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Hall Of Fame – Shaq: se non ci fosse stato, avremmo dovuto inventarlo

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Io devo solo ringraziare Shaquille O’Neal. Duncan è arrivato dopo, Kobe è arrivato dopo. Michael Jordan è arrivato dopo. I Celtics, quella squadra che non ho più lasciato, sono arrivati dopo. In principio fu solo Shaq.

Il primo documentario che ho avuto sul basket era “Shaquille O’Neal – Like No Other” e la prima canotta la sua 32 degli Heat. Questo omone con i baffi alla Gengis Khan, la canotta di Miami e un pallone sottobraccio mentre sorrideva con i denti bianchissimi è la prima immagine NITIDA che ho avuto del basket NBA. Shaq non è solo un giocatore: è un fenomeno culturale. Nel suo modo di fare, nella sua assillante e snervante presenza su Twitter, nelle sue gaffe a ESPN e nel suo commento di “Shaqtin’ a Fool”. Chiedi in giro di lui, e tutti ti dicono che è un comico, un uomo grande e grosso che fa ridere, pur magari masticando poco di basket.

E faceva così anche quando iniziò la sua carriera, nel lontano 1992. In quei Magic che lui stesso ha plasmato, prima dell’arrivo di Penny Hardaway, a suon di schiacciate e di tabelloni rotti. Imponendo la sua legge nella NBA, come unico e vero erede di Hakeem Olajuwon. La Trinità dei centri degli anni 90 erano l’Africano, il Gigante e l’Ammiraglio, ma con David Robinson Shaq non riuscì mai a confrontarsi. E il maestro Hakeem, nella finale del 1995, batté l’allievo Shaquille con un cappotto secco. Ma già da allora il fenomeno Shaq si era mostrato per quello che era: uno showman che in campo devastava di colpi e fuori devastava di intrattenimento. Erano gli anni in cui si era dato al cinema e al rap (disco di platino per Shaq Diesel), e questo gli sarebbe servito a Los Angeles.

Perché ai Lakers trovò un parco giochi bello e grande, ma segnato dalla difficile convivenza sul campo con Kobe. E allora, all’età in cui l’imparzialità dello sport non esiste ed è veramente bello ciò che piace, Bryant era il cattivo, O’Neal il bambino grande e grosso vittima delle circostanze. A lui dobbiamo poi la nascita del fenomeno Lakers, che ha segnato la generazione dei nati negli anni 90 più di quanto abbiano fatto i Bulls di Jordan, quando eravamo troppo piccoli per capire cosa MJ, Pippen e Rodman avessero fatto. I primi fondamentali di basket, con il pick n roll e il gioco d’area e i primi schemi di apertura del campo oltre la linea da 3, li dobbiamo a Phil Jackson, uomo che con Shaq ha avuto un rapporto intenso quasi quanto quello con Pat Riley, poi, agli Heat. E se un pischello di nome Iverson (che ieri gli ha fatto compagnia alla Hall Of Fame) è diventato veramente noto alle scene italiane, lo dobbiamo ancora ad O’Neal e alla finale del 2001. Come a lui dobbiamo un grazie per le sfide con gli Spurs e una conoscenza approfondita del mondo di Miami e, soprattutto, dell’universo Wade.

Il primo paragone che viene in mente con O’Neal? Non ridete: Forrest Gump. Ha attraversato venti anni di carriera lasciando una grossa impronta nel mondo NBA, cambiando sei team che, messe in ordine di colore, formano un gigantesco arcobaleno di divise. Ha giocato contro alcuni dei più grandi e ha avuto altrettanti grandi compagni (Hardaway, Kobe, Wade, Nash & Stoudemire, LeBron, KG – Pierce – Allen – Rondo), ha contagiato tutti, giocatori e tifosi, con la sua simpatia. Qualche esempio? La schiacciata contro i Bobcats nel suo anno a Boston. Cade rovinosamente addosso a Tyrus Thomas, lo bacia sulla testa e gli scrolla i capelli. L’All Star Game di Phoenix, il suo ultimo: centro di riserva della Western Conference, sale sulla passerella con la maschera bianca e improvvisa una break dance con i Jabbawookeez. O quella del 2007, di sfida break dance, tra lui, LeBron e un giovanissimo Dwight Howard. O quando, a Miami, un anno ha tenuto Babbo Natale sulle ginocchia nei classici villaggi natalizi per i bambini. E potrebbe non bastare un articolo a ricordare tutto quello che ha fatto.

Per non parlare dei suoi numerosissimi soprannomi: inizia tutto con Diesel, poi arriva il Grande Aristotele, perché “come dice Aristotele, la grandezza non è un singolo atto ma un’abitudine. Sei quello che fai e ripetutamente”, come disse dopo aver vinto l’MVP. Poi fu la volta di Shaq Fu, visto il suo grande amore per le arti marziali, Superman (se la legò al dito con Howard dopo che decise di usurparlo di tale soprannome) e l’ultimo che si autodiede: Il Grande Leprecauno, appena firmato con Boston. A lui dobbiamo la nascita di Flash, che da allora ad adesso ci fa collegare subito Dwyane Wade.

Era anche geloso della sua carriera (dichiara Sono molto egoista del ricordo che Shaquille O’Neal lascerà di sé) e di quello che si era sudato. Di carattere diretto, non ha mai avuto paura di dire le cose in faccia alla gente. E in parte a questo è dovuto il trasloco a Miami e quello a Phoenix. Nessuno si dimenticherà nemmeno le scaramucce con Bryant fuori dal parquet davanti ai microfoni, anche dopo il suo trasferimento agli Heat, o con Dwight Howard. Ma il personaggio Shaq è anche questo: prendere o lasciare.

Un uomo totale, che ha fatto anche della cultura uno dei suoi punti di forza. Laurea alla LSU, poi Master in Amministrazione del Business e Dottorato di Ricerca in Scienze delle Risorse Umane, con la tesi “Rapporto duale di aggresività e humor nella leadership”. La quadratura del cerchio, ovviamente su un tema che lui per anni ha affrontato sul campo.

Ieri alla Hall Of Fame è stato presentato l’ultimo giocatore della Top 50 a essersi ritirato. Ma, più di tutto, il giocatore che ha segnato un ventennio di NBA, diventando il portabandiera di cui la Lega aveva bisogno per lanciarsi dopo l’addio di Jordan nel ’98. Nel bene e nel male, se non fosse stato per lui molto di quello che sappiamo della NBA non lo sapremmo, proprio per gli avversari che ha incrociato e che si sono fatti valere e per i compagni di squadra che ha avuto attorno. Il gigante delle folle ha già avuto l’omaggio dei Lakers, che hanno ritirato la sua maglia, e ora si consacra nell’Olimpo del Basket. D’altronde, in ogni Olimpo che si rispetti la parte di Bacco qualcuno deve pur farla.