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James e Irving da record, senza Green la difesa di GS non esiste: le chiavi di gara 5

Forse nemmeno i più grandi fan di Draymond Green avrebbero potuto immaginare una situazione di questo tipo: senza il numero 23 in campo, la difesa di Golden State ha boccheggiato per l’intera gara, soffrendo particolarmente l’impossibilità di ottenere un cambio percorribile sui blocchi per LeBron James e concedendo quasi il 54% ai Cavs. Non è un caso, infatti, che Draymond Green sia stato l’unico giocatore in campo in tutte e 88 le vittorie stagionali dei Warriors. Kerr ha provato qualsiasi combinazione possibile, ruotando addirittura cinque lunghi (Bogut, Ezeli, McAdoo, Speights e Varejao) nei primi 14 minuti della gara. Nel secondo tempo, invece, ha giocato diversi minuti con un quintetto senza lunghi: Curry, Thompson, Livingston, Iguodala e Barnes. L’assenza di Green in un momento così importante della stagione ha pesato e non poco: Golden State si è vista precludere la possibilità di chiudere la serie e Cleveland, grazie alle prestazioni irreali delle sue due stelle, ha recuperato speranza. In vista di gara 6, che i Cavs giocheranno tra le mura amiche, potrebbe giocare un ruolo anche l’assenza di Bogut, uscito nel corso del terzo periodo per un infortunio al ginocchio riportato a seguito di una caduta a rimbalzo. Una serie che fino a tre giorni fa sembrava chiusa, oggi sembra più che altro avviata verso una gara 7.

IL RE AL SUO MEGLIO ─ Non è forse la sua miglior prestazione nei Playoffs, anche perché è veramente difficile superare quella prova da 45 punti, 15 rimbalzi e 5 assist che fece in gara 6 delle finali di Conference 2012 sul campo dei Celtics. In quel caso, Miami aveva bisogno di una vittoria e del suo leader per non veder sfumare la possibilità di approdare alle Finals (gli Heat, in seguito, vinsero anche gara 7 e poi conquistarono il titolo in cinque gare contro i Thunder). Questa partita è paragonabile sotto certi aspetti: il più evidente è proprio la cornice da win or go home per la squadra di LeBron. Ha fatto un primo tempo da 0 assist perché i Warriors cambiavano sui blocchi e quindi, per lui, si aprivano duelli con Varejao, Speights o Ezeli. Tutti regolarmente puniti: il 23 dei Cavs ha segnato 25 punti nel solo primo tempo, scegliendo più volte (con successo) la soluzione dalla distanza piuttosto che il viaggio verso il ferro. Nel secondo tempo ha lasciato principalmente spazio a Irving, ma è comunque riuscito a salire fino a quota 41 punti, in aggiunta a 16 rimbalzi e 7 assist. Inutile nascondersi dietro a frasi di circostanza, in gara 4 ha tentato di far reagire Green al fine di farlo sospendere. Il suo tentativo ha avuto successo e lui ha colto la palla al balzo, giocando la miglior partita possibile in assenza dell’avversario più importante nelle rotazioni difensive.

LA CONSACRAZIONE DI KYRIE ─ Love continua ad essere un oggetto più che misterioso (2 punti e 3 rimbalzi con 1/5 dal campo in 33 minuti, a fronte però di un +18 di plus/minus), ma Kyrie nelle ultime partite ha fatto capire che LeBron in questa serie è tutto meno che solo. Il nativo di Melbourne è alla terza partita consecutiva da 30 o più punti, un dato parecchio rilevante se consideriamo che ha 24 anni e che è alla sua prima finale NBA effettiva (l’anno scorso giocò solamente gara 1). Non sappiamo come descrivere la sua prova in gara 5 se non dicendo che è andato a fare il Curry in casa di Curry. È partito fin dalla palla a due con il piede sull’acceleratore, ma è nel secondo tempo che ha fatto il salto di qualità (e lo ha fatto fare alla sua squadra), con un numero irreale di canestri in rapida successione e nonostante una difesa che ha provato di tutto per fermarlo. Non ce l’ha fatta Curry, che pure ha fatto vedere delle buonissime difese individuali sul playmaker avversario, e non ce l’ha fatta nemmeno Thompson, uno dei migliori difensori uno contro uno nel suo ruolo. Irving ha chiuso la partita con 41 punti (come LeBron, prima volta nella storia delle Finals che due compagni segnano 40 o più punti nella stessa gara) e 17/24 dal campo. Se la contromisura per evitare un’altra prestazione del genere di James è il rientro di Green (che permette una flessibilità completamente diversa sui cambi difensivi), è difficile capire se ci siano o meno contromisure per un Irving in questo stato di grazia. Anche perché, ci ripetiamo, i suoi canestri non sono stati favoriti da cambi difensivi o da errori individuali dei campioni NBA in carica, ma semplicemente dal suo spettacolare talento.

KLAY C’È, IL SUPPORTING CAST NO ─ Il primo tempo a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere merita di essere consegnato ai libri di storia. Punteggio sul 61-61 e una sfida a distanza tra Klay Thompson e LeBron che vedeva il primo a quota 26 punti e il secondo a quota 25. Golden State, nel primo tempo, nonostante le difficoltà difensive di cui abbiamo già parlato, era rimasta in partita con la solita pioggia di triple. In particolare quelle di Klay, che ne aveva messe a segno 6. Nel secondo tempo, però, anche Thompson e Curry hanno perso il tocco magico e Golden State ha finito per segnare solo 35 punti con il 27% al tiro. Era difficile, a quel punto, che i Warriors potessero evitare la fuga dei Cavs. Se Klay ha chiuso la partita con 37 punti e 11/20 dal campo e Curry ha comunque messo sul tabellino 25 punti (con, però, 8/21 al tiro e 5/14 da tre), gli altri giocatori (escludendo il solito monumentale Iguodala) non sono stati assolutamente in grado di disputare una partita degna della posta in palio. Barnes, in particolare, ha spadellato per tutto l’arco della gara (5 punti con 2/14 dal campo) e non è mai sembrato mentalmente in partita.

È proprio questo il rammarico più grande per Steve Kerr: solo Thompson e Iguodala, con Curry a sprazzi, hanno messo in campo la forza mentale necessaria per provare a giocarsi la partita anche senza Green. Poi, anche per loro tre, la fiducia è gradualmente venuta meno. Emblematico il momento di inizio quarto quarto in cui, per tre volte, i Warriors hanno avuto palla sul -7 e hanno gestito malissimo i possessi, non riuscendo mai a riavvicinarsi. Al di là di tutti i discorsi tecnici e tattici legati al rientro di Green, è proprio su questo aspetto che Kerr dovrà lavorare di più in vista di gara 6: dovrà pretendere un cambio di mentalità da parte del supporting cast. La forza di Golden State è proprio la profondità del roster e, per quanto Curry e Thompson abbiano già dimostrato di essere in grado di vincere una partita da soli, Kerr ha bisogno del massimo sforzo da parte di tutti gli elementi della squadra per pensare di strappare una gara 6 sul campo dei Cavs. Anche perché, se Irving e James sono questi, di certo portare la serie all’ultimo atto potrebbe essere pericolosissimo per Golden State.