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Cleveland Cavaliers – Le ombre della squadra destinata a vincere

Diciamocelo chiaro. Non è questo il team che dovrebbe contrastare gli Warriors in finale. I Cleveland Cavaliers erano stati costruiti per dominare, dominare e dominare. E invece, stanno facendo fatica: nonostante una Finale assieme, un roster profondo e la presenza di una costellazione di giocatori, e non di una singola stella. E nonostante un mercato di rinforzo che doveva consolidare ulteriormente il team.

Non diamo tutta la responsabilità a David Blatt, perché sembra che la chimica di squadra non sia tanto diversa, attualmente. 19 – 10 il record dall’arrivo in panchina di Tyronn Lue. Contando che Blatt è stato licenziato con un record di 30 – 11, non è quindi questione di allenatore. Sicuramente, si è parlato a lungo sul rapporto Blatt – stampa – James e in parte tutto ciò è vero. Ma quanto è vero che nessuno dei giocatori a roster era disposto a mettersi al servizio dell’ex Maccabi? Siamo arrivati al punto, come dichiarato da Haywood, che Blatt aveva paura di LeBron e che saltava volutamente, nelle sessioni video, gli errori del numero 23. Dai al leone un dito, e lui si prende tutto il braccio …

La verità è ben altra: che Cleveland non ha ancora trovato, a distanza di due anni, la quadratura del cerchio. E lo hanno dichiarato anche fonti interne all’organico. Kyrie Irving e LeBron James, attualmente, non hanno ancora raggiunto l’intesa perfetta in campo; poi certo, il rapporto personale va alla grande e i due non hanno attriti di nessun tipo Non si pretende certo un’intesa alla Stockton – Malone, ma almeno una Gary Payton – Shawn Kemp. Su Kevin Love, quanto vale la pena esprimersi? Partiamo da una premessa: chi scrive non è un fan di Love, non lo è mai stato e difficilmente mai lo sarà. Analizzando i dati, vediamo che senza di lui i Cavs sono arrivati in Finale, giocando un basket dinamico e utilizzando la preponderanza di Tristan Thompson sotto canestro per tentare la rimonta. Si sa poi come sia andata, ma quella era forse la chiave giusta. Quindi perché rifirmare Love con un quinquennale da 125 milioni di dollari? Semplice: per avere una costosissima pentola di fagioli che dica “LeBron non è da solo, non è il capo” e le solite storie che vanno avanti da almeno cinque mesi. L’opportunità di cederlo non mancava (Deo Gratias non ai Celtics, ndr). Poi certo, allarga il campo come un’altra ala difficilmente fa nella Eastern Conference, ma ovviamente la chimica di squadra conta.

Altro punto da considerare: Mo Williams. Il veteranissimo era stato firmato dai Cavs per dare profondità alla panchina, ma 8.9 punti a partita in 19 minuti non sono neanche lontane parenti della prima versione del giocatore che arrivò in Ohio da Milwaukee. Già solo l’anno scorso agli Hornets aveva fatto registrare 17 punti di media in 30 minuti di impiego. Soprattutto, 6 assist l’anno scorso contro i 2 (!) di questa stagione. Ha giocato per ora 35 partite, contando anche che è fermo dal 26 febbraio.

Parliamo ora della trade deadline: i Cavaliers avevano bisogno di un giocatore per aprire ulteriormente il campo, un’ala di esperienza che potesse dare il cambio a Love (nel bene e nel male, ora ce l’hanno e difficilmente se ne andrà). E i nomi certo non mancavano: Markieff Morris, Ryan Anderson in primis. Poi altri giocatori di complemento, tra i quali un play che facesse respirare Irving visto che Mo Williams era già infortunato. In ogni caso, cercare di alleggerire un team. Per sconfiggere gli Warriors, devi combatterli con un roster da Warriors… Ma la situazione non è certo andata, al momento, nel verso giusto. Anderson avrebbe dato maggior energia dalla panchina, e un doppio ruolo di ala grande – piccola che avrebbe favorito anche LeBron James. L’ipotesi Kieff ora la sta verificando Washington. Quindi, si è dirottato su Channing Frye, ufficiosamente un Clipper, ufficialmente mai stato tale perché Los Angeles voleva di più per Lance Stephenson. Il risultato è stato il sacrificio del grande veterano, come spesso accade in casa Cavaliers. Anderson Varejao, tra le lacrime dei fan oro – vinaccia, indossa ora la maglia degli Warriors. Il grande nemico si è preso il cuore di Cleveland. Non guardiamo il lato tecnico, ma ancora quello chimico: il brasiliano è sempre stato il vero leader dello spogliatoio Cavaliers, l’uomo giusto al momento giusto, uno dei riferimenti di LeBron e una delle ragioni che lo hanno invogliato a lasciare Miami per riprovarci ancora, dopo il 2007. Questa trade non è tanto diversa da un’altra in casa Cavaliers. Siamo nel 2010, e Cleveland cede il grande capitano Ilgauskas per Antawn Jamison e Sebastian Telfair da Minnesota. Jamison era allora il terzo violino del trio di Washington: un’ala forte di esperienza, atletica e con tiro da tre punti che doveva allargare il perimetro per LeBron. Solo che era il canto del cigno di quel trio: la crisi Arenas – Crittenton aveva minato la stabilità di Washington, e quando arrivò la deadline fu opportuno cedere tanto Caron Butler, quanto Jamison stesso. L’unica differenza rispetto a quest’anno, è che Ilgauskas a Cleveland ci tornò per buyout a marzo, Varejao no (anche perché con il contratto collettivo del 2011 fu messa, tra le clausole di trade, che un giocatore non poteva tornare nella prima squadra della stagione, dopo essere stato tagliato in seguito alla sua cessione). Le cifre di Jamison per quella fine di stagione furono ben lontane da quelle della capitale: con soli 6 minuti in meno a Cleveland (da 28 a 22), passò da 21 a 16 punti di media e catturando un rimbalzo in meno di media. Per Frye la situazione non è tanto diversa: a Orlando segnava meno (5 punti a 7.8 in Ohio, con percentuali vicine al 50%) e anche i rimbalzi sono aumentati, certo. Tuttavia, i tiri liberi son precipitati dal 90% al 66% di realizzazione. Forse ci voleva più un’ala capace di difender ferocemente dal perimetro. Fatto sta che dal suo arrivo a Cleveland la squadra ha un recordo di 9 – 6. Capitolo uscenti: Mozgov e Shumpert. Nonostante l’interesse dei Kings e la contropartita offerta (si parlava di Ben McLemore e Belinelli), non è avvenuto nulla. Per i buyout, non c’era che l’imbarazzo della scelta: Joe Johnson era la prima scelta, ma c’erano anche Andre Miller, Kevin Martin, Marcus Thornton … buoni pezzi, insomma. Invece, anche qui i due di picche sono volati e alla fine è stato firmato Jordan McRae. Per me è NO (cit.).

Proviamo, ora, a fare un piccolo gioco: vediamo cosa sarebbe potuto accadere se la deadline avesse seguito un altro percorso.

TRADE A TRE CLE – LAC – MEM: CLE cede Varejao a Portland e prende Jeff Green dai Clippers, LAC prende Frye e MEM prende Lance Stephenson.

TRADE SAC – CLE – NOP: CLE prende Koufos dai Kings e Anderson da New Orleans, SAC prende Mozgov, NOP riceve subito Shumpert e Ben McLemore

BUYOUT DEADLINE: Marcus Thornton

Il risultato sarebbe stato avere Anderson nel ruolo di doppia ala dalla panchina, un centro versatile con gioco dal post come il greco e New Orleans non sarebbe rimasta a luglio con un pugno di mosche in mano, ma avrebbe avuto un difensore come Iman e un tiratore come McLemore, soprattutto ora che Eric Gordon è fuori per problemi al piede. E per di più, Green (già che segna poco questa stagione, ma ha saputo mostrarsi clutch a Memphis) sarebbe stato perfetto uscente dalla panchina per i Cavs. Contando che avevano anche una trade exception da 10 milioni di dollari, non hanno saputo sfruttare il jolly.

Ma non di solo mercato vive la NBA. La situazione dopo la deadline, infatti, non è stata agevolata nemmeno dal comportamento “da leader” di LeBron James. Partiamo dalle cifre: 24.9 punti a partita. La cifra più bassa dalla sua stagione da rookie, cioè 12 anni fa. 29.3% da tre punti. Cifra più bassa dalla sua stagione da rookie. 50.5 dal campo. Più alta dell’anno scorso, ma inferiore agli anni dei titoli. L’impressione che James dà in questo periodo di gioco è che sia meno dominante di quanto non fosse, ad esempio, solo l’anno scorso. Cleveland è un team molto altalenante nelle prestazioni, e la prova viene dalla vittoria schiacciante su Boston, preceduta tuttavia da una sconfitta che ha del clamoroso contro Memphis, priva di ben quattro titolari tra i quali Marc Gasol. Quella partita si chiuse con 25 palle perse di quelli dell’Ohio, e James che dichiarò in sala stampa “Con 25 palle perse perderemmo anche contro la squadra di mio figlio”. Ora, non è che tutti si chiamano Larry Bird per dire ai giornalisti “We played like sissies” e pretendere una reazione da parte del resto del team. Aggiungiamo un altro fattore: al giorno d’oggi, nonostante l’intesa fuori dal campo sia alta e il rapporto umano sia ben sviluppato, come scritto prima lui e Kyrie Irving non hanno ancora raggiunto la sinergia in campo. Altro caso da considerare: Kevin Love. Un giocatore che, come detto prima, con James non sta vivendo un periodo eccelso. Vista la situazione, viene da pensare cosa sarebbe successo se Andrew Wiggins fosse rimasto in Ohio, nel 2014 …

Anche il resto del team ha subito una involuzione rispetto all’anno scorso: Shumpert è stato infortunato e gioca in maniera meno aggressiva, Mozgov scivola lentamente nell’anonimato dopo la parte del leone dello scorso anno. J.R. Smith sta seguendo una parabola discendente molto interessante: da 14.8 punti di media in gennaio e 13.4 in febbraio, in Marzo sta viaggiando a 10.7 punti. Il minutaggio è lo stesso di gennaio, ma punti, tiri tentati (10.1 nel mese attuali, 12 a gennaio) e percentuali (45.4 a 38.5 dal campo, 43.2 a 33.8 da tre punti) sono calati. I Cavs devono forse temere i vuoti visti durante le Finals? E Tristan Thompson? Dopo aver temporeggiato fino a settembre sulla firma del quinquennale con Cleveland, si sta meritando il suo ricco premio? Le medie parlano di 8 punti e 9.3 rimbalzi, con due minuti in più rispetto ai 26 della scorsa regular season. Non dimentichiamoci, però, che i playoff lo hanno visto protagonista con 9.6 punti e 11.8 rimbalzi di media. Certo, ora c’è Love con il quale dividere minuti e punti. Ma non giustifica i 37 minuti di impiego con zero punti e 0 -2 dal campo, pur con 8 rimbalzi.

Il talento, a Cleveland, non manca certo. Ma c’è qualcosa che il talento e i milioni non potranno mai portare: la chimica di squadra. E quella la fanno gli uomini, non i salari per le superstar (i Lakers dovrebbero saperne qualcosa …). Pensate a Golden State: ai primi allenamenti, Steve Kerr l’anno scorso disse che l’allenamento era sospeso e portò il team al bowling per una serata in compagnia. E non è la sola cosa: pizze, cene, discoteche … gli Warriors hanno costruito un rapporto basato sul valore umano e non sul valore economico. Di contro, si parla di Cavs che dopo gli allenamenti si separano e vanno a passare indipendentemente le serate. Eppure, se LeBron ha portato i biscotti ai suoi vicini di casa una volta tornato ai Cavaliers, non avrebbe certo problemi (economici o di tempo) per passare del tempo con i suoi come faceva a Miami, soprattutto con Wade. Questi Cavaliers e questo LeBron dovrebbero prendere spunto da quegli Heat in maniera più evidente di quanto possa sembrare. Un roster più bilanciato, maggior sinergia e un LeBron più concentrato sul gioco e leader vero in campo e fuori sono gli ingredienti base. Forse manca una cosa fondamentale, in questa Cleveland: un uomo di carisma, che sappia mettere tutti al loro posto. Una sorta di R.C. Buford. E a Miami, questa persona era Pat Riley: uno che nessuno si sarebbe mai sognato di contrariare (Shaq, che con lui ci ha litigato e tre giorni dopo si è trovato a Phoenix, ne sa qualcosa ndr). David Grffin, tuttavia, non è Riley e in parte si spiega l’andazzo che ultimamente il team ha preso.

Ad esempio, consideriamo l’ultima sconfitta contro gli Heat. 122 – 101 per Wade e soci, tutti e quattro i quarti vinti dai floridiani. James 26 punti, ma Love 7 con 3 – 7 dal campo, pur con Irving da 14 punti, ma 3 assist. Miami ha mandato 5 uomini oltre dieci punti, e Whiteside è stato il più basso con 16. A Cleveland, solo Richard Jefferson e Dellavedova si sono uniti ai due leader con 20 e 10 punti a referto. Confronto percentuali: 54.8% Heat, 52.6% Cavs. Rimbalzi: 42 – 26 Heat. Assist: 29 – 19 Heat.

A seguire, la vittoria contro Denver. Quattro uomini in doppia cifra, con Richard Jefferson quasi vicino (9 per RJ, ndr), Tristan Thompson da 8 + 7 e Mozgov recuperato. Il tutto senza Love, malato. Va bene che erano i Nuggets, ma iniziamo a farci due domande …

Il futuro vede i Cavaliers vincere l’Est, anche se non agevolmente come l’anno scorso probabilmente. Poi, due percorsi: O come i Mavericks del 2011 e i Celtics del 2010, che si compattarono ai playoff, O come i soliti Cavaliers del pre – James a Miami e la squadra che si sfalda. Poi ci saranno le Finali, che vedranno molto probabilmente Varejao mettersi al dito quell’anello che a Cleveland non ha mai vinto. E, parlando del buon Anderson, il piatto forte sarà poi Rio: con Team USA, se James ci sarà, sarà una perfetta occasione per migliorare il rapporto cestistico con Irving. Qualunque sia l’esito di questa stagione, è probabile che alcune cose cambieranno in Ohio: il mercato darà risposte rimandate dall’anno scorso.

Attualmente, a questi Cavaliers manca la sinergia, manca la coordinazione, manca un leader carismatico. Ma soprattutto, mancano “gli occhi della tigre”: la fame, la voglia di vincere, il cuore di battere gli avversari e di raggiungere lo scopo di quel maledetto anello, la voglia di lottare come successo fino a gara 4 delle scorse Finali, quando ne vinsero due senza quelli che dovevano essere i vice – James. La squadra sputò sangue, in quelle partite: Dellavedova e la difesa su Curry, Mozgov che imperversava sotto canestro assieme a Thompson, JR Smith tra genio e follia. Se riusciranno a farseli venire di nuovo, questi occhi, aspettatevi il remake di Rocky II in versione cestistica. Sennò, gli Warriors vinceranno ancora, e al contrario di come fece Apollo Creed con Balboa, non avranno certo voglia di aiutare i Cavs a tornare al massimo della forma e della pericolosità. E a quel punto, sentiremo spesso parlare di LeBron e soci a partire da Luglio.