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Chauncey Billups – La bella favola di chi non si è mai arreso

Arriva per tutti il momento di appendere le scarpe al chiodo. Nel giro di quattro anni, abbiamo visto abbandonare il camposcenico Shaquille O’Neal, Tracy McGrady, Rasheed Wallace e Yao Ming. È un momento critico nella vita di un giocatore: abbandonare uno stile di vita seguito per molti anni e comprendere che, dalla mattina dopo, alzerai la testa dal cuscino senza andare agli allenamenti e che la musica la ascolterai in macchina mentre vai a fare la spesa, non per caricarti in vista di una partita. Chauncey Billups ha scelto di fare questo cambio di prospettiva, perché “E’ giunto il momento”.

Era iniziato tutto nella Denver dove era nato, in quel 25 settembre 1976. La storia d’amore tipica, tra un ragazzino di colore e la palla a spicchi. Qualche canestro dietro casa o nel parchetto, poi la George Washington High School e, infine, il college a Colorado, dal ’95 al ’97 a 18 punti di media circa. Battuta Indiana al primo turno del Torneo NCAAA, nel 1997 i Buffaloes vengono però eliminati da North Carolina. Un’eliminazione che non preclude l’ingresso di Billups tra i grandi del college della sua città: nominato All – American e alla All – Big 12 Conference, la sua maglia numero 4 (numero in onore di Joe Dumars) è ora appesa al tetto del palazzetto.

With the third pick in the NBA Draft 1997, the Boston Celtics select Chauncey Billups, from Colorado University”. L’avventura NBA di Chauncey parte così alle spalle della scelta di Tim Duncan e di Keith Van Horn. E parte dai Celtics di Rick Pitino; male, finendo male nel 1998 con la cessione, a 51 partite dalla prima palla a due. Cifre buone, con 11 punti a partita e 4 assist di media, ma senza la postseason e incapace di integrarsi nella cultura Celtic. Le ragioni del divorzio sono molte: con Pitino non si instaura la chimica, Billups non si sa se è utilizzato come guardia o come play. L’esperienza biancoverde non lo aiutò, stando alle sue parole, a crescere e ad ascoltare il ritmo della partita. A distanza di anni, viene da chiedersi cosa sarebbe successo se si fosse instaurata la chimica, se i Celtics sarebbero cresciuti con lui e se, con l’arrivo di Rondo, si fosse creata la base per una dinastia che sarebbe cresciuta con Pierce e Antoine Walker, prima ancora dell’arrivo di Garnett e Allen. Sono cose che non si sapranno mai, dubbi che la trade con i Toronto Raptors ha seppellito. Lì, nella squadra di Vince Carter, ci passa solo il resto della stagione. Torna a casa, nella sua Denver, dove passa 58 partite a 11 punti circa e 3.5 assist e viene poi girato ai Magic. In teoria. In pratica non farà nemmeno la foto con la squadra e sarà messo in lista infortunati a causa di una spalla non sana. Quell’anno gli scade il contratto e diventa free agent per la prima volta, senza certezze: già nella NBA si vocifera che sia un grosso flop.

Flip Saunders non crede alle voci e lo chiama ai Minnesota Timberwolves. Qui comincia la rivincita di Billups: partito come back up del play Terrell Brandon, cresce assieme a Sam Mitchell e a Kevin Garnett, con i quali instaura un bel rapporto. Soprattutto con KG, reduce dalla tragica esperienza di Malik Sealy e che da quel momento avrà uno stretto legame con il play, a livello familiare (è padrino di battesimo della secondogenita di Chauncey, Ciara, ndr) e sportivo (Chauncey lo consigliò di andare a Boston e lo chiamò quando KG si infortunò al ginocchio). La grande relazione porta Minnesota alla postseason per due anni consecutivi, e le cifre ne risentono soprattutto nel 2002, con 22 punti a partita e, causa infortunio di Brandon, lo starting five assicurato. Alla fine del 2002, il riscatto è completo e Billups si è guadagnato la fama di leader e di buon play. Ora è davvero pronto per guidare una squadra.

Quella squadra sono i Detroit Pistons: Joe Dumars gli offre un contratto da sei anni a 35 milioni di dollari, con questo commento: “La palla è tua, guida tu la squadra”. E lui lo fa alla grandissima. Segna, passa, tira all’ultimo secondo e si guadagna il soprannome che lo ha da allora accompagnato. Era il 2003, 8 marzo. Gli Hawks vengono portati alla sconfitta da una tripla piazzata all’ultimo da Billups. Il 26 marzo dello stesso anno, nella stessa situazione, Chauncey fa il bis e si autoproclama Mr. Big Shot. Detroit con lui vola e diventano una delle prime forze della Eastern Conference, finché nel 2004 alla sua corte non arriva Rasheed Wallace. Il quintetto è mostruoso con Sheed, Ben Wallace, Tayshaun Prince e Lindsay Hunter, mentre Larry Brown guida dalla panchina. Secondi nella Central Division, l’unica squadra che sembra mettersi in mezzo sono i Nets di Jason Kidd, in semifinale di Conference, battuti 4 -3. Per il resto, nessuno può sbarrargli la strada: nemmeno l’album di figurine dei Los Angeles Lakers di Kobe, Shaq, Malone e Payton. 4 – 1 e Larry Brown si prende la rivincita per il 2001 sulla panchina dei Sixers. E Chauncey? Fa il leader, 16.4 punti e 5.3 assist. Il premio è grande: oltre al Larry O’Brien, solo per lui arriva il premio di MVP delle Finali. Il flop è diventato ufficialmente un campione. L’anno dopo Shaq viene sconfitto nuovamente da Chauncey e manca l’appuntamento alle Finals con gli Heat di Wade. Così, i Pistons tornano in Finale ma, pur lottando con forza e tenacia, gli Spurs portano a casa il titolo in gara 7. Gli anni dei Pistons non sono per niente mediocri, nonostante due finali raggiunte su 6 anni di presenza del numero 1. Chauncey si guadagna l’All Star Game tre volte in Michigan, dal 2006 al 2008; ogni anno, i Pistons arrivano a disputare le Finali di Conference, mettendo alla prova i futuri campioni NBA di Heat e Celtics e LeBron, che proprio contro di loro si consacra nell’Olimpo del Basket con la fantastica gara 5 da 48 punti, nel 2007. Tutto però finisce il 3 novembre 2008. Chauncey viene ceduto in cambio di Iverson e lascia il Michigan. Alla volta di Denver.

Torna a casa e cambia numero: dall’1 (numero di JR Smith) al 7, in onore del quaterback dei Denver Broncos, John Elway. Con Carmelo Anthony l’intesa è subito buona: i Nuggets con lui diventano un team vincente e pericoloso, mentre Detroit si arena ai margini della Eastern Conference. Alla fine, solo Kobe ferma i Nuggets, alle finali di Conference che restano ad oggi il miglior risultato della franchigia e che mancavano dal 1985 in cui c’era Dikembe Mutombo a vestire la maglia di Denver. Billups raggiunge Magic, Michael Cooper, Kurt Rambis e Kareem Abdul – Jabbar ad arrivare alla settima finale di Conference consecutiva. Chiuderà quei playoff a 20 punti e 6 assist di media. Il 5 febbraio 2010, mette a segno 39 punti contro i Lakers, con 9 triple: è il suo career high. I playoff si fermeranno al primo turno, battuti 4 – 2 dagli Utah Jazz. L’amarezza è grande, ma lui ama Denver e vorrebbe non lasciarla più, ritirandosi come Nugget. E il 2010-11 inizia di nuovo con la casacca bianco azzurra, 16.5 punti a partita.

Fino alla deadline di febbraio, dove inizia il tramonto della carriera di un giocatore unico nel suo genere. Ceduto ai Knicks nell’affare Carmelo Anthony, viene usato fino a inizio playoff a una media di 17 punti a partita. Gioca solo gara 1 di postseason, contro i Celtics, e segna 10 punti prima di infortunarsi al ginocchio. Con il nuovo accordo collettivo, viene creata anche l’Amnesty Clause, e Chauncey è una delle sue prime vittime. A quel punto, i Clippers lo chiamano e si dimostrano interessati a lui. Sapendo che manca poco alla fine, non vuole far parte di un team che non possa lottare per il titolo e rifiuta l’offerta di LA, salvo poi cambiare idea con l’arrivo di Chris Paul e accettare il ruolo di secondo play. Venti partite a 15 di media non sono male, senza dimenticarsi lo spettacolo. 19 gennaio 2012. Dallas @ Clippers, 89 – 88 Mavs a 4 secondi dalla fine del quarto quarto. Time out e rimessa a Los Angeles. È proprio Chauncey a dare palla; passaggio a Blake Griffin che ripassa subito al nostro. Piedi a posto, tiro. È tripla e vittoria Clippers 91 a 89. Mr. Big Shot is back. Se non fosse per un infortunio al tendine di Achille che, da Febbraio in poi, lo terrà fuori. Sono i primi playoff saltati dal lontano 2001. L’anno dopo è ancora a Lob City, va ai playoff e gioca a 6 punti a partita. Memphis non lo farà proseguire. Il 2013 è l’anno del grande ritorno, stavolta ai Pistons. Vede potenziale nei giovani Monroe e Datome, ma soprattutto vuole fare da chioccia a Brandon Jennings, affiancato in panchina dal ritrovato Rasheed Wallace, che fa da vice di Mo Cheeks. Jennings è disastroso e i Pistons con lui. Chauncey chiuderà la sua stagione a 3.8 punti e 2.2 assist di media, in 19 partite giocate. Lo vogliono però gli Heat e i Cavs, per un ultimo assalto. Lui ci pensa, fino a stamattina. “Sto bene, ma non posso ignorare che sono tre anni che praticamente non gioco. Ma sono comunque felice. Vincere un titolo era il mio obiettivo e ce l’ho fatta”. Parole schiette, tipiche di Chauncey. Accettando la realtà così per com’è.

La storia può servire per rievocare i bei momenti, ma conta forse più ricordare altri lati di Billups, cominciando da quelli sportivi. All Star dal 2006 al 2010, un titolo NBA e un MVP delle Finals. In tutto sono 17 anni di carriera, 10 team diversi. Dal 2000, anno in cui è approdato a Minnesota, in ogni partita in cui ha giocato ha portato almeno i playoff. E quando se n’è andato, la squadra ha perso. Si veda Minnesota, che solo nel 2004 raggiunse la Finale di Conference grazie al Garnett versione MVP, salvo poi ricadere nell’anonimato. Si veda Detroit, che dall’essere primo team dell’Est, minaccia dei Celtics e dei Cavs, venne sbaragliata 4 – 0 al primo turno del 2009 da James e soci. Si veda Denver, con cui ha vinto ed è arrivata alle Finali di Conference. L’altro grande premio è la medaglia d’oro a Istanbul, nel 2010. Nel Team USA di Durant, Westbrook, Iguodala e Danny Granger, Chauncey guadagna 9.3 punti e 2.4 assist. L’esito della tenacia di una convocazione arrivata nel 2006 e nel 2008, in occasione dei Mondiali prima e delle Olimpiadi a Pechino poi. Entrambe saltate per motivi familiari, non ha mollato e ha ottenuto la terza convocazione e la medaglia. Questa è solo la ciliegina sulla torta di ciò che lo ha reso grande agli occhi del basket: la tenacia, la leadership, la capacità di motivare i compagni, la voglia di vincere e il sangue freddo nei momenti importanti.

Chauncey è un uomo tranquillo, del quale si sa poco fuori dal campo. Sposato e con tre figlie, non sa quale sarà il suo futuro. Quasi sicuramente ora vorrà godersi la famiglia e gli amici, specie Garnett, se magari anche lui lascerà i Nets e la NBA. O si dedicherà maggiormente alla sua scuola per giovani talenti, la “Chauncey Billups Elite Basketball Academy”. Sicuramente, avrà tanto tempo da godersi e con piacere si metterà le bimbe sulle ginocchia, raccontandogli qualche storia di quando anche lui era un grande giocatore NBA. Una favola che piacerà sia a loro, sia a lui che la racconta, sorridendo con piacere ai bei momenti in divisa. E che anche a noi, guardando alle copertine di riviste che lo raffigurano, ai DVD e ai video su Youtube, giungerà in qualche modo alle nostre orecchie con grande piacere di ricordare le sue imprese.