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Elegia agli anni ’90: se non fosse per loro, noi non saremmo qui

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Ci crolla un mito. Il ritiro di Paul Pierce, che avverrà a fine stagione, ha chiuso effettivamente 20 anni di storia NBA. I più importanti del tardo Jordan. Per un motivo molto semplice: sono i primi. Nel 1995 l’arrivo di Kevin Garnett, ma anche quello di Rasheed Wallace. Michael era tornato da poco, ma già si sapeva che non poteva durare molto, e la NBA aveva bisogno di una nuova stirpe che potesse fare il cambio della guardia. Specie con Shaquille O’Neal che doveva ancora sbocciare definitivamente e Hakeem Olajuwon che era in procinto di iniziare la sua parabola discendente. Nel giro di tre anni abbiamo visto arrivare oltre a KG anche Iverson e Ray Allen. Ma pure Kobe Bryant e Tim Duncan, gli altri due eroi di questi anni meravigliosi e difficilmente dimenticabili. E infine, Paul Pierce nel 1998. Sono proprio i due ex Celtics, il Mamba e Duncan i protagonisti di questa storia meravigliosa, e del percorso di sviluppo di molti della classe dal ’90 in poi. La domanda che ci faremo tutti, dall’anno prossimo, sarà una sola: chi ci resterà?

Nessuno nega la forza di LeBron, o degli Warriors o di Wade ai tempi d’oro. Nessuno obietta che Westbrook sia un Ercole e che Anthony Davis sia il futuro. Ma il passato gioca brutti scherzi, e c’è una componente di carisma e di leadership che questi supereroi dell’immediato pre 2000 ci hanno dato e che difficilmente si può rimpiazzare. Non parliamo solo di giocatori, ma di uomini. Parliamo di KG, che doveva nascondere alla madre di giocare a basket perché non era il futuro che si aspettava, salvo poi scoprire tutto e accettare la passione del figlio quando, al campo, vide tutti inneggiare per lui. Parliamo di Tim Duncan. Anzi no, di Duncan ci parliamo dopo. Parliamo di Paul Pierce, accoltellato, sul punto di morire e poi risorto dalle sue stesse ceneri. Parliamo di Kobe Bryant. Anche di Kobe, forse, è meglio parlare dopo.

Cominciamo con Duncan. Lui doveva entrare molto prima, nella NBA. Ma aveva fatto una promessa: che avrebbe ultimato gli studi prima di indossare la divisa. Quindi si laurea in psicologia alla Wake Forest University. La madre non c’era già più: il cancro al seno l’aveva sconfitta, e quella promessa Timmy gliela fece quando ormai la battaglia era in procinto di chiudersi. Prima ancora, c’era il nuoto. Ma l’uragano che sconvolse le Isole Vergini gli lasciò solamente un canestro con il quale giocare. O quello o niente. E lui ha scelto di voltare pagina, e si sa come sia andata a finire.

Vengono le lacrime a pensare a queste cose, o a Kobe che sceglie di abbandonare il mondo esterno per rinchiudersi in una gabbia mentale di assoluta concentrazione. Perché dicevano che all’altezza del padre non ci sarebbe mai arrivato. Perché lui, un ragazzino, credeva di poter arrivare al livello di Jordan. Una gabbia increspata solo da una partita a carte e per incoraggiamento da parte di Fisher, ai tempi del Three Peat, ma che non è mai stata rotta e la cui serratura è rimasta inviolata. Una gabbia che hanno cercato di rompere a Denver nel 2003, ma invano. Già il processo a Derrick Rose, per le medesime accuse, ci appare strano. E sono passati solo 13 anni …

E con questo, ripeto, non si vuole negare la difficile storia di LeBron, o di Irving rimasto senza madre. Perché questi erano dei predestinati già ancora prima di giocare. Kobe è stato snobbato ai training camp e, francamente, solo Jerry West ha avuto l’audacia di scommettere su di lui. Parlando di Lakers, Pierce doveva imbucarsi per andare a vedere lo Showtime, perché i soldi per permettersi il biglietto non c’erano. Duncan era un predestinato, forse era l’unico predestinato del gruppo. KG aveva talento, ma ancora non era il fenomeno che tutti immaginavano sarebbe stato. Duncan lo era già, ma non lo ha mai fatto vedere e ha lavorato sempre con l’intensità di uno che ha tutto da imparare.

Pausa per asciugare i lucciconi e deglutire.

Forse è questa la grande differenza con LeBron e Durant. Loro già erano circondati di sponsor e dovevano dimostrare che tutti i meriti che l’America dava loro dovevano essere guadagnati e, in caso di fallimento, l’epopea Kwame Brown sarebbe stata una sit com, a confronto.

Forse sono solo i tempi che cambiano. Perché le generazioni dal 2000 in poi ci diranno che LeBron ha avuto un’infanzia difficile, Derrick Rose è stato cresciuto dalla nonna e Jimmy Butler è stato schifato dalla famiglia naturale, in quella che forse è una delle storie più belle mai raccontate da quando la NBA è nata. Ma non appartengono al nostro tempo: appartengono già a una generazione diversa, che assieme al biberon iniziava a giocare con i notebook della Clementoni, mentre noi magari iniziavamo a farlo a cinque/sei anni. Come per i nostri padri questo trio di eroi che si è ritirato (con Pierce quarto moschettiere) non sarà molto rispetto a Chamberlain, Russell, Bird, Magic, Isaiah. In mezzo, Jordan: l’unico che, come Gerusalemme per cristiani, ebrei e musulmani riesce a fare da punto in comune per queste generazioni. Ma MJ, appunto, è l’eccezione.

Un esempio di confronto mi viene dalle mie visite al Forum, in vista della venuta dei Celtics. Il 2012 è l’ultimo della grande dinastia: Ray Allen è già andato, l’anno dopo KG e Pierce sarebbero andati ai Nets. Entrano i biancoverdi, e ancora ricordo gente con le magliette di The Truth e di KG che urlava e si batteva le mani sul cuore, e uno con un bandierone enorme dell’Armani dovette nascondere questo enorme pezzo di tela, sentendosi estraneo a casa sua. Prime azioni, fallo di Boroussis. KG urla e schiaccia a una mano sola nel silenzio più totale. Poi il boato. Passano gli anni, i Celtics cambiano e arriva una nuova generazione. Il 2015 è sempre il loro turno, e stavolta c’è Isaiah Thomas, con Jae Crowder e David Lee. Le maglie verdi, però, questa volta erano molte di meno e l’entusiasmo del pubblico meneghino era più per Gentile e soci. Niente di personale: solo che i tempi sono cambiati.

Torniamo alla domanda iniziale: chi ci resterà? Di quegli anni, solo Nowitzki. Un altro per il quale abbiamo gioito e abbiamo pianto. Per il quale ci siamo alzai in piedi quando vinse da solo la illness game delle Finals 2011, scimmiottata a colpi di tosse da James e Wade. Che abbiamo visto magro come un chiodo e dai capelli a soldatino, come con i capelli lunghi e dalla barba lunga e incolta, nel 2013: era l’anno che Dallas non andò alla post season, e lui si fece crescere la barba finché i suoi non sarebbero arrivati al 50% di vittorie. La beffa che subì dalla madre di suo figlio, incriminata di truffa a disconoscenza del partner bavarese. Uno per il quale, anche se Dallas non vincerà ancora il titolo con lui (presumibilmente), continuiamo a tifare come dovesse giocarsi il titolo ad ogni singola partita. Poi, dopo di lui, penseremo di nuovo a quella magica generazione.

Ma Dirk ancora resiste, gli altri hanno scelto di abbandonare. Per noi, Garnett, Duncan e Bryant, assieme a Pierce, chiudono ufficialmente un’era. Con tutto il rispetto per lui, sia come uomo che come atleta, già Mo Williams (che ha annunciato ieri di smettere, ndr) ci appare più estraneo, perché arrivato nel 2003. “Bisogna cambiare tutto, se vogliamo che tutto rimanga com’è”, diceva Don Fabrizio di Salina nel romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Verissimo: la NBA resterà, e con lei i suoi semidei con le canotte numero 23, 30 e 1. Ma la nostalgia per la 24, le 21 e la 5, poi per la 34, resterà impressa e segnata indelebilmente nei cuori di questa prima generazione post Jordan, in cerca di modelli che li incitassero ad allacciare le scarpe e andare verso il campetto.