach a Sacramento, Isaiah “non sarà mai Stockton, va preso per quello che è. E’ sempre stato un giocatore che può segnare tanto, anche nel sonno, ma lui è bravo anche nella comprensione del gioco e le sue capacità in cabina di regia stanno crescendo molto”. Insomma, se non siamo davanti ad una vera e propria stella, poco ci manca: di certo c’è che guardarlo giocare assieme ai suoi Celtics è sempre un grande piacere, e questa convocazione all’All-Star Game è solo una delle tante rivincite che Thomas si sta prendendo.