Andrew Bynum entra in campo: è il momento del riscatto?

C’è voluto molto tempo, almeno per quello che poteva aspettarsi lui. In una partita ha fatto vedere di poter valere qualcosa, nel suo nuovo ruolo. Ecco perché può diventare una chiave per sfidare gli Heat e dare a Indiana lo scettro dell’Est.

Gli ultimi due anni di Andrew Bynum non sono stati certo facili: da All – Star a nullafacente, da nullafacente a spina nel fianco. Da spina nel fianco a pedina di scambio, per poi nullafacente (ancora). Adesso, la vacanza è finita. Bynum ha sofferto notevolmente gli infortuni alle ginocchia, affiancate a scelte poco azzeccate, partendo dagli orrendi capelli alla Jimi Hendrix della pensione Sixers e alla pessima gestione del suo corpo durante la convalescenza. Quello che era venuto come un Messia destinato a portare Philadelphia all’inizio di un nuovo ciclo, si è trasformato in una croce e un calvario per Evan Turner e soci. Entro, non entro; sul punto di entrare, l’infortunio rimediato sulla pista da bowling, poi l’out definitivo. L’arrivo di Sam Hinkie come GM dei Sixers ha solo confermato la volontà dei Sixers di non firmarlo per la stagione 2013/14, dopo un anno apparentemente sotto le aspettative, per usare un eufemismo.

Dove può andare un giocatore in cerca di riscatto, se non in un team in cerca di riscatto? E quale franchigia ha etichetta più azzeccata dei Cleveland Cavaliers, che con Kyrie Irving e Tristan Thompson avevano bisogno solo di un centro di livello per tornare alla post season? Si prova la scommessa, con qualche clausola al contratto: una team option per il secondo anno (metti che vada male) e soli 6 milioni garantiti, sui 24 totali. Direi che i Cavs non hanno sbagliato, a fare questa scelta. L’ex Lakers, infatti, dimostra un decimo del talento messo in campo con i gialloviola, segna appena 8.4 punti a partita, prende 5 rimbalzi, per 24 partite giocate a 20 MPG. Non è solo la condotta sul campo che preoccupa: è un ragazzo chiuso, introverso, che non partecipa alla chimica di squadra e, quando le cose non vanno bene in Ohio, si altera e critica staff, compagni di squadra e allenatore. Sospensione per condotta dannosa alla squadra e, poco dopo, la cessione ai Bulls, che lo tagliano immediatamente. Cleveland non perde nulla del contratto firmato.

Dopo i Bulls, onestamente, non si sa cosa possa succedere: ormai il nostro è un giocatore demotivato, svogliato, quasi un mercenario (non accetta contratti al minimo salariale). La lista di spasimanti è lunga, ma una alla volta si ritirano, timorose di fare la fine dei Cavaliers. L’idea del ritiro comincia a farsi largo nella mente. Indiana, però, dopo essersi tirata indietro, prova un’altra volta e, con questa, fa centro: firmato il bestione, contratto fino alla fine dell’anno. Per Andrew è l’occasione della vita.

Le ginocchia lo mettono a riposo fino al 12 marzo, quando finalmente viene fatto entrare come backcourt di Hibbert: gioca 16 minuti contro Boston, segna 8 punti, prende 10 rimbalzi e fa pure un assist da raddoppiato con un passaggio schiacciato per David West, sul 16 pari, verso la fine del primo quarto. Si aggiungono schiacciate di potenza e, nonostante il peso da toro chianino, pure un delicato semigancio su marcatura di Kris Humphries, per siglare il + 12 Pacers nella ripresa. Non è molto, certo; lo sa anche lui, per i suoi standard a Los Angeles. Ma sa bene che le cose sono cambiate e deve scendere a compromessi con l’ego e con le ginocchia, per poter vincere.

Ora andiamo sul lato tecnico: indubbio che Indiana esca rinvigorita dalla sua firma, anche perché usciva da una serie di quattro sconfitte consecutive, tutte dovute soprattutto al logorio dei suoi lunghi. Nella loro ultima, contro Dallas, i titolari hanno giocato in totale 70 minuti (37 Hibbert, soprattutto, importanti) e hanno segnato 8 punti West e 14 il giamaicano. L’arrivo di Bynum dà a quest’ultimo l’occasione per prendere fiato; la vittoria sui Celtics è da attribuire soprattutto al suo nuovo braccio destro, perché Hibbert ha segnato la miseria di 6 punti (!), giocando 32 minuti. Per un centro di livello come quello di Indiana, avere un cambio ex All – Star è fondamentale per rimanere in forma e fresco per la post season. Dalla panchina, Bynum allunga la rotazione dei lunghi assieme a Scola e a Mahinmi, dando tiro dal post e fisicità sotto canestro. Inoltre, quando arriverà il momento di giocare seriamente e di fronte ci saranno, con molta probabilità, gli Heat, sarà importante avere uno con cui contrastare la risalita di Greg Oden e rendere il pacchetto lunghi di Indiana più efficiente che quello avversario. A livello psicologico, la cosa importante per Bynum era certamente tornare a giocare e iniziare una nuova vita. Quello che i Sixers e i Cavs non hanno capito è semplicemente questo: seppur così giovane, Bynum ha avuto un infortunio e ginocchia di cristallo tali da non essere mai più quel centro dominante di prima; di conseguenza, non più la pedina fondamentale sulla quale costruire un dinasty team, quanto quella per una panchina di alto livello. Se Cleveland avesse tentato l’assalto a un centro di alto livello e avesse avuto in Bynum l’occasione per il primo lungo di riserva, allora si poteva fare. But Things Have Changed.

“Voglio giocare e voglio vincere il titolo”, le parole di quell’1 febbraio 2014, dopo la firma del contratto. Il primo step si è concluso piuttosto bene, dopo due mesi d’inattività: vittoria, buon minutaggio e discreto apporto. Il prossimo è più arduo ed è un ostacolo mentale, come quello di LeBron alla sua prima a Cleveland dopo “The Decision”. La barriera sono i Sixers, questa notte, per far vedere, affiancato dall’altro ex Evan Turner, ritrovato ai Pacers, di che cosa è capace. Una volta superato quello, si potrà dire che Andrew Bynum è tornato ad essere un giocatore NBA.