Finali di Conference, gara 3: l’intensità difensiva degli Heat, le contromisure di Brooks

Anche le due gare 3 delle finali di Conference fanno ormai parte della storia di questa stagione. I Miami Heat hanno consolidato il vantaggio nella serie, dopo la vittoria esterna in gara 2. I Thunder hanno riabbracciato Serge Ibaka e hanno vinto la partita: sperano di poter mettere in pratica l’incredibile ribaltone che riuscì alla squadra di Scott Brooks anche nel 2012. Se gli Heat dovessero riuscire ad allungare in gara 4 e a vincere la serie, ci sarebbe sicuramente un remake di una delle ultime due finali: Heat-Thunder del 2012 o Heat-Spurs del 2013. La sensazione, comunque, è che Indiana abbia ancora qualche cartuccia da sparare. Gli Spurs, dal canto loro, si sono inceppati a causa del brutto scherzo del rientro di Ibaka e adesso esiste veramente una serie anche nella Western Conference. In attesa di scoprire quale sarà l’accoppiamento per le Finals, analizziamo i temi principali delle due gara 3.

Miami Heat 99-87 Indiana Pacers (2-1)

L’INTENSITÀ DIFENSIVA – Le attenzioni degli appassionati, da quella estate del 2010, si sono concentrate sulle qualità indiscutibili del trio composto da James, Wade e Bosh. Più passano gli anni, più diventa evidente che, in ogni caso, i Miami Heat costruiscono le loro fortune nella metà campo difensiva. È proprio l’intensità difensiva lo strumento con cui hanno vinto gara 2 e svoltato gara 3, dopo che i Pacers in gara 1 avevano sfoderato una delle loro migliori prestazioni offensive dell’intera stagione. In particolare, il cambio di mentalità degli Heat è diventato palese dopo che Indiana aveva addirittura firmato il +15 nel corso del secondo quarto: Miami ha cominciato a sporcare ogni pallone agli avversari e, da queste situazioni, sono nate palle recuperate e conseguenti punti in contropiede. La soluzione del secondo lungo, ormai sposata appieno da coach Spoelstra, permette di non soffrire più di tanto la coppia West-Hibbert. A far le spese della difesa demoniaca degli Heat è stato soprattutto Paul George, in campo nonostante la botta alla testa rimediata in gara 2. La stella dei Pacers ha tirato 9/29 dal campo nelle ultime due partite.

UN METRO ARBITRALE INDIGERIBILE – La critica degli arbitri non fa parte delle nostre abitudini. Né, in questa sede, vogliamo portare avanti tesi complottistiche su presunti favori all’una o all’altra squadra. Chiunque abbia guardato gara 3, indipendentemente dal suo grado di esperienza cestistica, non può che essere rimasto nauseato dal metro arbitrale adottato da Tony Brothers, Monty McCutchen e Zach Zarba. Un metro arbitrale che, lo specifichiamo subito, ha danneggiato in egual modo Heat e Pacers. In sostanza, la terna arbitrale ha optato per sanzionare ogni minimo contatto come falloso. Ne è nato un primo tempo spezzettato e sfiancante. Non solo: contatti assolutamente veniali hanno tolto dal gioco a più riprese giocatori fondamentali per le due squadre come Bosh, Paul George e George Hill. Questi tre giocatori hanno commesso il terzo fallo personale nel primo tempo e il quarto nel terzo periodo. Sinceramente, riteniamo assurdo costringere Vogel e Spoelstra a dover rinunciare per diversi minuti a giocatori come Bosh e George a causa di contatti assolutamente trascurabili. Entrambe le squadre hanno chiuso la partita con più di 20 falli commessi.

RAY ALLEN DALL’ANGOLO – Avevamo già visto questa soluzione in gara 1: un lungo – in questo caso West, in gara 1 anche Scola – a rincorrere Ray Allen sul perimetro. In gara 1, oltretutto, questa scelta di Vogel aveva pagato i suoi dividendi. Diverso è il discorso per quanto riguarda gara 3: Allen è riuscito a smarcarsi con irrisoria facilità e a farsi trovare, soprattutto in angolo, per distruggere definitivamente le speranze di rimonta dei Pacers nel quarto periodo. Se un comprimario – anche se definire così un giocatore come Ray Allen è alquanto riduttivo – sfodera un quarto quarto del genere dopo che Wade (23 punti e due triple a segno) e James (26 punti, 5 rimbalzi e 7 assist) hanno condotto così mirabilmente la squadra per tre periodi, davvero non c’è possibilità che gli Heat perdano la partita. La prestazione di Ray Allen – 16 punti con 4/6 dal campo e 4/4 dall’arco – ha permesso ai campioni NBA in carica di sigillare il 2-1 nella serie. I Pacers, già colpiti fatalmente da Cole e Bosh in angolo in gara 2, devono trovare delle contromisure al più presto se non vogliono uscire dalla serie.

Oklahoma City Thunder 106-97 San Antonio Spurs (1-2)

QUANTO MANCAVA IBAKA – L’hanno pensato tutti nelle prime due gare: i Thunder, senza Ibaka, non hanno alcuna speranza di impensierire gli Spurs. Ed effettivamente, dopo aver perso con 52 punti complessivi di scarto le due partite a San Antonio, i Thunder hanno ritrovato Ibaka e anche la vittoria. Il lungo di passaporto spagnolo ha messo in chiaro già nel primo quarto quello che può aggiungere al gioco della sua squadra: tiro dalla media distanza sugli scarichi e intimidazione difensiva notevole. Ibaka ha segnato 8 dei primi 15 punti della sua squadra e ha caricato un ambiente che temeva seriamente di trovarsi sotto per 0-3 nella serie. Ma il lavoro migliore lo ha fatto nella sua area: la sola presenza di Ibaka ha permesso ai Thunder di risolvere il fastidioso problema delle prime due gare e di subire un numero in qualche modo accettabile di punti nel pitturato. È stato soprattutto Tony Parker – 9 punti con 4/13 dal campo – a subire l’intimidazione di un difensore come Ibaka. Il giocatore dei Thunder ha chiuso la partita con 15 punti, 7 rimbalzi e 4 stoppate.

ADDIO SEFOLOSHA – Questa  volta Brooks si è mosso con due sole gare di ritardo: nella serie contro i Grizzlies ce ne aveva messe addirittura cinque prima di decidere di levare Sefolosha dal quintetto base. Per carità, non abbiamo nulla contro lo svizzero, ma è evidente che una squadra come OKC ha soprattutto bisogno di giocatori in grado di sfruttare i copiosi scarichi di Kevin Durant e Russell Westbrook. E Sefolosha nelle prime due partite non ha messo a segno nemmeno un canestro dal campo. A differenza della serie con i Grizzlies, dove fu Caron Butler a partire in quintetto nelle ultime due partite, questa volta Scott Brooks ha mandato in campo dall’inizio Reggie Jackson, un vero rebus per gli Spurs nelle partite di regular season in cui le due squadre si sono incrociate. Il nativo di Pordenone ha ottime capacità nell’attaccare dal palleggio ed è un’arma aggiuntiva che gli Spurs devono provare a tenere a bada. In sostanza, accantonato il quintetto Westbrook-Sefolosha-Durant-Collison-Perkins, con tutti difensori di fianco alle due stelle della squadra. Adesso Brooks si affida a giocatori che possono aiutare in modo concreto Durant e Westbrook nella metà campo offensiva. E per gli Spurs può essere un problema.

DANNY GREEN MAI PIÙ SOLO SULL’ARCO – La guardia degli Spurs, dopo aver segnato sette canestri da tre punti in gara 2, ha iniziato gara 3 con due triple. A quel punto, i Thunder hanno capito che non bisognava più lasciare a Green un centimetro di spazio. Così è stato: Green ha chiuso la partita con 8 punti e 2/6 dall’arco. Quando l’hanno chiuso sul perimetro, ha provato qualche incursione in area, ma si è capito subito che non si trova esattamente a suo agio in quelle situazioni di gioco. La rinnovata frenesia difensiva per impedire a Green di tirare senza opposizione ha causato, naturalmente, qualche spazio in più per i suoi compagni del reparto esterni. Patty Mills non è stato in grado di sfruttare le opportunità che ha avuto, anche se a dir la verità nel quarto quarto aveva segnato la tripla del -6, poi convertita – a torto – dagli arbitri in un fallo in attacco. Con Parker e Duncan che faticavano ad incidere nel pitturato ora presidiato da Ibaka, gli Spurs si sono affidati completamente a Manu Ginobili. L’argentino ha vissuto un’incredibile serata da 23 punti e 6/9 da tre in 24 minuti di utilizzo.