Gara 2 Pacers-Heat, cos’è cambiato rispetto a gara 1: quintetti, marcature e tiro da tre

I Miami Heat hanno vinto sul campo dei Pacers e hanno evitato uno 0-2 che sarebbe stato per loro inedito nell’era dei Big Three. È la terza volta dal 2011 che gli Heat si trovano ad affrontare una serie senza avere il fattore campo a favore: nei due precedenti casi – Bulls nel 2011 e Thunder nel 2012 – hanno perso gara 1 e vinto le successive quattro partite. La partita è stata decisa dall’incredibile quarto quarto di Dwyane Wade e LeBron James, ma in un match che termina con solo 4 punti di scarto tra le due squadre è possibile analizzare alcune chiavi tattiche che hanno svoltato l’incontro in favore degli Heat. Spoelstra ha saputo adeguarsi dopo il disastro di gara 1 e ha messo in difficoltà la squadra avversaria. Ora tocca a Vogel rispondere, per strappare una vittoria in Florida e riconquistare il fattore campo.

NO AL QUINTETTO PICCOLO – Gli Heat hanno dimostrato, nelle passate due stagioni, che un quintetto con un solo lungo di ruolo può vincere il titolo. Contro i Pacers, però, questa soluzione si è rivelata negli anni non del tutto performante. La sconfitta in gara 1 ha convinto coach Spoelstra a rispolverare Udonis Haslem, partito in quintetto al fianco di Chris Bosh. L’allenatore degli Heat non ha mai rinunciato al secondo lungo, tenendo in campo per diversi minuti la coppia Bosh-Andersen. È nei minuti con Andersen in campo – come in gara 1, dove il centro era stato l’unico giocatore di Miami con plus/minus positivo – che gli Heat hanno spiccato il volo: +25 di plus/minus per Birdman contro il -20 di Haslem. Alla fine, con West e Hibbert che hanno trovato pane per i loro denti sotto canestro, è stato proprio coach Vogel a mettere in campo un quintetto piccolo, a cui Spoelstra si è immediatamente adeguato con l’inserimento di Battier.

LEBRON JAMES SU HILL (foto copertina) – Non è stata la soluzione scelta da Spoelstra per l’intera gara, vero. Ma la marcatura di LeBron su George Hill, vista a sprazzi nel secondo tempo, ha in qualche modo influenzato l’esito della gara. Partiamo proprio dalla fine: una palla rubata da LeBron James a George Hill ha portato al contropiede del +5 con 3’ sul cronometro. Quali sono i tre fattori che hanno permesso questa situazione? Forse una spiegazione si può trovare nei primi tre quarti di difficoltà al tiro per LeBron: andare su Hill e non dover inseguire Paul George ha consentito al due volte campione NBA di spendere meno energie e di risparmiarsi per l’attacco. Possiamo però anche richiamare alla memoria qualcosa di visto nel nostro campionato, precisamente nelle semifinali dei Playoff 2013: David Moss in marcatura su Mike Green, ovvero il miglior difensore di Siena a curare il playmaker di Varese nonostante la differenza di ruolo tra i due. In questo modo il portatore di palla si trova in difficoltà ad iniziare presto l’azione ed è esattamente quello che è successo a George Hill nei momenti in cui è stato marcato da LeBron. Infine, un Paul George da 4/16 al tiro si è meritato qualche attenzione difensiva in meno e ha consentito a James di sganciarsi.

LIMITARE LEBRON, A CHE PREZZO? – Tra i motivi principali della disfatta di gara 1, avevamo evidenziato l’insolita percentuale al tiro da tre per gli Heat: 26.1% (6/23). Per passare ad Indianapolis i campioni NBA in carica avevano bisogno di ben altra confidenza al tiro pesante e in gara 2 hanno sensibilmente migliorato le percentuali, arrivando fino al 40% (8/20). Il cosiddetto turning point della partita si può trovare tra il terzo e il quarto periodo, quando gli Heat sono rimasti in partita trovando tre canestri identici. LeBron si butta dentro, Hibbert va in aiuto per negargli l’accesso al ferro e un terzo giocatore collassa in area per seguire l’uomo di Hibbert. LeBron – due volte per Cole e una volta per Bosh – scarica nell’angolo e gli Heat non falliscono la tripla aperta. È naturale che limitare le prestazioni di LeBron sia l’obiettivo principale di ogni avversaria di Miami, ma bisogna evitare di scadere in una sorta di fondamentalismo che porta a non considerare gli altri giocatori presenti sul parquet. Vogel dovrà lavorare con la squadra in questi due giorni per trovare un modo di non concedere troppi tiri facili agli avversari.

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Ecco le tre situazioni descritte in precedenza (clicca sulle foto per ingrandirle). Nel primo caso, Hibbert chiude benissimo su James, ma la posizione di West, che ha seguito Andersen, permette a Bosh di trovarsi totalmente solo in angolo. Nel secondo caso, situazione in cui è George in marcatura su LeBron, è Stephenson che segue Andersen dopo l’aiuto di Hibbert e lascia Norris Cole in angolo. La successiva tripla di Cole è invece un errore generale di una rotazione difensiva: Scola è in ritardo dopo il blocco di Battier su George e Stephenson, che è originariamente in marcatura su Cole, lascia il suo uomo per scalare su James.