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Chiamarsi Pau – Insegnare la pallacanestro a 35 anni e a suon di triple-doppie

Ricordo bene un post che scrissi prima dell’Europeo 2015, in cui criticavo il fatto che nessuno parlasse della Spagna come una delle favorite alla vittoria finale; non tanto perché in panchina sedeva uno degli allenatori che più mi hanno fatto innamorare di questo sport, quanto piuttosto perché si dava per scontato che le assenze tra le fila del baloncesto iberico fossero troppo pesanti per permettere a Scariolo di replicare i trionfi ottenuti nel suo primo corso. Navarro, Rubio, Marc Gasol erano le cosiddette “assenze pesanti”, così importanti da far credere a tutti che la Spagna non potesse neanche lontanamente giocarsela con Serbia e Francia per la vittoria finale. E, per buona parte della competizione, sembrava che i “detrattori” avessero ragione, considerando le sconfitte nella fase a gruppi, contro Serbia e Italia, e un gioco non certo brillante da parte delle Furie Rosse.

In pochi, però, avevano fatto i conti con uno dei pochi giocatori in grado di cambiare una partita da solo: Pau Gasol. Che poi, la storia di Pau parte da un ospedale che è sito patrimonio dell’umanità secondo i criteri stabiliti nella Conferenza generale dell’UNESCO il 16 novembre 1972; già, perché probabilmente in pochi lo sanno, ma la Spagna è terza per numero di siti indicati come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, con 44, dietro solamente a Cina (48) e, manco a dirlo, Italia (51). Uno di questi quarantaquattro siti è l’Hospital de Sant Pau, attivo fino al 2009, in cui entrambi i genitori di Gasol lavoravano prima di trasferirsi a Memphis; in questo esempio architettonico di modernità catalana nasce la storia di Gasol, per propagarsi fino ai nostri giorni e regalarci uno dei giocatori più “all-around” che la pallacanestro europea e quella a stelle e strisce abbiano mai potuto ammirare.

Tornando all’Europeo, dai Sedicesimi di Finale in poi è stato un monologo gasoliano, per usare un neologismo che potrebbe far rabbrividire i più ma che sicuramente rende bene l’idea del dominio del singolo sull’intera competizione. L’apice arriva in Semifinale, dove i 26.922 spettatori del Pierre Mauroy di Lille rimangono estasiati nel vedere un lungo con quei movimenti e con quella cattiveria agonistica portare in Finale una squadra grazie a 40 punti, 11 rimbalzi e 3 stoppate; stadio ammutolito, prima di un lungo applauso a quello che, tre giorni più tardi, si sarebbe fregiato del titolo di MVP della competizione (oltre a risultare il miglior marcatore per la terza edizione, dopo quelle del 2003 e del 2009). Un dominio a 360°, in risposta alle critiche piovute dopo un’ultima stagione ai Lakers da 19.3 milioni di dollari e non certo esaltante, almeno secondo la critica.

Ma che c’entra tutto questo con la prestazione di ieri? La banalità delle parole sarebbe troppo superficiale per cercare una connessione logica fra le tre situazioni, delle quali due passate da molto tempo, ossia Eurobasket 2015 e ultime annate ai Lakers. L’elemento chiave, per parlare oggi di Pau Gasol, è la tripla-doppia, perché con essa si ottiene un collegamento delle tre situazioni. Andando con ordine, nella penultima stagione a Los Angeles, Gasol mette a referto 3 triple-doppie nelle ultime 7 partite giocate, compresa una nell’ultima Serie Playoffs dei Lakers fino ad oggi (Gara-3 contro gli Spurs, 11 punti, 13 rimbalzi e 10 assist). Nella Finale dell’Europeo, invece, Gasol domina la Lituania con una prestazione da 25 punti, 12 rimbalzi e 10 falli subiti: si noti che questa non sarebbe classificata come tripla-doppia poiché la voce statistica “falli subiti” non rientra nelle cinque utili ai fini del calcolo (punti, rimbalzi, assist, stoppate e recuperi), eppure per una volta possiamo forzare la categoria, allargandola e facendovi rientrare anche una situazione che, a tutti gli effetti, è una statistica come le 5 considerate degne di attenzione. Infine, ieri sera, nel match contro i Bucks, Gasol porta a casa la nona tripla-doppia in carriera, grazie a una performance da 12 punti (con 4/14 dal campo però), 17 rimbalzi e 13 assist, oltre a 5 stoppate. Per arrivare al record di longevità di Karl Malone, autore a 40 anni e 127 giorni di 10 punti, 11 rimbalzi e 10 assist contro gli Spurs (era il novembre 2003), mancano ancora più di 4 anni, perciò la prestazione in sé potrebbe anche non dire nulla a chi non abbia la percezione di cosa rappresenti Pau Gasol per la pallacanestro.

Da “bidone” e/o “giocatore finito” a go-to-guy in un Europeo stra dominato e in una Chicago che punta ad andare ai Playoffs nonostante i vari infortuni e le mille difficoltà. La tripla-doppia di ieri notte è l’emblema di come sia camaleontico Gasol, capace di cambiare stile di gioco e di adattarsi a un fisico non più esplosivo come quello delle prime stagioni; si consideri che finora in stagione il big-man catalano ha medie superiori a quelle dell’intera carriera, giocando 3 minuti in meno e utilizzando solamente il 24.6% dei possessi totali di Chicago quando è sul parquet (per saperne di più sul USG%, cliccate qui e scorrete le voci fino alla lettera “u”). Non male per un giocatore che, in NBA, è ancora ricordato per il soprannome “Gasoft”: certo, nelle ultime stagioni (e forse anche nelle prime) certe difese del buon Pau avrebbero fatto sanguinare gli occhi a molti, ma nel saldo tra i pro e i contro probabilmente certe cose si possono anche perdonare. Tralasciando una possibile considerazione di più ampio respiro, mi limito a ribadire che, a 35 anni suonati, porta a scuola ancora tutti in una pallacanestro che si sta evolvendo sempre più nella dinamicità e nell’atletismo. Dio salvi Pau Gasol.