Heat-Spurs, gara 4: Leonard sempre più dominante, Miami cade ancora in casa

Le vedete le facce dei due signori in copertina? Sì, quelle sono le espressioni di due giocatori chiave degli Spurs sul +19 a 11” dalla fine. San Antonio – Kawhi Leonard, ancora una volta, in testa – ha giocato un’altra partita strepitosa e ha stravinto all’American Airlines Arena, portandosi sul 3-1 nella serie. È sbagliato scindere singoli episodi dal contesto di una partita, figuriamoci dal contesto di una serie, ma in qualche modo si potrebbe dire che una qualsiasi delle triple segnate da LeBron durante la scarica nel terzo periodo di gara 2 ha fatto la differenza tra un 4-0 e una finale che invece, in qualche modo, è ancora viva. Miami ha dimostrato, nelle due passate stagioni, di possedere quello che serve per portare a termine missioni clamorose ed impensabili: come le due vittorie in fila dopo tre sconfitte nelle finali di Conference 2012 con i Celtics o come la rimonta nella decisiva gara 6 – e poi il successo in gara 7 – nelle Finals della scorsa stagione. Questa volta, però, l’impresa potrebbe essere anche più grande di loro: l’unico modo per non uscire sconfitti dalla serie è vincere tre partite consecutive contro questa versione degli Spurs, che ha raggiunto la perfezione nelle due gare esterne sul campo degli Heat.

COS’HA FUNZIONATO PER GLI SPURS – Per gara 3 avevamo parlato di supporting cast. Ecco, forse sarebbe più corretto dire che per gli Spurs il supporting cast non esiste: sono tutti protagonisti. L’MVP manifesto è ancora una volta Kawhi Leonard e l’MVP occulto è ancora una volta Boris Diaw. Come si fa a relegare due giocatori del genere all’interno di un del tutto teorico supporting cast? Tony Parker era stato prima di gara 4 uno dei casi più paradossali di questa serie: nonostante avesse dato l’impressione di trovarsi in difficoltà, nei primi tre capitoli aveva messo comunque assieme 18.3 punti e 6.3 assist di media con il 50% dal campo. In gara 4 ha voluto essere aggressivo ad ogni occasione possibile e ha giocato quella che probabilmente è stata la sua miglior partita nella serie fino ad ora (19 punti, 8/15 al tiro). Un altro dato interessante: un silente Manu Ginobili da 7 punti e 2 assist è stato, con +27, il migliore degli Spurs per plus/minus. E Tim Duncan? 10 punti e 11 rimbalzi. Adesso, nella storia dei Playoffs, è il giocatore con più minuti giocati e con più doppie-doppie realizzate. Gli Spurs hanno (stra)vinto questa partita con le solite armi: circolazione incredibile di palla (25 assist), alte percentuali dal campo (57.1%), controllo del pitturato (46 points in the paint contro i 30 degli Heat) e instancabile difesa.

COS’È MANCATO AGLI HEAT – Ci si aspettava, da parte di Spoelstra, un cambio nelle rotazioni dopo gara 3. Infatti è ritornato in campo Shane Battier, anche se non è riuscito a dare un contributo alla squadra. Per motivi di rotazione, è difficile capire come Miami possa fare a meno – almeno nel quintetto base – di uno tra Chalmers e Cole: il primo, parso ancora una volta in enorme difficoltà, ha segnato solo 4 punti in 31 minuti. Il coach degli Heat ha dovuto gestire la situazione falli di Andersen (5 in 10 minuti) e ha concesso anche poco spazio a Rashard Lewis (16 minuti), inefficace questa notte con 2 punti e 1/4 al tiro. Si è vista, per di più, una squadra con LeBron da ala forte di fianco a Bosh o Andersen e alle loro spalle Wade, Allen e uno tra Chalmers e Cole. Campo anche per Toney Douglas, che ha giocato gli ultimi minuti del secondo periodo. Wade è stato il giocatore più deludente per Miami: 10 punti, 3 palle perse, 3/13 dal campo e 4/8 dalla lunetta. In generale, gli Heat scesi in campo in gara 4 sembravano in affanno, in debito di ossigeno e molto più simili a quelli del 2011 che a quelli del 2012 o del 2013. Ultimo dato: chi è stato il terzo miglior marcatore degli Heat, dopo James (28) e Bosh (12)? James Jones, autore di 11 punti in 3′ di garbage time.

IL TERZO QUARTO DI LEBRON – Nel primo tempo James ha provato ad innescare i compagni e si è fermato a quota 9 punti, peraltro segnando un canestro meraviglioso dall’arco per chiudere il secondo periodo. Gli Heat, però, si sono ritrovati sul -19 all’intervallo lungo. LeBron ha tentato quindi di dare la scossa nel terzo quarto: 19 punti – 10 dei quali nei primi 4’ – con 7/8 al tiro. Parziale del terzo periodo? 26-21 per gli Spurs. Nel punto precedente abbiamo rievocato gli Heat del 2011, ma una situazione di questo tipo ricorderà più che altro a LeBron i tempi dei Cleveland Cavaliers. È difficile analizzare un momento così complesso per gli Heat, che – a livello di Playoffs – non perdevano due partite di fila in casa proprio dalle Finals del 2011. L’impressione è che, appena cala un minimo il livello atletico della squadra, il numero 6 resta l’unico baluardo a cui Wade e compagni possono aggrapparsi. Anche per un fuoriclasse come LeBron, però, rientrare in questa serie senza il supporto degli altri giocatori chiave della franchigia potrebbe essere impossibile.

LA DIFESA MEDIOCRE DI GARA 3 E I CAMBI CONTINUI – Quando Popovich ha detto che la difesa degli Spurs in gara 3 era stata mediocre, probabilmente nessuno l’aveva preso sul serio. Ne abbiamo avuto ulteriore prova: mai pensare che Pop dica qualcosa per scherzo. Punti nel vivo dal loro coach, i giocatori neroargento hanno voluto dimostrare qual è il loro livello massimo in difesa: hanno tenuto gli Heat a 36 punti nel primo tempo e al 45% dal campo in tutta la partita. La chiave? Cambi sistematici sui blocchi per tenere sempre l’area coperta. Vi sembrerà un’esagerazione, ma è tutto vero: nel primo quarto sono finiti, a turno, a difendere su LeBron James per almeno un’azione Kawhi Leonard, Boris Diaw, Tim Duncan, Tiago Splitter, Matt Bonner, Danny Green, Tony Parker e persino Patty Mills. Praticamente, tutti i giocatori scesi in campo ad eccezione di Ginobili.

KAWHI E BORIS – MVP manifesto e MVP occulto, dicevamo, di questa partita. Kawhi si è lasciato alle spalle le difficoltà delle prime due partite e ha offerto due prestazioni strepitose sul campo dei campioni NBA in carica. Per certi versi, a proposito di Leonard, si può rispolverare quello che disse Red Holzman, storico coach dei Knicks, su John Havlicek: «Sarebbe stato giusto per gli avversari se avesse avuto solo quell’energia disumana. Ma Dio ha aggravato la situazione rendendolo un buon realizzatore, un palleggiatore intelligente e un gran difensore con velocità di testa, mani e piedi». Difficile non notare una certa somiglianza tra il giocatore descritto da Holzman e quello che veste oggi la maglia degli Spurs. Leonard è colui che si prende cura di LeBron nella metà campo difensiva, ma questo non gli impedisce di essere l’uomo più aggressivo degli Spurs anche dall’altra parte del campo. Ha dominato gara 4 con 20 punti, 7/12 al tiro, 14 rimbalzi, 3 assist, 3 rubate e 3 stoppate. E che dire di Boris Diaw? Nella costruzione del gioco degli Spurs, è l’uomo più importante. Ha sfiorato la tripla-doppia con 8 punti, 9 rimbalzi e 9 assist.

MILLS, L’UOMO CHE MANCAVA AGLI SPURS UN ANNO FA – Strano a dirsi, visto che Mills era già nel roster degli Spurs durante la passata stagione. Ma, con tutta probabilità, Popovich non lo vedeva ancora pronto per un ruolo importante nella rotazione. Con Belinelli ormai relegato – per motivi offensivi e soprattutto difensivi – al garbage time, Mills ha guadagnato ulteriore credito da parte del suo allenatore. L’australiano fornisce diversi vantaggi rispetto a Gary Neal, l’uomo che ricopriva questo ruolo un anno fa: è un attaccante tutt’altro che monodimensionale, è un palleggiatore migliore, ha buone capacità di lettura e di passaggio ed è un difensore frenetico, anche se non sempre efficace. Le due gare di Miami sono state la sua definitiva consacrazione, ammesso che il miglior marcatore delle Olimpiadi 2012 (a 21.2 punti di media) ne avesse bisogno. Le sue statistiche di gara 4: 16 minuti giocati, 14 punti, 5/8 dal campo, 4/6 da tre, 2 assist. È in particolare dall’angolo sinistro che Mills è solito colpire.